Se l’identità digitale è la nuova moneta necessaria ad accedere a una molteplicità di servizi e opportunità in Rete, quale sarà il ruolo delle banche e dei nuovi player finanziari digital-first? L’ho chiesto a Serena Torielli, Demetrio Migliorati, Andrea Cinelli, Antonio Valitutti ed Eloisa Oliva, alcuni tra i più importanti protagonisti del fintech e dell’innovazione nel mondo bancario e finanziario italiano.

Centottanta giorni di attività e centomila identità digitali erogate, utilizzabili verso poco più di 3.500 amministrazioni per complessivi 3.900 servizi disponibili. A più di sei mesi dal lancio, il sistema pubblico di identità digitale italiano (SPID) – che sulla carta dovrebbe consentire di accedere a tutti i servizi della Pubblica Amministrazione e dei privati attraverso un’unica identità digitale – segna ancora il passo, come si evince dai dati raccolti da Massimo Fellini a settembre 2016 e pubblicati su CheFuturo!. Per non parlare della recente sentenza del Tar del Lazio che ha annullato i requisiti minimi di capitale sui fornitori di identità digitale.

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Un’alternativa seducente sta tuttavia prendendo piede all’interno di settori, come quello bancario, più di altri profondamente trasformati dalle nuove tecnologie: e se l’identità digitale fosse, al pari di altri, un servizio reso disponibile e messo in vendita da aziende e istituzioni private, anziché calato “dall’alto”?

Secondo quanto riportato da David Birch nel libro “Identity is the new money” nel mondo bancario si stanno infatti creando in questo momento i presupposti per la nascita di un business globale delle identità digitali. E, più di ogni altra istituzione pubblica o azienda privata, le banche potrebbero diventare le più autorevoli identity provider al mondo, capitalizzando sulla loro conoscenza del cliente, su servizi e tecnologie che già oggi permettono di identificare i clienti in maniera univoca e asincrona, e sul capitale di fiducia rimasto intatto in seguito alla Grande Crisi del 2008.

La questione non è puramente speculativa, se è vero che l’identità digitale sta diventando tutt’ora la chiave d’accesso a servizi o opportunità accessibili unicamente a chi dispone di un’identità verificata e garantita da terzi (al punto che ormai è sempre più difficile vivere senza social, essendo Facebook, Twitter, LinkedIn tra i più diffusi fornitori al mondo di identità digitali).

Per provare a fare un po’ di chiarezza e inquadrare meglio i trend in atto, ho deciso di intervistare alcuni dei maggiori protagonisti dell’innovazione finanziaria nel nostro Paese, rappresentanti sia del mondo bancario, sia del settore fintech. Ecco le loro opinioni.

Il problema è: chi controlla? Nella blockchain potremmo trovare la possibile soluzionedichiara Serena Torielli, CEO e founder di AdviseOnly, piattaforma di robo-advisory indipendente che offre soluzioni di investimenti e servizi di consulenza finanziaria online a investitori di ogni livello di esperienza, partner di alcune delle più importanti banche online e società di asset management operanti in Italia.

“Chiaramente il tema dello sviluppo di un protocollo sicuro di identità digitale è di scottante attualità – dichiara Serena – e permetterebbe a tutti di liberarsi dell’incubo della molteplicità di password e chiavi d’accesso per i servizi che oggi utilizziamo in ambito digitale, e di un sacco di burocrazia e carta relativa ai servizi legati all’ambito della Pubblica Amministrazione, ma anche della nostra vita quotidiana di cittadini e consumatori. Il problema è quello dell’appartenenza dell’identità digitale. Chi controlla? Chi deve essere il garante ultimo della qualità delle informazioni? Chi dice che un software non possa essere hackerato, con conseguente furto di “identità digitali” rivendute nel deep web? Queste cose succedono molto più spesso di quanto ne parlino i media. Gli individui dovrebbero avere maggiore controllo della propria identità digitale e della privacy.

Personalmente credo che la validazione  multipla dell’identità attraverso uno shared ledger, cioè una versione più leggera e praticabile della tecnologia della blockchain, potrebbe rappresentare una soluzione. I veri padroni delle identità digitali degli utenti rischiano di essere le varie Google e Facebook. Certamente le aziende fintech potranno contribuire al processo se la via sarà quella della tecnologia blockchain, ma onestamente vedo il settore fintech più come un beneficiario che come una fonte di queste innovazioni. E poi non pensate che sarebbe triste “affidare” anche la propria identità digitale ad una banca?”

Sul business dell’identità il competitor diretto delle banche saranno player che stanno guadagnando già un altissimo capitale di fiducia, come Facebook”: è l’opinione di Demetrio Migliorati, senior manager responsabile di Digital Workplace e Innovazione presso Banca Mediolanum.

“Il fatto di dover rispondere a regole e normative, come la “KYC”, obbliga le banche a prestare particolare attenzione al cliente – ricorda Demetrio – in modo che gli istituti di credito sono gli unici a conoscerne le aspirazioni e obiettivi finanziari di lungo termine, forse anche più delle Telco che ne conoscono gli spostamenti. Ma nessuna banca vende il prodotto “conoscenza del cliente”. Facendo leva sulla fiducia, abbiamo uno straordinario vantaggio da giocarci: tutti i responsabili di istituti di credito con cui parlo ci stanno ragionando, anche se c’è ancora incertezza dal punto di vista normativo (Spid ha migliorato le cose, solo in parte).

Sul business dell’identità il “nemico” saranno proprio servizi come Facebook, player terzi che stanno guadagnando un altissimo capitale di fiducia da parte degli utenti, con un fine-tuning della privacy molto preciso. La banca, se vuole inserirsi nel business dell’identità digitale, dovrà concentrarsi sulla sua usabilità, renderla intuitiva, comoda, mobile. Le fintech probabilmente saranno le prime a sviluppare le tecnologie necessarie, ma saranno gli istituti di credito gli unici a poter disporre del capitale di fiducia e dei dati necessari per sviluppare un business dell’identità”.

L’identità digitale non nascerà dalle leggi ma dal commercio, probabilmente dal mondo degli operatori telefonici” prevede Andrea Cinelli, CEO & Founder di Inventia, tra le prime e più importanti piattaforme di video customer engagement.

“Dal punto di vista bancario, l’identità digitale è il tema di maggiore attualità nel nostro ecosistema – sottolinea Andrea – Tutto dipenderà dalle forze che ciascuno metterà sul campo e da chi prima degli altri ne intuirà il valore commerciale. L’identità digitale non nascerà dalle leggi ma dal commercio, da un operatore di telefonia mobile, dalle banche o da un GAFA. Più probabilmente, dagli operatori telefonici. Le banche possono sviluppare grandi numeri, ma ogni giorno solo in Italia, mercato peraltro già saturo, vengono aperte dalle trenta alle cinquantamila nuove linee nuove telefoniche, mentre non vengono aperti gli stessi numeri di conti correnti: non esiste un sistema interconnesso come quello delle telco. La variante potrebbe essere costituita dalle banche digitali che hanno alle spalle aziende molto forti e che potrebbero candidarsi come certification authority, quando questo settore diventerà profittevole. Per ora non lo è, ma si tratta di un investimento di lungo periodo.

I concorrenti più avanzati in questo senso sono Google e Facebook, ma i Gafa operano in un regime di borderline, utilizzando le informazioni che definiscono l’identità digitale delle persone per finalità commerciali: per questo, credo che difficilmente gli Stati abdicheranno in favore di aziende americane, a meno che non siano entità sovranazionali e indipendenti a tutti gli effetti”. 

 

Le banche rivestono tutt’ora un importante ruolo sociale, è difficile conciliare il ruolo di custodi delle informazioni più sensibili dei clienti con il business dell’identità” dichiara Antonio Valitutti, responsabile del progetto Hype per Banca Sella.

“Penso che istituzioni finanziarie, come le banche, possano essere più che altro fruitori piuttosto che erogatori di identità digitali – riflette Antonio – Le banche trattano dati molto delicati, come le abitudini finanziarie dei loro clienti, dati molto sensibili da cui è possibile ricostruire la loro storia. Dati che devono essere trattati unicamente nell’interesse del cliente, per fornire a quest’ultimo servizi dedicati in linea con le sue esigenze. Sul fatto che le banche possano fungere da erogatori di identità digitale a favore di terzi nutro seri dubbi, dal momento che la banca riveste tutt’ora un importante ruolo sociale: non so come si possa pensare di conciliare il ruolo di custode delle informazioni più sensibili dei clienti con questioni che facciano del trattamento dei dati una nuova linea di business.

La concorrenza con i GAFA ci sarà, ma vorrei immaginare un futuro in cui i servizi finanziari si baseranno ancora sul concetto di fiducia. Vado dal mio medico come vado in banca perché ci sono persone che, oltre a vendermi un servizio, mi vendono anche fiducia: come il medico, il consulente finanziario deve conoscerti, e tu devi fidarti di lui. i dati devono essere trattati unicamente nell’interesse del cliente”.

 

Gli identity provider più accreditati potranno essere solo le aziende tecnologicamente avanzate, snelle e flessibili” sostiene Eloisa Oliva, country manager per l’Italia di Kantox.


“L’identità digitale è figlia della digitalizzazione dell’economia, dell’informazione e delle relazioni
– sottolinea Eloisa – Ormai -e sempre di più- è tutto APPato/markeplace-socialnetworkizzato. La digitalizzazione è una realtà e un’importante opportunità di ottimizzazione, in termini di informazione, velocità dei processi e di risparmio. Il Fintech è la digitalizzazione della Finanza e rappresenta una virtuosa implementazione di questa tendenza evolutiva. Le riflessioni di Birch sull’identità digitale come nuova moneta, molto condivisibili in ambito B2C e H2H – human2human – non valgono più però a livello corporate. Nel B2B a valere è infatti l’identità della corporate e del rappresentante legale. Certo è che tantissimi attori economici possono beneficiare delle informazioni “ulteriori ” raccolte dai digitalizzatori. Altrettanto certo è che i fornitori più accreditati dell’identità digitale potranno essere solo le aziende tecnologicamente avanzate, snelle e flessibili nell’evoluzione della tecnologia stessa.

Nell’industry finanziaria, saranno chiaramente le Fintech companies a raccogliere la sfida di David Birch, potendo sfruttare i vantaggi tecnologici e strutturali che le differenziano dalla struttura di costo pesante e dai sistemi informativi difficilmente aggiornabili dei player tradizionali del settore”.