Un documentario di Ciaran Cassidy e Adrian Chen mostra per la prima volta uno spaccato realistico del lavoro quotidiano dei moderatori di contenuti online.

«È solo un’immagine, dopotutto. Non è qualcosa di giusto o sbagliato. Per me è lavoro. Ecco perché mi considerano un bravo moderatore». Si potrebbe riassumere in questa frase il senso del breve documentario The Moderators pubblicato nel 2017 su Field of Vision e realizzato dal regista Ciaran Cassidy e dal giornalista d’inchiesta Adrian Chen, uno dei primi a indagare per Wired la difficile condizione dei moderatori di contenuti online.

L’argomento, per chi frequenta il mio blog, non è nuovo. Nell’articolo Il Grande Moderatore e le nuove rotte delle scorie digitali avevo già fornito un’ampia sintesi di quelli che erano fino a pochi mesi fa gli articoli e gli approfondimenti in materia, individuando un curioso parallelismo tra lo smaltimento di rifiuti tossici dell’Occidente nei Paesi del Terzo Mondo e l’esternalizzazione dei servizi di moderazione dei contenuti delle maggiori piattaforme web di matrice occidentale.

“The Moderators”, se non aggiunge granché di nuovo alla conoscenza di questa professione – che secondo gli autori del documentario comprenderebbe oltre 150 mila persone in tutto il mondo, nove volte i dipendenti di Facebook – nondimeno ha il merito di rendere consapevoli gli utenti meno esperti di quello che si nasconde dietro il loro personalizzato, e sorvegliatissimo, newsfeed.

I moderatori del documentario, costretti a valutare una media di oltre duemila contenuti ogni ora, rinchiusi in un ufficio di qualche sconosciuta città dell’India, sono uomini e donne comuni, il cui unico scopo è quello di rimuovere le foto, i video, i contenuti non ammessi sui siti online dei clienti della loro azienda. Il moderatore, sebbene sia un ruolo fondamentale per la sopravvivenza di social network come Facebook o piattaforme video come Youtube, è solo in alcuni casi un dipendente dell’azienda per cui presta servizio: solitamente lavora per un fornitore esterno, non dispone di particolari conoscenze in materia legale, e deve applicare alla lettera quelle che sono le regole richieste dal cliente.

In un contesto in cui le grandi piattaforme di contenuti online sono sempre più internazionali, la strategia attuata da Facebook & Co. per superare eventuali resistenze e differenze culturali sembra essere da tempo quella di seguire un approccio conservatore e moralista: non importa che una fotografia di nudo sia un segno di libertà, di provocazione, di felicità. Il moderatore sa che dovrà comunque rimuoverla, indipendentemente dal suo contesto. Poco o nessuno spazio viene lasciato all’interpretazione personale, anche per rispettare gli altissimi ritmi di lavoro richiesti dalla mole di segnalazioni in arrivo dagli utenti.

In questo senso, la frase citata all’inizio può essere letta sia come l’espressione di una strategia di sopravvivenza, sia la confessione implicita di un codice di condotta fortemente ambiguo. Come si può rimanere e dichiararsi neutrali, rispetto a un’immagine di violenza o di abusi sessuali? E, allo stesso modo, quali sono le conseguenze di questa continua e silente opera di censura, ai danni delle donne, dei bambini, delle vittime di violenza, di chi vorrebbe esprimere liberamente la propria sessualità in contesti repressivi e dominati dal fanatismo religioso? Tra prevenzione e censura il confine non è mai semplice da tracciare, e non rassicura il fatto che a deciderlo siano persone che per lavoro devono limitarsi a obbedire fedelmente alle regole.

Buona visione.