Alla ricerca di un punto d’incontro tra arte, tecnologia e talento: intervista a Bruno Zamborlin founder di Mogees, la startup che trasforma il mondo in musica.

Millenni prima dell’invenzione della scrittura, del telefono, della televisione, i nostri antenati si raccoglievano di notte attorno ai fuochi per esprimere le loro emozioni, pensieri e vicissitudini attraverso il rimbombo di cavità d’albero e altri oggetti inanimati di cui era prodiga la natura.

La musica era, insieme alla pittura rupestre, il primo linguaggio dotato di senso, intuibile dalla maggior parte delle persone e alla portata di tutti.

Con la proliferazione degli strumenti musicali, la musica intesa come mezzo d’espressione è diventata nel corso dei secoli sempre più elitaria, a tratti autoreferenziale: in pubblico, solo gli individui dotati di una certa padronanza degli strumenti musicali sono oggi autorizzati a esprimersi senza rischiare il ridicolo.

Un po’ come se, per parlare in pubblico, ci vergognassimo di non essere dei Cicerone o degli esperti affabulatori televisivi: il musicista non è più colui che produce musica tout court, ma colui che sa suonare (bene) un determinato strumento.

È alquanto curioso, infatti, che i social media più importanti al mondo – Facebook, Instagram, Twitter – non contemplino l’opzione di pubblicare direttamente un file audio, oltre a testi, foto e video: come se la musica non fosse più un canale d’espressione comune a tutti gli uomini, ma appannaggio di una ristretta cerchia di professionisti, gelosi della loro arte sublime.

Eppure, mai come oggi le necessità dell’industria musicale portano alla ribalta produzioni musicali di livello scadente, indistinguibili le une dalle altre, quando non spudoratamente copiate: al punto che viene spontaneo chiedersi “se ci è riuscito anche lui, perché io non potrei…”.

Un fenomeno, quello dell’espressione artistica che viene dal basso, che i social maggiori non sembrano ancora voler cavalcare per quel che riguarda la musica, e che sta facendo la fortuna di startup come Mogees.

Mogees, creata dal mio coetaneo Bruno Zamborlin nella Londra pre-Brexit, è una startup che produce e commercializza un particolare sensore in grado di trasformare in suoni musicali le vibrazioni dell’oggetto a cui viene applicato, il tutto collegato a uno smartphone.

Mogees offre a chiunque, in qualunque luogo e in qualunque momento, la possibilità di produrre un suono musicale attraverso l’interazione con il mondo esterno: grazie al software di Mogees, il suono prodotto dagli utenti alle prime armi viene migliorato (un po’ come avviene per i filtri di Instagram), accompagnandoli progressivamente fino a migliorare le loro capacità di espressione artistica.

Qualche musicista professionista avrà già storto il naso, arrivato a questo punto, mentre qualche lettore potrà avere dei legittimi dubbi sulla propria capacità di produrre un suono musicale dotato di senso, da un bicchiere o da un tavolo di legno: per questo ho deciso di intervistare direttamente Bruno Zamborlin, founder di Mogees e alla sua terza campagna di fila di successo su Kickstarter, per capire in che modo l’espressione artistica possa trovare nuove opportunità grazie alla tecnologia.

 

 

 

 

Qual è la vera innovazione portata da Mogees, nel campo della tecnologia applicata alla musica?

Credo che l’intuizione vincente di Mogees consista nel riutilizzare, in chiave musicale, le conoscenze che possediamo sul mondo degli oggetti: conoscenze che possiede sia un bimbo di dieci anni, sia un adulto che non ha mai pensato di poter esprimere compiutamente il suo talento musicale. Siamo un po’ l’Augmented Reality della musica.

In tanti hanno provato ad abbassare le barriere all’ingresso per fare musica, cercando un punto d’equilibrio tra la complessità degli strumenti e la semplificazione della loro fruizione. In questo modo, tuttavia, si riducono le capacità espressive dell’utente e il loro controllo sulla musica creata.

Con Mogees abbiamo creato il primo ibrido tra uno strumento acustico e uno digitale, dal punto di vista dell’interazione con gli oggetti: con un sintetizzatore analogico, così come con un’app di un telefono, si verifica una disconnessione tra il gesto che fai e il suono che ottieni (i tasti e le manopole sono tutte uguali, indipendentemente dall’effetto che producono nel suono generato), mentre con Mogees un oggetto di metallo avrà una risposta sonora diversa a seconda che io lo stimoli con il palmo della mano o con un dito.

La tecnologia di Mogees in questo senso fa da paracadute, consentendo agli utenti alle prime armi di rendere il suono quanto più armonioso e corrispondente alle azioni che fanno.

Come fanno alcuni social molto settoriali come Instagram, anche Mogees tira fuori il nostro lato creativo, automatizzando una serie di passaggi per rendere il processo creativo stesso più semplice e immediato.

Ti senti più un artista della tecnologia, o un tecnologo dell’arte?

A dir la verità, non so nemmeno se posso essere considerato un artista. Mi vedo più come un liutaio, qualcuno che costruisce uno strumento artigianale – che si adatta cioè ai bisogni del suo possessore – che chiunque può usare per creare dell’arte, in questo caso musicale.

Un bambino che impara a suonare con Mogees, prenderà mai in mano un “vero” strumento?

Se insegniamo ai bambini che suonare uno strumento è prima di tutto un’espressione di sé, la tipologia di strumento acquisirà sempre meno importanza.

Dopotutto i musicisti hanno da sempre usato la tecnologia: qualunque strumento è una tecnologia, creata da un “liutaio” e perfezionata dal dialogo tra il suo creatore e l’artista che l’ha utilizzata. Ma nessuno si sognerebbe mai di affermare che una chitarra è meglio di un pianoforte.

Come “liutaio” della tecnologia cerco di seguire la regola del “low entry fee with no ceiling on virtuosity”: cerco cioè di costruire strumenti dall’utilizzo immediato che permettano allo stesso tempo di diventare veri virtuosi se ci si dedica abbastanza tempo.

Mogees consente di imparare una serie di skill che facilitano l’apprendimento di qualunque altro strumento. Le app di Mogees creano un percorso di apprendimento che dapprima ti insegna a tenere il ritmo, poi a mantenere il tempo di canzoni più complesse di generi provenienti da tutto il mondo, fino a quando non sarai in grado di comporre da solo una melodia.

Il fatto che siamo usciti dapprima con la versione Pro, per musicisti già esperti, e poi con la versione Play, per chi è alle prime armi, è un esempio di come si possa diventare dei virtuosi anche con uno strumento come il nostro: l’importante è che il controllo rimanga totalmente nelle mani dell’utente.

Dove finisce la tecnologia, e dove inizia il talento?

Entrambe le cose vanno di pari passo. Il nostro è un metastrumento, uno strumento per creare strumenti a partire da qualunque cosa intorno a noi, che aiuta ad apprendere la musica attraverso la sua continua sperimentazione.

Fin dall’inizio agli utenti di Mogees viene chiesto di scegliere su quale oggetto appoggiare il sensore: si tratta di una scelta artistica, che non segue alcuna regola predefinita.

È come quando devi imparare ad andare in bicicletta: a poco a poco vengono tolte le rotelle di appoggio, ma continui a muoverti sulla stessa bicicletta.

Che cos’è il talento, per te?

Siamo sempre stati abituati a vederlo come qualcosa di speciale, ma in realtà penso che vi sia una qualche forma di talento diverso in ciascuno di noi, che il sistema educativo spesso tende a omologare. Credo che il talento, quello vero, coincida con l’abilità di esprimersi e di farsi riconoscere dagli altri in modi unici ed originali. Questo è il concetto che cerco di far uscire con i miei prodotti.

Tra i motivi del successo di Instagram, vi è l’aver dato a tutti la possibilità di sentirsi fotografi, sostenuti e rafforzati in questo dal feedback immediato degli altri. Quanto conterà l’integrazione con i social media e i feedback degli altri utenti, per il successo e la diffusione di Mogees?

Siamo ancora in fase di studio, su questo aspetto: credo che quello che le persone vogliono condividere non sia tanto la musica in quanto tale, ma l’esperienza tramite la quale hanno prodotto quella musica. A quel punto, se bisogna condividere il video, diventa anche un discorso pratico, su come favorire la registrazione video, soprattutto da cellulare, di una performance musicale.

Finora i social media si sono riempiti di parole, immagini e video: arriverà il giorno in cui tutti potranno esprimersi con una melodia di trenta secondi che svela il loro stato d’animo di quel momento, senza bisogno di parole?

Citando “Fear of Music – Why people get Rothko but don’t get Stockhausen” di David Stubbs, credo che la musica si evolva nella dimensione del tempo, andando contro l’eterno presente del flusso dei social. Ci piacere mantenere il controllo del tempo che spendiamo a guardare una certa foto, che il più delle volte si limita ad una manciata di secondi. La musica invece è fatta per essere ascoltata mentre stai consumando un’altra esperienza, che sia questa cucinare in casa o guardare qualcuno suonarcela dal vivo ad un concerto.

Forse il punto di contatto con i social consisterà nella brevità, e allora dovremmo ripensare il concetto di canzone fino a creare una stessa unità invariabile, ma più ridotta, adatta a essere fruita nel tempo che dedichiamo a un contenuto pubblicato sui social: una sorta di “tweet” musicale.

Se un giorno i robot dovessero creare una musica gradevole, come faremo a distinguerla quella creata da un uomo? E avrà ancora senso operare questa distinzione?

Il fatto che una macchina, o un algoritmo, possa lavorare al posto nostro è meraviglioso, ci consente di risparmiare tempo da dedicare al processo creativo.

Già oggi i computer possono fare musica per gli uomini, e imitare lo stile di un famoso compositore del passato, o del presente. Ma l’esperienza della musica è qualcosa che va al di là di un file audio.

Secondo me la bellezza della musica non risiede nella musica stessa, ma nell’idea artistica che c’è dietro: non si tratta solo di chiudere gli occhi e ascoltare. Penso che la bellezza di un prodotto artistico rimarrà per sempre legata alla presenza dell’uomo.

Intervista a cura di Jacopo Franchi