Manca un appuntamento nazionale in cui dare visibilità a rappresentanti di settori diversi della società, coinvolti o interessati allo sviluppo del digitale nel loro territorio o settore di competenza.

Il dubbio mi è sorto spontaneo in occasione dell’ultimo Wired Next Fest, a Milano dal 26 al 28 maggio 2017: bisogna dichiararsi innovatori, per essere chiamati a parlare di digitale in pubblico? La domanda non riguarda solo il festival di Wired, beninteso.

Nel corso dell’ultimo anno ho girato in lungo e in largo la penisola, dal Festival della Comunicazione di Camogli al Festival dell’Economia di Trento, dal Festival del Giornalismo di Perugia al Festival della Mente di Sarzana, fino al Festival di Internazionale a Ferrara, la Social Media Week di Roma o il raduno mondiale di Wikipedia a Esino Lario. A volte come relatore, più spesso come semplice spettatore.

In ognuno di questi eventi non si contavano gli appuntamenti dedicati al digitale e alle evoluzioni portate dal web nei rispettivi settori di competenza. Spesso, ritrovando gli stessi relatori (quando non gli stessi temi) tra un Festival e l’altro, segno della convergenza tutt’ora in corso tra ambiti diversi, imposta dalla pervasività della Rete.

Perché il fintech non dovrebbe interessare un giornalista, quando la sopravvivenza del suo giornale dipende dallo sviluppo di soluzioni tecnologiche per i micropagamenti? E perché l’esplosione di Snapchat non dovrebbe richiamare l’attenzione di chi lavora nel settore dell’educazione, quando l’app del fantasmino giallo ha creato una vera e propria “zona grigia” tra gli adolescenti, sottratta al controllo a posteriori di genitori e insegnanti?

Se la dispersione territoriale di questi festival rappresenta un ottimo incentivo per visitare splendide città e borghi italiani, nondimeno la loro specializzazione è un limite evidente alla diffusione della cultura digitale al di fuori di nuclei ristretti di professionisti e appassionati di settore.

Non esiste, in Italia, un festival dedicato al digitale in grado di riunire attorno a un tavolo studiosi, professionisti, manager e creatori di community dal basso (penso, ad esempio, al bellissimo fenomeno delle social street), per discutere di uno stesso argomento a partire da punti di vista diversi.

Che cosa rappresentano le fake news per un giornalista, un insegnante, un migrante? E quale diritto all’oblio ha in mente un politico, un parente di un terrorista, un poliziotto? E che cosa si aspettano dal crowdfunding le ong, i partiti, le band musicali, le associazioni di quartiere?

Solo rispondendo in maniera corale – e trasparente – a queste domande il dibattito sul futuro dell’ecosistema digitale può, a mio modo di vedere, diventare qualcosa di più di un fattore di richiamo turistico per una città, e trasformarsi in un momento di confronto e creazione di nuove soluzioni a problemi trasversali e concreti.

Quanto al luogo ideale in cui ospitare questo festival, e generare indotto per il territorio, penso che i territori del Centro Italia colpiti dal sisma del 2016 siano lo sfondo ideale per chi si propone di riunire parti diverse di un unico puzzle, per costruire insieme un nuovo modo di vedere le cose. Per una volta, infine, raggiungere la meta ci sembrerà molto meno faticoso del solito.