Per il secondo anno consecutivo è online la campagna di crowdfunding per sostenere Valigia Blu, blog collettivo nato nel 2010 e animato da oltre dieci persone tra giornalisti, programmatori, grafici e vignettisti, uniti dall’intento di realizzare un’informazione di qualità in Rete e correggere errori e orrori di quella – forse impropriamente – ritenuta storicamente più autorevole.

Creare dove ora c’è rumore, attivarsi solo quando necessario, non inseguire il traffico online”: su queste premesse teoriche poggia la strategia editoriale di Valigia Blu, blog collettivo mosso dall’instancabile lavoro di una decina tra giornalisti, grafici, vignettisti, programmatori e scrittori che dal 2010 ininterrottamente operano come spietata coscienza critica dell’informazione italiana, sia essa di matrice giornalistica o più rozzamente etichettata come “popolo del web”.

Se il crowdfunding potrà costituire in futuro la prima opzione di sostentamento per le testate giornalistiche, come preconizzato da Julia Cagé nel saggio “Salvare i Media”, è ancora troppo presto per dirlo. Di certo vi è che i lettori di Valigia Blu sembrano aver capito il valore economico dell’informazione di qualità, pur in un contesto finanziariamente asfittico come quello italiano.

Se nel corso della prima campagna di crowdfunding l’obiettivo di raccogliere 10.000 Euro era stato raggiunto e superato in meno di due settimane, quest’anno l’obiettivo è ancora più ambizioso: raccogliere 15.000 Euro entro il 15 dicembre 2016, per continuare a sostenere il lavoro del team di redazione e dei collaboratori.

Il modello basato sul sostegno esclusivo da parte del lettore è un modello che necessita di tempo, in un lungo, lunghissimo periodo –commentano i membri del team, raggiunti via Facebook -. Il modello economico del giornale cartaceo era in crisi già da molto prima del web. Oggi l’accesso all’informazione è infinito, i giornali non riescono a distinguersi, a rendersi unici: il lettore trova la stessa notizia ovunque. Perché pagarla? Si paga la qualità, l’unicità, il fatto che quel lavoro, quel contenuto viene sentito e vissuto come indispensabile”.

Impegnate in una gara spietata di sopravvivenza per aggiudicarsi il maggior numero possibile di clic, retweet, “mi piace” da parte di lettori sempre più distratti e “infedeli”, i giornali online stanno bruciando nello spazio di pochi anni diversi decenni di reputazione faticosamente costruita, dando spazio a dubbie celebrità e fenomeni del web e ricorrendo a ogni genere di espediente per moltiplicare il numero di pagine viste sul proprio sito, senza comunque riuscire a raggiungere la massa critica di traffico necessaria per compensare il calo di introiti pubblicitari sulla versione cartacea con quelli provenienti dal digitale.

L’informazione di qualità, tuttavia, da sola non è sufficiente a generare introiti: è necessario che la proprietà e la direzione editoriale dei giornali sia disposto a scendere a compromessi con i lettori, così come per lungo tempo ha accettato compromessi (meno trasparenti) con gli inserzionisti. “Il modello De Correspondent – aggiungono i ragazzi di Valigia Blu – è un modello da imitare, a nostro avviso. Sono nati con un crowdfunding fortissimo, hanno poi attivato le sottoscrizioni e ora hanno oltre 46mila persone che sostengono il loro giornalismo. Molti lettori sono partecipanti attivi del processo informativo. Su questo i fondatori di De Correspondent hanno lavorato molto”.

Se il pubblico del giornale ne detiene anche le sorti economiche, non in quanto concentrato di dati di profilazione da rivendere al miglior offerente, ma come community cosciente di lettori-finanziatori-ambasciatori, non può quindi rimanere escluso ancora per molto dal processo decisionale (ed editoriale).

Anche su questo aspetto Valigia Blu potrebbe fare scuola nel mondo del giornalismo, in virtù della rilevanza crescente accordata alla pagina Facebook del giornale, ormai vera e propria home page di tutta la pubblicazione e luogo di dibattito paritario con i lettori.

Il coinvolgimento sui social per noi è fondamentale. Impression, condivisioni, like, commenti, interazioni sono i parametri con cui valutiamo il nostro operato. E ovviamente il tempo di lettura degli articoli – dichiarano – Non concentriamo però tutto su Facebook: abbiamo un sito, dedicato agli approfondimenti tematici e per il quale abbiamo sviluppato diversi format (“Storie”, Card, Timeline), utilizziamo diverse piattaforme social (oltre a Twitter, Facebook e Storify, usiamo Medium per articoli di selezione, aggregazione e factchecking), abbiamo realizzato piattaforme partecipative con storie segnalate dai lettori (su migranti e accoglienza, le unioni civili, la riforma costituzionale, ad esempio), ogni settimana inviamo una Newsletter. Facebook però è il cuore dell’incontro e della conversazione. È lì che le persone “vivono” la maggior parte della loro vita digitale ed è lì che le incontriamo”.

Nell’era dei social network in cui l’endorsement di un singolo può potenzialmente portare alla lettura di un articolo da parte di decine quando non centinaia dei suoi amici e follower, andare incontro al lettore anziché fare di tutto per ottenere il suo clic con l’inganno è già di per sé una piccola rivoluzione: chissà se altri piccoli e grandi editori e giornalisti se ne accorgeranno in tempo.