“Ti ricordiamo che hai stabilito un piano da attivare nel caso in cui non usi più il tuo Account Google. Proveremo a contattarti 15 mesi dopo la tua ultima attività. 18 mesi dopo la tua ultima attività informeremo il tuo contatto fidato che riceverà una notifica e avrà accesso ai dati dei prodotti selezionati”.
Pochi giorni fa ho ricevuto da Google questa mail, che mi ha ricordato i termini e le condizioni del servizio per la “gestione dell’account inattivo” (come lo chiamano loro, senza mai menzionare una sola volta la parola “morte”) e che entreranno in vigore dopo quindici mesi dal mio ultimo accesso. Se è vero che la scelta di attivare il servizio è stata mia, e soltanto mia, non ho potuto tuttavia decidere in maniera assolutamente libera le modalità di gestione dei miei dati personali dopo il mio decesso: al massimo, posso scegliere se condividere l’accesso con un massimo di dieci altri account, i quali dovranno aspettare i tempi di condivisione stabiliti arbitrariamente da un’azienda multinazionale (al momento, le opzioni disponibili sono solo quattro, con il rischio di condividere per errore i miei dati nel caso in cui io non acceda all’account per tempo). L’alternativa che mi è stata offerta è quella di chiedere la cancellazione di tutti i dati di tutti gli account, senza condividerli con nessuno.
In questa relazione – totalmente squilibrata – tra il sottoscritto e Google purtroppo la legge non è dalla mia parte. Il Regolamento Generale Europeo sulla Protezione dei Dati (GDPR), infatti, non si applica ai dati personali delle persone decedute, delegando ogni decisione in materia ai singoli Stati. Decisioni che, in Italia, si basano su regolamenti risalente all’epoca pre-social media, e che non poche volte hanno portato i tribunali – chiamati in causa – a ordinare alle aziende tecnologiche di fornire l’accesso agli account delle persone morte su esplicita richiesta da parte dei loro familiari e parenti più prossimi, in assenza di un’esplicita volontà in senso contrario da parte dei defunti (come nel caso di una dibattutissima sentenza del Tribunale di Milano del 2022 che ha autorizzato una donna ad entrare in possesso degli account del marito morto).

Google, in questo contesto di grande incertezza , offre paradossalmente molte più opzioni a disposizione rispetto ad altri fornitori di servizi digitali. TikTok, ad esempio, ha introdotto uno strumento di gestione dell’eredità digitale degli account solo ad aprile 2024, dopo aver per anni tranquillamente ignorato le richieste dei suoi stessi utenti (e richiedendo, per di più, di condividere certificati di morte con un’azienda di chiara affiliazione con il governo cinese per poter esercitare i propri diritti in quanto eredi). Apple, l’azienda che ha fatto della tutela della privacy dei propri utenti una potente leva di marketing, solo dal 2021 offre la possibilità di nominare un massimo di cinque eredi digitali del proprio AppleID (esattamente la metà di quelli “offerti” da Google). Meta, infine, porta avanti da sempre una politica ambigua su questo fronte, offrendo la possibilità di nominare un account erede per la gestione del profilo Facebook ma non del profilo Instagram o del nuovo social Threads.
Non è nello scopo di questo articolo, tuttavia, approfondire nel dettaglio le decisioni delle società tecnologiche (che ho trattato diffusamente in un articolo precedente su “Umanesimo Digitale“) né criticare le mancanze del GDPR più di quanto non sia stato fatto finora da innumerevoli esperti della materia, e da tutti coloro che hanno dovuto affrontare in prima persona l’enorme problema posto dalla mancanza di una regolamentazione riguardo al destino dei dati personali nel post-mortem. Semmai, vorrei approfittare di questa giornata dedicata al ricordo dei defunti per condividere una riflessione sulle responsabilità e le difficoltà che devono affrontare coloro che sono stati designati come eredi di dati, contenuti e ricordi digitali, dispersi su una molteplicità di servizi e oggetti connessi alla Rete.

Il primo problema è quello derivante dalla moltiplicazione degli account digitali della persona scomparsa. Alla consueta molte di e-mail di lavoro e personali, profili social, pagine e gruppi, siti web, blog e forum gestiti dal defunto o in cui egli ha lasciato tracce di sé, si vanno aggiungendo un numero crescente di account utilizzati per l’accesso e la gestione di oggetti digitali. Gli eredi si trovano così ad avere a che fare con una quantità spesso impensabile di credenziali da recuperare e aziende da contattare per poter entrare in possesso – o quantomeno provare a farlo – degli account che il defunto ha lasciato dietro di sé e che continuano a rimanere “online” pur senza più controllo da parte di nessuno.
Il secondo problema che si trovano ad affrontare gli eredi digitali è quello dell’enorme quantità di dati personali da gestire nel momento in cui entrano in possesso delle credenziali di accesso agli account. Social media, motori di ricerca, e-mail, e ora anche gli oggetti connessi accumulano nell’arco di pochi minuti un numero di informazioni sulla vita privata di ciascuno di noi che può rivelare molte più cose di quanto normalmente le persone non siano disposte a condividere con il prossimo, neppure con i parenti e amici più stretti. Accedere alle memorie digitali di un proprio familiare può rappresentare un punto di non ritorno tra una conoscenza solo parziale e “controllata” della vita di quest’ultimo e la capacità di poterne indagare anche le abitudini, i gesti e i pensieri tenuti più gelosamente nascosti. Con conseguenze difficilmente preventivabili, soprattutto nel caso di legami duraturi e sedimentati nel tempo.
Il terzo e ultimo problema è, infine, quello posto dalla scelta che grava sugli eredi digitali in merito alle modalità di conservazione di un tale archivio di dati personali. Eliminare o conservare? Cancellare gli account social o mantenerli attivi, continuando a fare le veci del defunto ogni volta che qualcuno decide di aggiungere un commento sotto il suo ultimo post? La decisione non è mai facile, soprattutto se i morti sono diventati personaggi pubblici a tutti gli effetti, e quindi soggetti all’interesse di una folla di persone per i motivi più disparati. In questo momento, gli eredi di un personaggio pubblico dispongono solo di una limitatissima possibilità di intervento e gestione delle sue memorie digitali, e spesso sono lasciati soli di fronte alla scelta tra conservare intatti i suoi profili o chiedere la loro rimozione definitiva.
Si pensi – per fare un esempio “estremo” – al profilo Instagram di Giulia Cecchettin, divenuto in questo primo anno dalla sua scomparsa un raccoglitore universale di tutto ciò che le persone hanno pensato della sua orribile vicenda, con decine di migliaia di commenti pubblicati sotto all’ultimo post condiviso dalla giovane donna quando era ancora in vita. Se il padre o la sorella di Giulia Cecchettin decidessero di chiedere la rimozione del profilo, privo di moderazione, eliminerebbero in questo modo anche una parte significativa della memoria “pubblica” di un fatto di cronaca nera che ha segnato una soluzione di continuità nella storia recente. Perché Instagram non consente ai familiari di poter gestire i profili dei defunti come avviene su Facebook? Perché un profilo così attenzionato dovrebbe essere lasciato in balia di qualsiasi commentatore o provocatore? Sono domande che non prevedono una risposta.

Ritengo quindi che – nei dibattiti che spesso affrontano il tema della morte e dell’eredità digitale – ci sia sia fin qui concentrati troppo sull’informare circa le possibilità di scelta da parte del defunto e ben poco sulle possibilità di scelta e le conseguenze per i suoi eredi. Eredi che non devono più, come avveniva in passato, confrontarsi con una memoria e un lutto “limitato” a poche decine se non al massimo centinaia di oggetti e di frammenti di un’esistenza in comune, ma devono fare i conti con un archivio impensabile e potenzialmente sterminato di memorie accuratamente registrate da servizi e oggetti digitali e di difficile selezione e comprensione. Leggersi tutti i messaggi inviati e ricevuti nel corso di anni dal proprio caro scomparso, o cancellarli completamente con il rischio di provare un rimorso negli anni a venire? Eliminare i dati personali contenuti negli account di gestione degli oggetti digitali per poter entrare in controllo di questi ultimi, o mantenerli per poter conservare una memoria – seppur frammentaria e di difficile comprensione – di quello che ha fatto con quegli oggetti quando era in vita?
Questo aspetto, finora considerato come minoritario, diventa tanto più urgente quanto più l’utilizzo dei social media sta portando un numero crescente di persone a trasformarsi, seppur con molti limiti e ambiguità, in personaggi “pubblici”: vuoi perché riconosciuti come influencer in un determinato settore, vuoi perché hanno comunque condiviso con un pubblico indefinito e ampio di persone i propri interessi, la propria vita, le proprie conoscenze e opere in maniera continuativa nel corso del tempo. La gestione dell’eredità digitale di qualcuno che, volente o nolente, viene riconosciuto come parte del patrimonio culturale e sociale “collettivo” – sia pur all’interno di una micro comunità – genera maggiori criticità rispetto al passato, perché la decisione di cancellare le sue memorie digitali può avere una conseguenza significativa sulla sua possibilità di ricevere ulteriori riconoscimenti negli anni a venire (come nel caso di scrittori semisconosciuti, che in vita non hanno pubblicato alcunché o, se lo hanno fatto, hanno ricevuto pochissima considerazione, diventati celebri molti anni dopo la morte).
Potrei fermarmi qui. Ma, se sei arrivato/a a leggere fino a questo punto, perché interessato/a all’argomento o perché coinvolto/a in prima persona, probabilmente avrai pensato come me che c’è un altro, enorme problema posto dalla mancata regolamentazione nel modo in cui le memorie digitali passano dal defunto ai suoi eredi, familiari o contatti “fidati” che siano: che cosa succede, infatti, all’erede digitale dopo che questi si vede recapitare le chiavi di accesso all’account del defunto dopo 18 mesi (quasi due anni!) dalla scomparsa di quest’ultimo? In che misura le attuali modalità di trasmissione ereditaria di profili e memorie virtuali prolungano oltre misura l’esperienza del lutto, senza alcun riguardo per i sentimenti e le emozioni provate dalle persone? E cambierebbe qualcosa se si decidesse di modificare questo tempo di attesa a 3, 6, o 12 mesi, le uniche altre tre opzioni disponibili? Mi fermo qui, anche se ci sarebbe molto altro da dire e da aggiungere su questo argomento.




