È una domanda che tutti, professionisti digitali e semplici utenti di Facebook o Twitter, prima o poi si pongono: vivere senza social è ancora possibile? E, se sì, a quale prezzo?

Fin dagli esordi dei social media ci sono sempre stati utenti che, da un giorno all’altro, hanno scoperto quanto sia piacevole, vera e autentica la vita al di fuori di Facebook e di Twitter.

La vita senza social è stata oggetto, in questi anni, di divertenti narrazioni ed esperimenti proprio da parte degli utenti più assidui dei social media: chi ha trascorso dieci giorni, chi quattro settimane senza social, chi un mese, chi un anno intero senza connettersi una sola volta a un social media. Tutti, chi più chi meno, giurando di aver provato finalmente un senso di liberazione e di creatività ritrovata.

A detta di quanti ci hanno provato, l’ostacolo maggiore da superare nell’esperimento di disconnessione dai social consiste nel resistere al bisogno di “controllare” il proprio profilo, in caso di messaggi in bacheca o menzioni ricevute, e in misura minore perdere l’abitudine di condividere foto o pensieri sparsi nel corso della giornata con amici e follower.

Il bisogno di informarsi e rimanere in contatto è decisamente in second’ordine: forse perché lo stesso può venire massimamente soddisfatto su altri canali (siti di news, radio, forum, tv, incontri sociali) che non siano per forza social.

Nel loro sforzo di vivere senza social adulti e teenagers non sono troppo diversi, come emerge da una serie di interviste condotte dal Guardian: giovani e meno giovani condividono il timore di essere dimenticati, chi dai propri amici, chi dai colleghi di lavoro, disconnettendosi dai social senza preavviso. Social che, non a caso, non hanno mai concesso agli utenti la possibilità di segnalare il proprio status di offline, a differenza di quanto avveniva con un servizio come Windows Live Messenger.

L’esistenza digitale dell’utente social non contempla momenti di disconnessione: il nostro avatar di Facebook può sempre ricevere un messaggio, un complimento, una smentita pubblica, una richiesta di amicizia a qualunque ora del giorno e della notte.

Vivere senza social significa dunque sperimentare l’esperienza, anche sofferta, del distacco dal nostro “doppio” digitale, lasciandolo a se stesso per qualche giorno: nella maggior parte dei casi, ci si accorge con stupore che esso è ormai in grado di sopravvivere senza troppi problemi in nostra assenza (anche molto più di quanto immaginiamo).

Questo, per quel che riguarda gli utenti che sui social ci sono stati abbastanza a lungo da non poter rimanere più di un giorno senza cedere alla tentazione di accedere al proprio profilo.

Quelli che sui social non ci vogliono essere

All’opposto, esiste tutt’ora un numero enorme di utenti Internet non presenti o quasi del tutto inattivi sui social, che considera queste piattaforme come uno dei tanti servizi gratuiti del web e non avverte l’ansia da disconnessione, proprio perché non ha alcun doppio digitale di cui prendersi cura.

In Italia, almeno dieci milioni di utenti Internet non hanno un profilo Facebook, per non parlare dei social meno diffusi: sono tutti anziani, o analfabeti digitali, quelli che non hanno un profilo social? Non credo proprio, se anche il Wall Street Journal ci ricorda che almeno il 15% dei teenagers USA non ha un profilo Facebook, Instagram o Twitter.

Sembrerà strano a chi, come me, ha dedicato ai social buona parte della propria esistenza recente, ma i motivi per cui una persona nel Terzo Millennio potrebbe non essere sui social possono essere i più disparati. Ne elenco solo qualcuno, in assenza di ricerche più puntuali sul fenomeno:

  • Mancanza di amici o parenti già presenti sui social, da cui iniziare a costruire una propria base di “amici” e follower
  • Scarsa autostima personale, soprattutto a livello fisico (chi usa un avatar finto è solitamente tenuto in scarsa considerazione)
  • Analfabetismo di ritorno, che riduce le capacità di espressione attraverso il linguaggio scritto, ancora fondamentale perlomeno nelle conversazioni
  • Ridotta o assente connessione Internet
  • Desiderio di anonimato, dovuto a precedenti esperienze negative (bullismo, stalking)
  • Problemi fisici (di vista, soprattutto ora che l’esperienza social più immersiva è quella da app mobile)
  • Difficoltà di comprensione dello strumento (problema annoso di Twitter)
  • Diffidenza verso le piattaforme stesse e il modo in cui queste trattano i dati personali
  • Persone che hanno avuto dei guai con la giustizia e che vogliono lasciare il minor numero possibile di “tracce” della loro esistenza
  • Anticonformisti tout-court
  • Utenti di messaggistica istantanea che non vedono l’utilità dei social per comunicare
  • Persone che hanno abitudini diverse dalla massa, come chi lavora di notte, e quindi faticano maggiormente a trovare occasioni e contenuti per relazionarsi con gli altri
  • Disinteresse verso i contenuti presenti
  • Preferenza per altre piattaforme, meno dispersive

 

Quest’ultimo motivo è forse quello che ci offre maggiori spunti di riflessione. La convergenza progressiva dei social minori (Twitter, LinkedIn..) verso il modello di Facebook fa sì, infatti, che il newsfeed degli utenti sia uno strumento sempre più popolato da contenuti privi di una connessione logica evidente tra loro (anche Twitter, con Moments, ha abbandonato in parte lo schema cronologico).

L’unico modo per aumentare la percentuale di contenuti pertinenti ai nostri interessi è interagire costantemente con questi ultimi, educando il social a riconoscerli per noi e a privilegiarli nel nostro newsfeed: se l’iscrizione ai social è gratis, il loro utilizzo ottimale costa tempo e attenzione. Il modello di intrattenimento dei social è un misto di televisione classica, on-demand e spettacolo carnevalesco, dove tutti recitano una parte per gli altri.Un impegno che non tutti sono disposti a prendersi.

Per quanto EdgeRank, l’algoritmo di Facebook, sia in grado di selezionare i contenuti sulla base degli interessi espressi dall’utente, esso tuttavia non è progettato per mettere quest’ultimo in condizione di trovare esattamente quello che cerca: proprio perché l’obiettivo di Facebook è quello di mantenere gli utenti il più a lungo possibile all’interno della piattaforma, l’utente è costretto a scrollare innumerevoli volte il proprio feed prima di trovare un contenuto – di informazione, di intrattenimento, di approfondimento, di eccitazione – che soddisfi appieno il suo interesse. In questo senso, l’uso dei social è quanto di più sconveniente vi sia in termini di ottimizzazione e gestione del tempo.

La mancanza di programmazione, infine, fa il resto, lasciando l’utente con la sensazione che, se aspetta ancora un poco, potrebbe imbattersi in quello che finora non ha ancora trovato.

L’imprevedibilità, l’elemento nuovo rispetto alla programmazione televisiva, se da un lato è alla base del successo dei social, dall’altro richiede una grandissima perdita di tempo: anche quelli che dichiarano di usare i social solo come strumento di informazione sono costretti a dedicarvi molto più tempo di quanto dedicherebbero alla lettura di un giornale o alla visione di un film, per raggiungere il proprio scopo.

L’accesso all’informazione, tuttavia, non è mai stato gratuito: con i social paghiamo in tempo (e in dati personali) quello che un tempo avremmo pagato in denaro, acquistando un giornale, o in spostamenti a piedi o in bolletta telefonica, per entrare in contatto con i nostri amici e i nostri parenti di cui volevamo avere notizie.

Se è vero che la maggior parte dei media sono consultabili gratuitamente online, nondimeno la crisi del loro modello di business riduce la loro capacità economica di cercare e produrre notizie.

Queste ultime, poi, spesso vengono diffuse sui social prima ancora che dai media, oppure si creano proprio all’interno dei social stessi: politici, economisti, intellettuali, persone informate sui fatti sempre più spesso usano i social come primo canale di espressione, disintermediando i media in cambio di una visibilità immediata e potenzialmente “virale”.

Per non parlare di situazioni di emergenza, come nel caso del recente terremoto che ha colpito il Centro Italia: è allora che l’utente non presente sui social sente maggiormente il bisogno di iscriversi, per sapere in un attimo se i propri amici stanno bene (con Safety Check di Facebook) o seguire in tempo reale l’evolversi della tragedia, disponendo su Twitter di un numero di fonti “di prima mano” maggiore rispetto a quelle raccolte dal telegiornale della sera.

Infine, se è vero che il continuo confronto con gli altri può portare individui più sensibili a uno stato simil-depressivo, esiste un aspetto positivo dell’“invidia” verso gli altri che è quello che ci stimola a fare del nostro meglio: i social media pullulano di storie esemplari, ignorate più o meno di proposito dai media, che possono costituire un modello da seguire per giovanissimi e non.

I social sono i primi provider al mondo di identità digitali collettivamente verificate

L’informazione che serve all’individuo non si limita alle sole notizie: solo i social sembrano essere, in questo momento, in grado di liberare tutto il potenziale inespresso della conoscenza collettiva.

Per quanto esistano piattaforme verticali come TripAdvisor che offrono alle persone la possibilità di recensire un dato luogo o servizio, non c’è nulla come Facebook e Twitter  che offra agli utenti la possibilità di ottenere da altri utenti di pari credibilità una doppia verifica sulla qualità di un luogo, della sua popolarità, o di esprimere la propria opinione a beneficio degli altri. Un conto è leggere il commento lasciato da un utente di TripAdvisor con il quale non si ha nessuna connessione in comune, un altro è leggerlo da un amico di amici di Facebook.

Anche quando non c’è nessun commento, si ricava comunque una informazione: siamo naturalmente portati a pensare che non dovremmo avere cattive sorprese, se nessun’altro dotato di credibilità le ha segnalate prima di noi.

Insieme alla perdita di informazioni, un altro svantaggio del vivere senza social è quello, meno evidente, del generare un’inutile dose di sospetto nel prossimo: l’esigenza di mostrarsi “trasparenti” non è più un imperativo solo per la classe dirigente o per le aziende.

Ormai tutti i datori di lavoro, i partner o i clienti potenziali sono soliti sbirciare nei nostri profili social prima di accordarci la fiducia di un incontro, di un contratto. Solo i social media storici, in questo momento, sono riusciti a creare identità digitali credibili e collettivamente verificate (più Facebook e LinkedIn di Twitter, forse, e questa è una delle cause della crisi di quest’ultimo).

Se “l’identità è la nuova moneta”, chi non ha un social si ritrova con un’identità dimezzata. Il timore di venire dimenticati combacia con il rischio di non venire presi sufficientemente in considerazione.

I social media ci offrono gratuitamente la possibilità di trasferire la nostra identità fisica nell’ambiente digitale, salvo poi decidere arbitrariamente le regole del gioco e lasciare a noi tutta la fatica di gestire la nostra vita digitale.

Non voglio dilungarmi oltre su quello che viene perso da quanti non sono presenti sui social (offerte di lavoro pubblicate su LinkedIn, eventi organizzati su Facebook, servizi finanziari fruibili tramite Messenger). Sicuramente, le loro ragioni sono altrettanto forti di quelle che ho elencato ora.

È vero, i social sono una perdita di tempo, nel momento in cui è il nostro tempo quello che decide della sopravvivenza dei social stessi in quanto aziende for-profit: è la moneta che paghiamo loro per poter avere un’identità e una credibilità digitale, con uno sforzo inferiore a quello richiesto a un blogger, un utente di forum o di piattaforme collaborative che rinuncia all’anonimato, o a una persona già famosa.

Vivere senza social comporta, al contrario, un costo non indifferente: quello di ricominciare da zero.