Il saggio di Massimo Amato e Luca Fantacci, “Per un pugno di Bitcoin”, costituisce una delle più interessanti critiche formulate all’ideologia della più diffusa criptomoneta al mondo.

La moneta di Internet, il nuovo oro digitale, un bene rifugio, un nuovo schema Ponzi: nei primi dieci anni di esistenza del progetto le definizioni sommarie di Bitcoin si sono sprecate, quasi quanto i tentativi di scoprire chi si nasconde dietro il nome del presunto ideatore, Satoshi Nakamoto.

In questo contesto l’ultimo saggio di Massimo Amato e Luca Fantacci, “Per un pugno di Bitcoin” (Egea 2016), ha l’indiscutibile pregio di analizzare nel dettaglio tutte le contraddizioni naturalmente insite in un progetto di tale complessità, e di porre domande che dovrebbero far riflettere anche i più entusiasti sostenitori della criptomoneta. Siano essi speculatori improvvisati o membri attivi della community, come se ne trovano anche nel nostro Paese.

 

Il problema dell’accumulazione iniziale

Senza avere la pretesa di riassumere qui in maniera esaustiva l’interezza delle argomentazioni dei due professori della Bocconi, c’è una problematica che più di altre andrebbe sottolineata con forza, ed è quella della estrema disuguaglianza nella concentrazione di bitcoin nel mondo.

Allo stato attuale, su oltre 16 milioni e mezzo di bitcoin attualmente in circolazione, oltre 11 milioni sono di proprietà del meno dell’1% dei wallet (tenendo conto che più wallet possono appartenere alla stessa persona), e 1 milione di proprietà del solo Satoshi Nakamoto.

Dal momento che il numero massimo di bitcoin estraibili è stato fissato dallo stesso Satoshi Nakamoto a quota 21 milioni, ne deriva una concentrazione di ricchezza che secondo Amato e Fantacci è “ingiustificabile” dal punto di vista della quantità di lavoro effettivo svolto dai primi minatori – tra cui lo stesso Satoshi, secondo alcune stime proprietario di circa un milione di bitcoin – e che rende questi ultimi detentori di un “potere di pressione” che potrebbe avere conseguenze molto gravi soprattutto nella eventualità che Bitcoin possa sostituirsi, del tutto o in parte, al sistema bancario.

Se il credito diventa semplice vendita di moneta preventivamente accumulata – si legge in “Per un pugno di Bitcoin” – quando quest’ultima è programmaticamente scarsa, il sistema mette una bomba in mano ai creditori”, che sono messi nelle condizioni di prestare bitcoin a tassi di usura, beneficiando di una competizione quasi nulla tra gli altri pochi, assoluti “monopolisti della moneta”.

In che misura Bitcoin costituirebbe dunque un vantaggio per economie da anni strette nella morsa del credito, è la domanda da un milione (di bitcoin), se coloro che possono prestare bitcoin ad altri sono quei pochi, sconosciuti e incontrollabili possessori di oltre la metà di tutta la moneta in circolazione?

 

Quale economia vogliamo per Internet?

Bitcoin non è ancora diventata la moneta universale di Internet, nonostante le sue caratteristiche sembrerebbero porla come il naturale erede delle “obsolete” monete nazionali: può essere accettata in tutto il  mondo, non ha bisogno di un supporto fisico per essere scambiata di mano in mano, né di un intermediario che ne verifichi l’attendibilità. Eppure, la sua finora scarsa diffusione e accettazione da parte delle imprese  e dei commercianti la rende in questo momento alquanto lontana dagli scopi per la quale è stata progettata.

Il motivo? Un’altissima volatilità, che rende la moneta bitcoin un mezzo di scambio non affidabile per chi voglia riceverla in pagamento e spenderla nell’immediato, ma ancor di più una visione dei rapporti economici (ma non solo) tra le persone dove i margini di interpretazione e controversie vengono interamente annullati. Non esattamente quello a cui siamo stati abituati finora, e che auspicheremmo per il futuro della “Internet economy”: anche qualora la compravendita di una merce o un servizio pagati in bitcoin fosse regolamentata da uno smart contract, è semplicemente assurdo pensare che venditore e acquirente possano essere sullo stesso piano per quanto riguarda la capacità di valutare le caratteristiche, i pregi e i difetti di quello che viene messo in vendita.

L’economia a cui bitcoin rinvia è un’economia in cui nessuna relazione che non sia istantanea può essere contemplata – scrivono gli autori del libro – La società peer-to-peer implicata da Bitcoin è una società individualistica, basata sul principio della inviolabilità dei contratti. È questa la conseguenza necessaria del ripudio incondizionato nella fiducia di un terzo. Nulla può intervenire per modificare ciò che è stato deciso contrattualmente dalle parti”. Con il paradosso che nemmeno le parti possono intervenire per trovare un compromesso accettabile, ad esempio nel caso di un debito non saldato per tempo a causa di sopraggiunte difficoltà economiche del debitore. “Nella cripto-economia il posto della legge è preso dal codice informatico. La fede politica di Bitcoin è riposta nel fatto che sia possibile una ricreazione informatica del mondo economico. A livello di ambizioni dichiarate, il bitcoin è la moneta dell’economia globalizzata, nel senso preciso di un’economia caratterizzata dall’assenza di confini e dalla messa in scacco dei poteri di controllo”.

Non è un caso, infatti, che i bitcoin siano sempre più spesso utilizzati nell’acquisto di prodotti illegali, come le droghe, nel finanziamento al terrorismo, o quale riscatto chiesto dai criminali informatici. Prima ancora che la moneta del web, Bitcoin sta diventando la moneta d’elezione del dark web, e di quegli agenti economici che farebbero volentieri a meno di confini, controlli e compromessi amichevoli: i ladri, i terroristi, i cybercriminali.

In che misura siamo disposti ad accettare la diffusione di una moneta che, anziché ovviare allo storico deficit del contante che tutela l’anonimato anche nella compravendita di beni e servizi illegali – ma vincolandola alla prossimità fisica tra venditore e acquirente, o degli intermediari di questi ultimi – tutela l’anonimato di chi compie acquisti illegali in qualunque parte del mondo?

 

Bitcoin risolve solo in parte il problema della “fiducia”

Fin da quando ho iniziato a studiare da vicino il fenomeno Bitcoin, sono stato sempre colpito dall’entusiastica adesione di coloro che, in un modo o nell’altro, si dichiarano membri della sua community. Un entusiasmo che, se ha il pregio di far scaturire l’energia necessaria allo sviluppo e diffusione di un progetto di disintermediazione che non ha eguali al mondo, dall’altro lato rende difficile l’accettazione di critiche costruttive.

La moneta è, prima di tutto, fondata sulla fiducia. Non solamente la fiducia che quella moneta mantenga intatto il proprio valore e potere d’acquisto, ma anche la fiducia che il suo utilizzo non crei un danno per il resto della società, e in definitiva per noi stessi. A prescindere da quella che è l’ideologia di Bitcoin, noi esseri umani non siamo e non saremo mai “macchine pensanti”, indipendenti l’una dall’altra.

La mia conclusione è che finché i bitcoin potranno continuare a essere usati impunemente e senza possibilità di controllo per attività nocive agli interessi della collettività, non potranno guadagnarsi la fiducia della maggior parte delle imprese e delle persone comuni.

Chi avrebbe fiducia nel sistema bancario nel suo complesso, se una qualsiasi delle banche potesse apertamente e alla luce del sole consentire a qualunque criminale di ricevere i soldi di un riscatto o di una partita di droga?

La moneta non crea l’illegalità, ma ne costituisce allo stesso tempo un mezzo di scambio fondamentale e uno dei pochi punti deboli che finora hanno limitato la diffusione di pratiche criminali all’interno dei circuiti in cui la moneta guadagnata illegalmente viene accettata: corruzione, paradisi fiscali, economia sommersa. Semplificando al massimo, non ha alcun senso accettare e contribuire all’accettazione di una moneta  che potrebbe essere usata contro di noi, senza alcuna possibilità di arresto e controllo preventivo.

L’anonimato totale è una gran bella cosa, fino a quando non se ne diventa la prossima vittima.