“Il libro digitale dei morti” di Giovanni Ziccardi è uno dei più completi saggi in lingua italiana dedicati alla memoria e all’oblio  nell’era dei social network.

Facebook? Nel giro di qualche decennio potrebbe trasformarsi nel più grande cimitero virtuale al mondo. Le mail? Lette a distanza di anni, dopo la nostra morte, potrebbero rivelare segreti che avremmo preferito portare nella tomba. Il video che un amico ha pubblicato su Youtube quando non avevamo ancora vent’anni? Potrebbe essere già oggi la prima causa della nostra impossibilità di trovare un lavoro migliore. Di sicuro, non è quello per cui vorremmo essere ricordati dai nostri pronipoti.

Il libro digitale dei morti” di Giovanni Ziccardi è uno dei primi saggi in lingua italiana ad affrontare in maniera completa e aggiornata il tema della memoria e del lutto nell’era dei social network. Senza inutili allarmismi, o soluzioni di comodo.

L’eredità digitale non è più solo una questione reputazionale, ma anche economica: che cosa succederà alla vostra sterminata libreria su iTunes, quella di cui andate tanto orgogliosi, il giorno successivo alla vostra morte?

Il libro di Ziccardi, tuttavia, affronta solo una parte del problema. Quand’è che un individuo “nasce”, digitalmente parlando? E quali sono i suoi diritti, nel momento in cui decide di palesarsi in Rete? Non possiamo pretendere di esercitare il nostro libero arbitrio sul destino dei nostri dati se non siamo in grado di spiegare che cosa cambia nel momento in cui una parte della nostra esistenza si copincolla in una pagina web.

Dal numero di telefono di casa sul sito delle Pagine Bianche a un articolo di giornale che parla di noi, dal nostro profilo Facebook a una foto che a distanza di anni avremmo preferito non pubblicare, abbiamo coscienza solo di una minima parte di quello che la Rete sa di noi. O può sapere, in qualunque momento e a prescindere dalla nostra volontà.

Ziccardi non ha risposte definitive, ma ha il merito di evidenziare con chiarezza il fatto che il web abbia contribuito a sfumare i contorni tra la vita e la morte, così come ha contribuito a sfumare i contorni tra quello che è il tempo libero e il tempo del lavoro, l’intimità e la figura pubblica di ognuno di noi.

Il cyberspazio dei vivi è popolato, ogni giorno di più, di defunti che non sanno di esserlo: in mancanza dell’intervento di terzi, un profilo Facebook può continuare a ricevere ed emettere notifiche. A chi è già capitato di vedersi suggerire “l’amicizia” con il profilo di una persona del nostro paese, che sappiamo essere già morta? In questo contesto, serve a poco indignarsi di fronte a certi rituali di commemorazione dei defunti che nulla hanno a che vedere con la compostezza e l’austerità del passato.

Le persone adulte hanno ancora ricordi vivi di funerali, di lutti in famiglia e di cerimonie cui hanno partecipato, disciplinate da determinate regole – conclude Ziccardi – I ragazzi nati con Internet, sui social network […] si sono abituati a un ambiente sociale elettronico dove la percezione fisica della morte, il senso di distacco improvviso e il senso di cordoglio o di lutto sono molto diluiti e hanno un impatto molto più attenuato, anche perché confusi tra migliaia di contenuti”.

La nostra rappresentazione digitale non è né una copia fedele di quello che siamo (o siamo stati), ma neppure un nostro alter ego dotato di vita autonoma. In mancanza di leggi e normative certe, quello che possiamo fare è interrogarci sul valore delle nostre azioni, come condividere su Instagram le foto dei figli o pubblicare un commento particolarmente aggressivo su una pagina pubblica: meglio un “mi piace” oggi, o un rimorso domani? Non diventeremo immortali grazie ai social, ma il ricordo di quello che abbiamo fatto avrà buone probabilità di durare qualche secolo in più oltre la nostra morte.