Trentanove anni, laureato in economia aziendale, Federico è l’ideatore e co-founder delle social street.

Scordatevi la parlantina veloce, lo smartphone sempre in mano, gli inglesismi ricorrenti, gli occhiali di Steve Jobs o la felpa di Mark Zuckerberg.

I veri innovatori hanno lo sguardo gentile e l’andamento lento di chi sa di star percorrendo una strada nuova, senza ancora sapere se e quando quel percorso avrà mai fine. «La rivoluzione al giorno d’oggi – sostiene al telefono Federico Bastiani, classe 1977, ideatore e co-founder delle social street – è fare qualcosa per gli altri senza ottenere nulla in cambio».

 

 

Quattro anni, oltre 460 gruppi Facebook censiti sul sito socialstreet.it, 150 mila persone coinvolte in tutto il mondo, e un progetto che continua a far parlare di sé anche senza investimenti pubblicitari. Federico continua a fare il lavoro di giornalista e addetto stampa che faceva prima, passa il suo tempo a casa con i figli in congedo parentale di sei mesi, ed è convinto di avere davanti a sé ancora molti anni e molti chilometri da percorrere per spiegare come sono nate e come è possibile creare una social street nella propria città. Il tutto senza ricevere alcun tipo di stipendio o di altro tornaconto economico.

«Il nostro unico obiettivo è quello di favorire la socialità tra vicini di casa – ripete, con uguale entusiasmo, da ormai quattro anni – E se è vero che all’interno di alcune social street nascono ogni giorno nuovi gruppi di acquisto solidale, o associazioni, o micro comunità interessate al bike sharing, la nostra struttura rimane del tutto priva di bilanci, regole o gerarchie. Non vogliamo diventare né un’agenzia di eventi, né un movimento politico o sociale».

Il modello della prima social street, nata nel settembre 2013 in via Fondazza a Bologna, è già stato replicato in maniera quasi identica in altre città, non solo italiane: un gruppo Facebook, identificato dal nome di un quartiere o di una strada di riferimento, alcuni amministratori con funzione di moderatori, nessuna struttura gerarchica, poche regole, ma chiare.

Fin da quando i primi giornali si sono interessati al fenomeno, le social street hanno corso più di una volta il rischio di diventare un’enorme riserva di caccia per politici locali interessati a incrementare la propria popolarità tra gli elettori, quando non di fungere da cassa di risonanza di aziende interessate a promuovere i propri prodotti e servizi. Ma tutti i tentativi, assicura Bastiani, finora sono stati cortesemente rispediti al mittente.

«Quella delle social street è una socialità disinteressata, gratuita ed inclusiva – continua Federico – Facendo dono del proprio tempo, anche solo per rispondere a un post o dare una mano a fare un trasloco, si creano i presupposti per la creazione di legami sociali più profondi, anche al di fuori di Facebook»

In questo senso l’utilizzo dei gruppi del primo social network al mondo, con la loro limitata capacità di strutturare le discussioni rispetto a un più comune forum, ha come scopo quello di non limitare le occasioni di scambio tra i membri di una stessa social street a una semplice condivisione di informazioni. Può capitare, infatti, che una stessa domanda venga riproposta più volte nello stesso gruppo, trovando ogni volta qualcuno disponibile a rispondere, o dare una mano a risolvere un problema.

«Ormai noi amministratori della social street di via Fondazza non dobbiamo più intervenire nelle discussioni – conclude Federico – Abbiamo creato qualcosa che si autoalimenta da sé. Non ci sono domande che rimangono inascoltate: anche chi è solo e si trova in difficoltà, come un anziano o un rifugiato, può trovare qualcuno dall’altra parte della strada disposto a regalargli un po’ del suo tempo». In una società votata all’efficienza e alla creazione di rapporti sociali basati sul reciproco interesse, basta entrare a far parte di una social street per sentirsi un autentico rivoluzionario.