Appunti e riflessioni su “Identity is the new money” di David Birch. Già oggi l’identità digitale serve da moneta d’accesso per una varietà di servizi: sarà così anche per l’insieme delle nostre attività economiche, politiche e sociali?

Articolo pubblicato su AdvisorOnline

Immaginate un mondo in cui la vostra richiesta di un mutuo per la casa potrebbe venire accettata o rifiutata nello spazio di poche frazioni di secondo da un software dotato della chiave d’accesso al vostro grafo sociale.

Riuscite a farlo? Bene, ora pensate a quello che potrebbe succedere se la vostra richiesta fosse rifiutata, perché la vostra reputazione digitale non soddisfa i requisiti del software. A quel punto, avrete tutta ragione di rimproverarvi per aver accettato l’amicizia di persone così poco raccomandabili sul vostro profilo Facebook. Assurdo? Solo per ora.

Il libro di David Birch, “Identity is the new money”, tradotto in italiano da Laterza in collaborazione con CheFuturo!, è come molti altri del suo genere un testo scritto per stupire ma che in realtà ottiene l’esatto opposto: ci fa dubitare che l’attuale élite di tecnici competenti in materia digitale (e Birch lo è sicuramente, a giudicare dal suo curriculum) sia anche in grado di elaborare soluzioni che siano inclusive, e non esclusive di una parte della società.

Non solo al giorno d’oggi possiamo accedere  a una serie di servizi attraverso i nostri profili social, ma la nostra reputazione online influenza in maniera indiretta ma sostanziale i nostri presenti e futuri datori di lavoro, colleghi, amici e soci in affari.

Per accedere a nuove opportunità – lavorative, turistiche, culturali, commerciali –  siamo costretti a cedere una parte dei dati personali che ci rendono riconoscibili in Rete e di cui le imprese tecnologiche si dimostrano essere abili commercianti (basti pensare al valore che è riuscita a raggiungere LinkedIn agli occhi del suo acquirente, nonostante un drammatico crollo in borsa a inizio a anno e un modello di business ancora instabile).

Cediamo la nostra mail in cambio di uno sconto su un prodotto o un servizio, le informazioni sulla nostra geolocalizzazione in cambio di un servizio come Google Maps, informazioni sulla nostra carriera professionale in cambio di una vetrina di visibilità su LinkedIn, i nostri momenti di vita privata in cambio di un profilo su Facebook con cui rimanere in contatto con amici e parenti.

Già oggi la nostra identità digitale, o quell’insieme di attributi che contribuiscono a circoscriverla (l’indirizzo mail, l’indirizzo IP, i profili social…), è una delle monete di scambio di uso corrente in Rete. Ma la sfida lanciata da Birch va oltre questo stato di cose frammentato: “perché non dovrei poter usare la mia identità su Facebook per collegarmi alla previdenza sociale?” si domanda l’autore del libro.

 “Il telefono cellulare è al centro di questa rivoluzione – continua Birch–  L’identità basata sui telefoni cellulari ormai è più sicura di quella basata sulle carte […] quando dico che il nuovo denaro è l’identità, va inteso in senso letterale: nella nostra società online l’evoluzione dell’infrastruttura dell’identità renderà superflua la circolazione di un mezzo di pagamento come il contante”.

Se Facebook non è ancora, agli occhi dell’autore del libro, un fornitore credibile di attributi identitari, data la facilità con cui le persone possono creare diversi profili mentendo sulle proprie generalità, nondimeno Birch si schiera contro tutte quelle innovazioni dell’apparato burocratico odierno le quali, come la carta d’identità elettronica lanciata proprio questo mese nelle maggiori città italiane, altro non sono che una riproposizione digitale dell’esistente sistema di identificazione.

L’identità futura di ognuno di noi – dichiara – sarà uno pseudonimo in Rete alimentato dalla dimensione social”. Rispetto al “modello scandinavo”, dove le identità vengono fornite dalle banche, e a quello “continentale”, dove sono fornite dal governo, Birch è un sostenitore del “modello atlantico”, dove “il mondo pubblico/privato accetta delle identità ‘federate’, interconnesse cioè fra loro, fornite dal settore privato

In sostanza, l’identità di un individuo in Rete sarà una risultante di “tre o quattro identità fornite da diversi fornitori, così come oggi ognuno di noi ha tre o quattro carte d’identità da banche diverse. A ciascuna di queste identità si potrebbero collegare uno o più attributi forniti da una pluralità di Provider di cui ci fidiamo”.

L’aspetto di fiducia nei confronti di una specifica istituzione, quale provider di attributi fondamentali per identificare in maniera univoca una persona, è un tema molto importante per Birch. Direi quello su cui il suo ragionamento mostra i primi segni di cedimento.

Se mi presento al tuo sito con uno pseudonimo fornito dalla mia banca, tu non avrai difficoltà ad accettarmi, anche se non mi conosci, perché sai che mi conosce la banca” sostiene l’autore del libro.

Secondo Birch le istituzioni più meritevoli di fiducia per definire l’identità di un individuo sono quindi entità transnazionali, durature nel tempo e che già possiedono un numero di dati sufficienti a identificarci con un margine minimo di approssimazione, come per l’appunto gli istituti di credito (Barclays viene nominata innumerevoli volte nel libro, mentre pochissimo spazio viene dato a nuove tecnologie come la blockchain su cui si basa Bitcoin1).

Secondo Birch una serie di credenziali fornite da un raggruppamento di soggetti privati sono, per il solo fatto di potersi già basare su un’infrastruttura tecnologica già integrata nei nostri smartphone, più efficaci e men dispendiose di quelle fornite dalle istituzioni statali. Come se gli smartphone fossero destinati a rimanere per sempre una protesi inseparabile dal nostro corpo.

In realtà, tutto il libro è un’unica argomentazione a favore dello sviluppo di un “business dell’identità” nel settore privato alternativo e concorrenziale a quello fornito – gratuitamente, o quasi – dal pubblico: “posso immaginare – scrive l’autore del libro – che Barclays mi fornisca un’identità base e, dietro il pagamento di un supplemento, un ulteriore identificativo che presenti determinate credenziali”.

Oltre alla evidente contraddizione di promuovere un processo di ridefinizione universale dell’identità basato sulla possibilità o meno di avere un conto in banca (è banale prevedere che una quota di popolazione rimarrà per sempre unbanked), Birch sorvola forse troppo rapidamente un terreno minato qual è quello della privacy dell’individuo.

Secondo Birch uno dei vantaggi del  nuovo sistema di identità digitale sarà quello di poter utilizzare i nostri dati a piacimento, rivelando solo quelle informazioni necessarie a ricevere in cambio un determinato servizio.

Tramite lo smartphone, dovremmo essere in grado di rivelare al gestore del bar che vieta gli alcoolici ai minori solo il dato che conferma la nostra maggiore età, così come alla pattuglia della stradale che ci ferma per un controllo di routine il nostro cellulare dovrebbe trasmettere solo i dati dell’autorizzazione alla guida.

Da questa prospettiva l’identità digitale non servirà dunque a comprare direttamente beni o servizi, ma l’autorizzazione ad acquistarli o a trattare lo scambio di differenti valute necessarie all’acquisto.

Occorre – sostiene Birch – spostare l’attenzione dall’identità personale agli pseudonimi, offrendo la possibilità di effettuare transazioni economiche e sociali senza dover rivelare tutti i propri dati personali”.

Non è difficile pensare, tuttavia, che nel momento in cui lo scambio di dati personali dovesse diventare la principale moneta per accedere a determinati servizi le imprese private potrebbero proporci nuove, attrattive offerte in cambio di ulteriori dati. Con buona pace della tutela della privacy.

Prendendo ad esempio il caso concreto del pub, non dovrebbe trascorrere molto tempo prima che un ristoratore proponga – al nostro assistente virtuale sullo smartphone – l’opportunità di cedere qualche dato in più in cambio di una birra gratis. Chi saprebbe resistere, specie se l’offerta arrivasse in maniera del tutto anonima sul nostro smartphone nel momento in cui siamo già alla quinta birra?

Non è tutto. Se la reputazione online diventa una credenziale per l’accesso a servizi come l’assistenza sanitaria, è abbastanza temeraria l’idea che a convalidare la nostra reputazione sia una schiera di utenti – come gli amici di Facebook – che solo in parte conosciamo e che a loro volta non è detto ci abbiano mai inviato un solo messaggio via chat.

Il grafo sociale, così come è sviluppato ora, non è affatto una prova della nostra reputazione come buoni cittadini o buoni pagatori: solo chi è davvero potente può permettersi di rinunciare ad essere sui social, per tutti gli altri è ormai necessario avere un profilo Facebook o Twitter per ottenere una convalida del propri diritto a essere presi in considerazione.

Al punto che molti possono essere facilmente portati a imbrogliare, o abbellire la realtà, pur di guadagnare rapidamente in reputazione agli occhi degli altri e sviluppare il proprio grafo sociale oltre i limiti di quello che la loro condizione, economica e sociale, permetterebbe loro di raggiungere.

 

La visione di Birch in realtà appare molto più elitaria ed esclusiva di quanto non siano attualmente i meccanismi su cui si basa il riconoscimento sociale.

Chi non si è iscritto a nessun social media, chi non condivide la propria vita online, chi non è raggiunto dalla copertura Internet, chi vive in Paesi dove l’accesso a Internet è attentamente controllato, chi non può permettersi uno smartphone, o non può permettersi il modello più potente tra quelli in commercio, chi ha commesso un’irregolarità in passato, chi ha infranto le regole, chi ha causato problemi, chi ha visto infangata la propria reputazione sulla base di notizie non confermate ma cristallizzatesi nelle pagine di indicizzazione dei motori di ricerca, verrebbe automaticamente escluso dalla maggior parte di quelle transazioni economiche e sociali “private, ma non anonime” descritte da Birch.

Se l’identità digitale è la nuova moneta, chi potrà disporre di un accesso più veloce alla Rete, di una reputazione intonsa e costruita con cura, e di un numero maggiore di dati commercializzabili, potrà arricchirsi più velocemente degli altri.

Se non è del tutto vero che “l’identità è la nuova moneta”, è però abbastanza plausibile che la nuova moneta” diventerà, nel breve-medio periodo, la creazione e immissione di nuove identità sul mercato da parte di quegli istituti di credito dotati di un capitale di fiducia e di uno storico dei dati personali di ciascuno di noi di gran lunga ancora superiore a quello dei nuovi competitor fintech digital-first (avverando così la profezia di Brett King secondo cui il business futuro delle banche consisterà nell’accertamento dell’identità personale).

Con quali conseguenze sul lungo periodo, non è dato per il momento saperlo.

Jacopo Franchi

 

1 In realtà Birch ha già modificato di molto la sua visione, passando da una sostanziale sfiducia nei confronti di Bitcoin (“un’idea da cui dissento totalmente – ha scritto nel libro – chi vorrebbe mai vivere in una società dove le transazioni sono anonime? Le transazioni devono essere private, non anonime”) a un interesse crescente per l’applicazione della blockchain nel processo di identificazione, come riportato da un’intervista rilasciata a Gennaio 2016 all’International Business Time.