24/7 è molto più di un numero: è il manifesto su cui si fonda la nostra società, l’impossibile ideale di un “superuomo” in grado di lavorare, consumare e rimanere connesso 24 ore su 24, sette giorni su sette. “Perché mai dovremmo essere contrari a nuove sostanze che potrebbero metterci in grado di lavorare fino a cento ore di seguito? Tempi più flessibili e ridotti da dedicare al sonno non potrebbero offrire una maggiore libertà personale?”.

Appunti, idee e suggestioni da “24/7”, ultimo libro di Jonathan Crary pubblicato in Italia da Einaudi.

 

Un ruolo di primo piano nel passaggio dal Medioevo all’Età Moderna è da ricondurre alla scoperta e la diffusione su scala continentale dell’illuminazione elettrica. Provate a immaginare quanto dovesse apparire terribile la notte ai nostri antenati, alla luce di una tremolante candela circondata dalle ombre che disegnavano strane e orribili figure sui muri. Il sonno, a quei tempi, costituiva un riposo e una via di fuga dal terrore di un mondo diventato, come ogni notte, invisibile e pericoloso. Solo i ladri, gli assassini, i soldati o i ricchi potevano permettersi di attraversare il regno della notte senza timore di perdersi. Per millenni le tenebre sono state la prima causa scatenante del fiorire di leggende, superstizioni, religioni e fantasmi che hanno rimandato per lungo tempo l’affermarsi della razionalità e l’espandersi delle attività umane oltre i limiti stabiliti dagli elementi naturali. “Il sonno è una traccia, per quanto invisibile, onnipervasiva delle condizioni di vita pre-moderne – l’universo del mondo agricolo – mai del tutto superate e che ormai da quattro secoli sono in via di sparizione”.

Arkwright's Cotton Mills by Night
“Arkwright’s Cotton Mills by Night”, Joseph Wright

“Con la Prima Rivoluzione Industriale scompare

ogni distinzione tra il giorno e la notte”

 

Uno dei dipinti che marca il passaggio tra la fine di una distinzione netta tra il giorno e la notte è “Arwright’s Cotton Mills by Night”. All’interno di un paesaggio lunare bucolico e ancora per la maggior parte avvolto nell’oscurità, il cotonificio con le sue finestre illuminate appare come una fortezza impenetrabile da qualunque cambiamento nelle condizioni climatiche o temporali: al suo interno, una folla di esseri umani si affanna attorno alle macchine da lavoro, in una produzione continua e inarrestabile che può essere rallentata solo dall’esaurirsi delle materie prime o dal venir meno della domanda del mercato. Il dipinto, secondo l’autore di “24/7”, è una delle prime testimonianze storiche del venir meno di ogni distinzione tra il giorno e la notte dal punto di vista del lavoro.

“Il sonno prolungato diventa un segno di deficit intellettivo”

Alla metà del XVII secolo il sonno cominciò a sganciarsi dalla solida posizione che aveva occupato nel contesto ormai anacronistico della cultura aristotelico-rinascimentale – scrive Jonathan Crary nel primo capitolo di “24/7” – Il suo attrito con le nozioni moderne di produttività e razionalità risultò per la prima volta evidente, tanto che Cartesio, Hume e Locke erano solo alcuni dei filosofi che tendevano a screditarlo per la sua irrilevanza nel funzionamento del pensiero o nella ricerca della conoscenza”.

Il sonno, quale momento di assoluto riposo e di impossibilità a svolgere una qualunque funzione produttiva per la società, acquisisce nel breve volgere di qualche decennio un carattere fortemente negativo, quando non segno evidente di un deficit intellettivo: il sonno prolungato è un privilegio, se è possibile chiamarlo tale, di emarginati, fannulloni, idioti, malati, anziani, bambini e animali da compagnia. “Chi dorme non piglia pesci”: anche perché i pesci, si sa, non dormono mai del tutto.

“Il mondo digitale non dorme mai, non inizia e non finisce”

Dopo la scoperta della macchina a vapore, l’avvio della produzione di massa e l’ingresso dei computer nelle fabbriche, assistiamo in questi anni all’avvio della Quarta Rivoluzione Industriale, definita dal l’ultimo report del Politecnico di Milano come la digitalizzazione delle fasi di produzione e supply chian management. La produzione di oggetti, ma ancor di più quella di beni o servizi,  da tempo non è più legata a uno specifico luogo produttivo, spazialmente diverso e lontano dai luoghi destinati alla vita privata e all’ormai mitico tempo libero. La gratuità delle più importanti piattaforme online di aggregazione di contenuti (Facebook, Google, i siti di news generalisti) rende possibile a chiunque, che sia fisicamente in grado di allacciarsi a una rete wi-fi, di poter fruire in ogni istante e in ogni luogo del prodotto dell’attività altrui: sia essa un’immagine, un video, un consiglio d’acquisto o un’informazione. Non a caso Eric Schmidt, alla fine degli anni Novanta, aveva già previsto che il XXI secolo sarebbe stato caratterizzato dalla “economia dell’attenzione”, dove le aziende dominanti avrebbero dovuto competere tra loro per assicurarsi il maggior numero possibile di “bulbi oculari”.

Solo il sonno, in questo mondo perennemente connesso, fa difetto”

 

La digitalizzazione dei beni e servizi non è più solo un fenomeno legato alle attività produttive, ma interessa anche quella parte di esistenza che fino a poco tempo fa era rimasta al di fuori dalle possibilità di sfruttamento delle attività economiche. Solo il sonno, in questo mondo perennemente connesso, fa difetto: “È ormai trascorsa l’epoca in cui contava soprattutto l’accumulazione degli oggetti. Ora i nostri corpi e le nostre personalità assimilano soprattutto una mole in continua espansione di servizi, immagini, procedure, sostanze chimiche, fino a livelli di tossicità che spesso si rivelano fatali. Il sonno, in questo senso, si pone come un’incongrua eccezione, una vera e propria area di crisi nell’attuale globalizzazione. Per quanto sconvolgente e inconcepibile sia, la verità è che non se ne può estrarre alcunché di valore”.

“L’uomo di oggi sperimenta continue, deludenti uscite dal proprio bozzolo digitale”

 

Il sonno è l’ultimo e unico limite, imposto dalla biologia, al trasferimento completo di ogni attività, piacere e pensiero umano nel Nuovo Mondo digitale. “La diffusione di massa della televisione negli anni Cinquanta fu un momento di svolta nel processo di appropriazione da parte del mercato di tempi e spazi precedentemente liberi […] L’esperienza della vita quotidiana oggi è fatta di frequenti e repentine uscite dalla propria ‘bolla’ o bozzolo digitale, in cui vige una forma onnicomprensiva di controllo personalizzato verso il mondo della vita contingente, in sé refrattario a ogni tipo di manipolazione”. Il mondo digitale è onnipresente, vi si può accedere in qualunque momento del giorno e in qualunque luogo grazie allo straordinario successo dei dispositivi mobili connessi alla Rete, e la possibilità di acquistare oggetti o di consumare informazioni non conosce più alcun limite imposto dalle esigenze di riposo degli individui o dalla manutenzione delle macchine e dei luoghi produttivi e di vendita.

“Il passaggio dalla Rete al mondo fisico comporta un momentaneo spaesamento,

lo stesso che viviamo dopo esserci risvegliati da un lungo sogno”

 

L’accesso alla Rete non è più confinato in determinati momenti del giorno (al lavoro, in casa, da un dispositivo fisso) ma avviene continuamente, in maniera compulsiva, determinando forme di spaesamento più o meno evidenti ogni qualvolta un evento esterno imprevisto ci fa “ritornare” con la mente al nostro mondo fisico e per forza di cose soggetto alle stessi leggi che governano la nostra biologia: “inevitabilmente occorre un breve intervallo prima che il mondo si ricomponga, nelle forme e nell’aspetto consueto, cui solitamente non si fa caso. Si avverte allora un certo smarrimento, per cui l’ambiente in cui ci si trova – la propria stanza, per esempio, e ciò che essa contiene –appare opaco e opprimente nella sua materiale concretezza, nella sua goffa imperfezione e caducità, ma anche nella sua inflessibile renitenza a essere spento con un semplice clic. Si coglie in questi particolari istanti il divario che intercorre tra la sensazione della propria illimitata connettività elettronica, e gli inaggirabili vincoli della propria costituzione fisica, segnata dal limite”.

“L’uomo 24/7 esiste già, e non è una conseguenza di nessun disegno razionale:

sono le nostre identità fittizie e inanimate”

 

Appare evidente come siano sempre più indebolite e limitate le capacità di resistenza del singolo individuo alle forze esterne, volontarie o meno, che lo vorrebbero sempre connesso, onnivoro consumatore di qualunque alimento digitale che social e motori di ricerca gli forniscono senza tregua (e non è un caso che tra le prime cause dell’insonnia sia l’utilizzo prolungato, fino ai confini del sonno, di dispositivi digitali).

Eppure l’uomo “24/7” da tempo non è più una creatura avveniristica, ma una presenza diffusa nella società e sempre più difficile da distinguere dalle persone “normali”. Se risulta difficile credere a una qualche forma di “disegno globale” distopico e repressivo (e in questo insistere su una presunta razionalità di fondo del sistema capitalistico il libro di Crary manifesta tutto il suo limite) nondimeno è preoccupante notare come nel breve volgere di pochi anni sia diventato imperativo, per la stessa sopravvivenza dell’individuo quale persona sociale, avere non uno, ma più alter ego digitali: “ciascuno di noi, sui social network, diventa un sito costantemente disponibile alla raccolta di dati e alla sorveglianza. Si accumulano in Rete una varietà di identità fittizie che sussistono 24/7 a prescindere dal sonno, permanenti, inanimati simulacri piuttosto che estensioni dell’Io. Il termine ‘inanimato’ in questo senso non si riferisce, letteralmente, all’assenza di movimento, ma alla simulazione di un abbandono dagli impacci dell’esistenza concreta”.

 

Voi che ne pensate? Ce n’è abbastanza da non dormirci la notte.

 

 

24/7 jonathan crary
“24/7”, Jonathan Crary