Un sondaggio del Future of Humanity Institute rivela quello che sospettavamo già da un po’ di tempo: i ricercatori e professionisti dell’intelligenza artificiale non hanno ancora fatto i conti con le leggi del mercato.

120 anni. È il tempo massimo che 352 esperti di intelligenza artificiale danno all’umanità per trovare una soluzione alla totale automatizzazione del lavoro. La previsione, probabilmente fin d’ora troppo ottimistica come vedremo in seguito, è il risultato di un sondaggio del team del Future of Humanity Institute dell’Università di Oxford, guidato dalla ricercatrice Katja Grace, rivolto a professionisti e ricercatori nel settore dell’intelligenza artificiale.

Restano 10 anni ai guidatori di camion e furgoni per trovarsi un nuovo lavoro, così come per i traduttori. Nove anni per gli autori di saggi destinati alle scuole superiori e alle università. Va un po’ meglio (32 anni) agli scrittori di romanzi best seller, e ai chirurghi (36 anni). Mentre i ricercatori sull’intelligenza artificiale dovrebbero continuare a svolgere il proprio lavoro e rispondere ai sondaggi sul futuro del loro mestiere almeno per i prossimi 90 anni.

La curiosità? Gli stessi 352 esperti che hanno partecipato al sondaggio nel 2015 avevano previsto che una macchina avrebbe battuto l’uomo a Go, gioco da tavolo cinese, non prima di 12 anni. È accaduto nel 2016, grazie ad AlphaGo di Google Deep Mind.

 

L’emozionante (?) sfida tra AlphaGo e l’ormai ex campione mondiale di Go

 

Lo sviluppo esponenziale dell’intelligenza artificiale è un problema che agita il sonno di personaggi illustri del mondo scientifico e imprenditoriale contemporaneo. Da Stephen Hawking a Elon Musk, non si contano più gli appelli a regolamentare in maniera eticamente più stringente ogni ulteriore applicazione dell’AI ai settori finora di esclusiva pertinenza dell’uomo.

È curioso, tuttavia, notare come nessuno si domandi se effettivamente certe intelligenze artificiali possano mai avere un reale mercato: l’unico, per il momento, in grado di decidere della loro sorte, ben più degli appelli degli esperti e del colpevole ritardo in cui si muovono i governi.

Il mercato, ovviamente, è quello dei consumatori finali. Quale imprenditore non vorrebbe ridurre i costi, in cambio di maggiore efficienza e maggiori guadagni? Ma quello che solletica l’appetito degli imprenditori non è necessariamente quello che il consumatore vuole vedersi apparecchiare in tavola.

Vedremo milioni di telespettatori seguire sui propri smartphone le fulminee partite di AlphaGo contro il nuovo “campione” di Ibm? Leggeremo con lo stesso trasporto romanzi dal sapore autobiografico scritti da una macchina? E quale turista spenderà follie per un albergo di lusso senza portiere, senza receptionist, senza camerieri ostentatamente servizievoli? Voleremo su aerei dove non c’è nessuno in grado di prendere i comandi se le cose dovessero andare male, ci lasceremo curare da robot che non ci daranno alcuna speranza circa le nostre possibilità di sopravvivenza a un tumore maligno, e ci indebiteremo per macchine che non ci consentiranno di sentirci più potenti, più veloci, più abili di una qualunque “lumaca” della strada? Il mercato dei beni di consumo e dei servizi, purtroppo per certe filosofie ingegneristiche votate all’assioma dell’assoluta efficienza, segue regole non ancora inquadrate in rigide formule matematiche.

Certe previsioni sull’intelligenza artificiale ricordano quelle degli imprenditori di distributori automatici di caffè, che già si fregavano le mani al pensiero di prendere il posto dei bar tradizionali, senza i loro costi di gestione, strutture, affitti, personale, attrezzature, mobilio, servizio al tavolo e via dicendo. Salvo poi doversi limitare a occupare un posto di second’ordine nelle stazioni, nelle vie secondarie dei centri urbani, al piano terra di scuole e uffici: fossi in un ricercatore di intelligenza artificiale, inizierei a farmi qualche domanda su un futuro un po’ meno distante.