Il saggio breve “Salvare i media” di Julia Cagé (in foto) è un coraggioso tentativo di individuare un modello di business più equo per i giornali online: eppure, il futuro del giornalismo potrebbe essere slegato dalla sopravvivenza dei giornali così come li abbiamo conosciuti fino ad oggi.

 

Paywall, abbonamenti online, crowdfunding, cooperative, fondazioni, no profit, native advertising, banner e condivisione degli utili con le grandi piattaforme social di distribuzione di contenuti: i giornali online le stanno provando davvero tutte in questi anni per massimizzare i propri profitti e rendere sostenibile il business dell’informazione, dando per scontata una crisi ormai irreversibile del modello basato sulla carta stampata.

Eppure, la soluzione è ancora là da venire: è di questa settimana la notizia che il Guardian ha accumulato perdite per 173 milioni di Euro nel solo 2015, quasi il triplo di quanto previsto.

Una cifra record, l’ultima prova del fatto che un progetto giornalistico online di assoluta qualità, con una platea di lettori potenzialmente mondiale, non può in questo momento storico pensare di sostenersi sui solo introiti pubblicitari.

La pubblicità come garante della libertà di stampa è un’illusione – scrive Julia Cagé, professoressa di Sciences Po a Parigi, nel suo libro “Salvare i media. Capitalismo, crowdfunding e democrazia” tradotto in Italia da Bompiani – al giorno d’oggi oggi la pubblicità non è più in grado di tenere in vita i mezzi d’informazione”.

Julia Cagé allo IULM

Il libro di Julia Cagé è uno dei tentativi più lucidi e coraggiosi di individuare, in un mondo segnato dalla moltiplicazione di notizie e dallo strapotere di social media e motori di ricerca sul rapporto tra giornali e lettori, un modello di business stabile e in grado di assicurare l’indipendenza dei media rispetto al potere politico e a quello di pochi potentati economici.

Un modello, in sostanza, che sia equidistante “dall’illusione ipercooperativa (un uomo=un voto) e dall’illusione ipercapitalistica (con un’onnipotenza smisurata dei grossi azionisti)”.

Una volta certificato il fallimento o l’irrilevanza dei tentativi di applicare i vecchi modelli basati sulla sola pubblicità o sul paywall, il modello proposto da Julia Cagé per i media si configura come una via di mezzo tra fondazione e società per azioni.

Il modello della studiosa francese ricava da quello della fondazione la perpetuazione del capitale e la valorizzazione dell’informazione come servizio pubblico, e non come massimizzazione del profitto a scapito della qualità, e dal modello della società per azioni  la diversificazione della proprietà, l’avvicendamento degli attori, la democrazia nell’assunzione delle decisioni. “A patto – scrive – di limitare il potere dei maggiori azionisti”.

 “La chiave di tutto – spiega Cagé – sta nel mancato rispetto della regola della proporzionalità un’azione=un voto. Oltre una determinata soglia di partecipazione (che potrebbe essere dell’ordine del 10%del capitale) i diritti di voto crescerebbero in proporzione minore rispetto all’apporto di capitale. Mentre lettori, dipendenti e crowdfunder che recheranno individualmente meno dell’1% del capitale potranno raggrupparsi in associazioni. I crowdfunder si trasformerebbero da mecenati in azionisti tout court, senza ottenere contropartite finanziarie, ma avendo voce in capitolo per dire la loro sui grandi cambiamenti strategici e sulle decisioni chiave”.

Ed è proprio su questo punto che, secondo me, il modello di Julia Cagé mostra tutti i suoi limiti: su quali ricerche o considerazioni si può dedurre che la partecipazione dei lettori alla definizione della strategia editoriale dei giornali possa condurre a risultati migliori, dal punto di vista della qualità delle informazioni, dell’influenza indiretta o diretta esercitata dai grandi azionisti?

I lettori sanno davvero che cosa vogliono dai giornali?

I giornali sono una tipologia di prodotto estremamente difficile da descrivere, e che per questo motivo si adattano così di malavoglia al loro statuto d’impresa privata e ai nuovi modelli di business nati con Internet e che prevedono un’aderenza quasi totale al “qui e ora” dei consumatori.

I giornali appartengono al loro pubblico, nella misura in cui assolvono verso quest’ultimo un dovere di informazione, ma per compiere fino in fondo il proprio lavoro devono anche essere in grado di “andare contro” i propri lettori, diffondendo storie e opinioni che la maggior parte di essi farebbe volentieri a meno di conoscere per non vedere infrante le proprie certezze.

In questo senso il modello di Julia Cagé rischia di essere una riproposizione, pur se più adattativa, dei modelli cooperativi che non sono mai riusciti a garantire la sopravvivenza dei quotidiani maggiori: la massa dei lettori-azionisti potrebbe essere altrettanto invasiva, arbitraria e volubile di quella dei grandi azionisti storici e dei padri-padroni.

Salvare i media, o salvare i giornalisti?

Allargando il discorso, mi sembra che tutta l’argomentazione di “Salvare i media” si basi su un principio che è già stato messo ampiamente in discussione dai fatti: quello della coincidenza tra media storici (giornali, radio, televisione) e giornalismo/informazione di qualità.

È in atto da tempo un processo di smaterializzazione dei giornali, accelerato dalla prevalenza accordata ai social media di tutto il mondo al singolo utente piuttosto che al brand che decide di esservi presente.

Nell’era di Internet, istituzioni come quelle dei giornali hanno ormai perso una parte del loro senso esistenziale, e non solo perché molti di essi hanno rincorso inutilmente i click “facili” senza curarsi della qualità del proprio contenuto.

La sopravvivenza dei giornali non viene più giustificata da un abbattimento dei costi di pubblicazione e distribuzione delle news, nel momento in cui ogni giornalista può pubblicare da ogni parte del mondo l’articolo sul sito del giornale o sul proprio blog, e diffonderlo sui social dove migliaia di utenti potenzialmente interessati a quell’argomento possono contribuire alla sua verifica o smentita.

Mai come oggi il mestiere del giornalista richiede grande specializzazione e massima disponibilità a dialogare ed educare il proprio pubblico di lettori: ogni giornalista è un publisher completo, nella misura in cui riesce a gestire – da solo o in collaborazione con i colleghi – il flusso di ricerca, creazione dei contenuti, la loro distribuzione e aggiornamento. I giornalisti hanno già dimostrato di poter compiere il proprio mestiere a prescindere dalla presenza di un giornale.

Tutto questo si traduce ovviamente in minor tempo a disposizione per il lavoro giornalistico effettivo, ma nondimeno è scontato pensare che per un professionista dell’informazione la coltivazione di un rapporto diretto con la propria community di lettori online possa contribuire a creare una fonte di revenue, sia monetaria sia di informazioni di prima mano, alternativa a quella dei media datori di lavoro. Internet può essere, se usata correttamente, una fonte di notizie a sé stante che richiede tempo e risorse per poter essere sfruttata.

In presenza di un evento di portata mondiale, come il tentativo di colpo di Stato in Turchia o gli attentati terroristici di Parigi, il lettore oggi passa quasi senza accorgersene da Twitter, ai siti dei quotidiani, alle pagine Facebook dei giornalisti e ai profili dei propri amici, operando spesso da solo quel lavoro di fact-checking che dovrebbe essere appannaggio dei soli giornalisti.

Se i giornali hanno perso da tempo il controllo sull’origine dell’informazione, mai come ora le persone hanno bisogno di professionisti autorevoli e preparati che controllino al posto loro la veridicità delle informazioni, ogni giorno sempre più abbondanti e falsificabili.

La domanda vera non è se i media possono essere salvati, ma se possono esserlo i giornalisti, in assenza di un’azienda che dia loro di che vivere e che sia in grado di sobbarcarsi gli enormi costi di creazione delle news e di tutela dai possibili contraccolpi legali.

Modelli di business per giornalisti e un’asta permanente per le news

Per quanto riguarda la copertura dell’informazione quotidiana – nuovi prodotti, servizi, aziende, idee e contenuti – è possibile che modelli pubblicitari come quelli di Google AdSense potrebbero consentire già oggi a più di un giornalista di ricavare di che vivere dai propri articoli pubblicati sul proprio sito: in questo senso, ogni giornalista potrebbe fare impresa a sé, specializzandosi in un determinato argomento e coltivandosi una propria community di lettori e, alla bisogna, collaboratori o fonti.

Per quanto riguarda contenuti più complessi, come le inchieste o i reportage, vedo ampi margini di miglioramento nello sviluppo – a partire dalla de-strutturazione dei media generalisti – di piattaforme editoriali online-first, fortemente specializzate, e basate su una stretta collaborazione tra giornalisti ed informatici, alla ricerca del miglior equilibrio possibile tra qualità dell’informazione e la sua accessibilità.

In sostanza, si tratterebbe di applicare al giornalismo il modello delle startup tecnologiche, riducendo i costi di struttura, ricorrendo a modalità di lavoro in teleconferenza o in strutture di coworking, semplificando al massimo la catena di comando e i ruoli non strettamente operativi, specializzandosi in un determinato settore, potenziando le capacità digitali di ogni singolo giornalista, e aprendo il capitale a una serie di medi e piccoli azionisti selezionati sulla base delle loro competenze editoriali e manageriali.

A fronte di ricavi (in una prima fase) molto contenuti, queste piattaforme potrebbero ambire a una rilevanza decisionale nella formazione dell’opinione pubblica che i media generalisti hanno ormai perso di vista da tempo.

Queste nuove piattaforme editoriali ultra-performanti e ultra-specializzate prenderebbero il posto dei giornali online attuali, il cui approccio generalista è già ampiamente sorpassato dai social media, sopravvivendo con un minor numero totale di lettori ma una qualità complessiva dell’informazione più alta, che consentirebbe di innalzare le tempistiche di sessioni e il potenziale di diffusione delle news, e di conseguenza del valore del singolo lettore per gli inserzionisti, con ricadute positive per l’intero comparto dell’informazione.

In previsione di una inevitabile parcellizzazione del lavoro giornalistico, si potrebbe addirittura pensare a una sorta di “asta permanente” e in tempo reale delle news e dei contenuti giornalistici.

Attraverso quest’asta – gestita da una o più piattaforme semi-automatizzate – le nuove piattaforme editoriali potrebbero assicurarsi volta per volta, in esclusiva, i contenuti migliori prodotti da un numero variabile di contributors, o da consorzi di giornalisti specializzati in inchieste come il Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi, senza legare necessariamente il nome di un giornalista a una singola testata. In quest’ottica, non sarebbe più la testata a dare valore al singolo giornalista, ma il contrario, così come già oggi avviene sui social media.

I singoli giornalisti e consorzi potrebbero così scegliere se pubblicare la news sul proprio blog, monetizzandovi grazie alla pubblicità o a una campagna di crowdfunding preventiva e individuale, o proporla per un’asta provando ad assicurarsi guadagni maggiori e una maggiore autorevolezza data dal fatto di essere stati scelti in mezzo ad altri contributor di altissima qualità.

In questo modo ne beneficerebbe sia la varietà di opinioni sia il ricircolo degli argomenti sulle stesse testate, con buona pace dell’irremovibilità di certe “firme storiche” e dell’immutabilità dei media, così come li abbiamo conosciuti fino ad oggi.

Jacopo Franchi

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