Ha raggiunto le prime pagine dei giornali italiani il barbaro stupro di una ragazza di sedici anni di un paese in provincia di Sarno, che ha deciso di raccontare il proprio stupro su Facebook. Eppure, proprio sui social, la solidarietà dei propri simili non sempre è quella che la vittima si aspetterebbe di ricevere.

Ormai si è sparsa la voce in giro e tutti sapete cosa mi è successo. “Pugnalata” dai chi credevo fosse mio amico, lasciandomi un segno indelebile che non dimenticherò facilmente. Anzi, penso che mai dimenticherò”: secondo le ricostruzioni dei giornali locali e nazionali comincia così la denuncia di una ragazza di sedici anni, vittima di un bestiale stupro da parte di alcuni coetanei a San Valentino Torio in provincia di Sarno.

La vittima, dopo essere stata abbandonata a se stessa dal branco di stupratori, ha trovato subito il coraggio di avvisare la madre e denunciare l’accaduto ai carabinieri.

Poche ore dopo una seconda denuncia, con un effetto più immediato della prima, direttamente sul proprio profilo Facebook ha fatto rapidamente il giro del web, copincollata in centinaia di articoli e commenti dedicati alla vicenda.

Si, forse la colpa è stata mia che mi sono fidata di un “mostro” – continua la ragazza, il cui nome è rimasto come da prassi anonimo – ma ringrazio anche me stessa, che mi sono fatta forza ed ho raccontato tutto”. Immediate le manifestazioni di affetto e solidarietà, cui si sono accompagnati i soliti, vili commenti di chi ha accusato la ragazzina di “aver inguaiato quei ragazzi”.

Non è la prima volta che accade. Per aver denunciato su Facebook lo stupro subito, una quindicenne di Castelfranco Veneto è stata messa pubblicamente alla gogna pochi mesi fa. E la stessa cosa era successa a Amber Amour, attivista di 27 anni della campagna “Stop Rape, Educate” che aveva trovato il coraggio di denunciare sul proprio profilo Instagram di essere stata stuprata, ed era stata ricoperta di insulti.

Se da un lato la denuncia sui social di un crimine come lo stupro sembra essere in alcuni casi l’unico modo per far sì che certe storie non vengano insabbiata dall’omertà e dalla complicità di chi prende le difese degli stupratori, dall’altro la condivisione di una violenza subita solo raramente suscita la solidarietà che la vittima si aspetta di ricevere.

L’arbitrarietà di Facebook e altri social nel punire gli autori di violenze verbali è solo una delle tante mancanze di piattaforme costruite per includere il maggior numero possibile di persone. Troll, razzisti e stalker compresi.

In assoluto la scelta di denunciare la violenza subita è un atto di coraggio, che deve essere rispettato in quanto tale. Le donne che decidono di farlo, siano esse minorenni o adulte, sono solo da ammirare.

La loro voce è una testimonianza che aiuta ad aumentare la consapevolezza della società su quanto certi atteggiamenti di prevaricazione mentale, ancor prima che fisica, siano tuttora diffusi. Anche fra i più giovani: l’idiozia di uno dei ragazzi, che dopo essere stato arrestato ha sostenuto di non “aver fatto nulla di male”, è segno che crimini di questo tipo poggiano su un substrato culturale di arretratezza che siamo ancora ben lungi dallo sradicare.

Un discorso a parte merita il fatto che a denunciare l’accaduto sia stata una ragazzina di nemmeno sedici anni, minorenne e probabilmente ancora in stato di forte shock.

In questo caso lo scrupolo maggiore dipende dal fatto che ciò che viene pubblicato in Rete, diritto all’oblio o meno, è eterno e come tale si associa indissolubilmente a quel frastagliato insieme di informazioni che chiamiamo “Identità digitale”. Sul quale noi stessi abbiamo poca o nessuna influenza, man mano che il tempo passa e l’informazione si disperde in una molteplicità di siti web e repository offline.

È necessario che genitori, tutori e personale di sostegno psicologico siano consapevoli del fatto che le vittime di violenza possono scegliere liberamente di raccontare quanto detto a un social media, prima ancora che ai propri amici più cari, ma che questo fatto comporta delle conseguenze a lungo termine forse ben più difficili da affrontare di quelle degli insulti di qualche anonimo. Quanti adulti sono in grado di spiegare oggi ai propri figli questa diversa dimensione temporale?

L’uno, nessuno e centomila di Pirandello diventa in Rete un numero tendente all’infinito: siamo ciò che pubblichiamo, ed è ormai impossibile stabilire quanto la nostra personalità digitale sia un riflesso di noi, o noi siamo solo un riflesso di quella che è la nostra reputazione in Rete.

Ciò che condividiamo attraverso i social può tornare a galla quando meno ce lo aspettiamo. Se la ragazza in questione un giorno volesse decidere di incontrare nuove persone, nuovi datori di lavoro, nuovi partner, a cui per scelta calcolata non vorrà rivelare quanto successo, non per vergogna ma per il naturale bisogno di dimenticare – “di passare oltre”, direbbe Nietzche – non potrà mai essere certa che quella confessione fatta a cuore aperto tanti anni prima non tornerà alla luce. Costringendola, molto probabilmente, a un confronto perpetuo con quella parte della propria esistenza che aveva cercato il prima possibile di espellere da sé, condividendolo con altri per alleviarne il peso.

È un mondo a cui non siamo abituati, quello in cui il nostro passato persiste conservato in qualche server localizzato in una sconosciuta cittadina statunitense. Anche quello che pensavamo di aver elaborato: la Rete ci costringe a vivere in un tempo che non è quello degli orologi ma quello, ben più dilatato, della ricombinazione delle informazioni.

Giusto o sbagliato che sia, potremmo essere tutti chiamati a rispondere un giorno lontano  di una foto condivisa per scherzo, di un commento pubblicato con superficialità, di una confessione che in quel momento sembrava l’unico modo per non morire dentro.

Jacopo Franchi