Ci eravamo “salutati” a fine luglio con i cupi presagi sollevati dalla storia del progetto Open Library di Internet Archive e le sue conseguenze per il futuro delle biblioteche e dei prestiti di libri in formato digitale. Una storia risoltasi proprio in questi giorni, purtroppo, con la clamorosa sconfitta di Internet Archive in tribunale.
Ci ritroviamo a settembre con una buona notizia, invece, per quanto riguarda i diritti dei consumatori: lo scorso 30 luglio è entrata in vigore la direttiva UE 2024/1799 per il diritto alla riparazione dei beni danneggiati o difettosi, che obbliga i fabbricanti a riparare ciò che è “tecnicamente riparabile” anche dopo la fine della garanzia.
Secondo la direttiva – che sarà recepita negli ordinamenti nazionali non prima del 2026 – la riparazione dovrà avvenire entro tempi e prezzi “ragionevoli”, potrà essere svolta anche presso centri di riparazione indipendenti e offrirà il diritto all’estensione automatica di un anno della garanzia iniziale. Una notizia rilevante, quindi, per tutti i proprietari di tablet, smartphone, frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, aspirapolvere, cordless, display elettronici, per i quali i costi di riparazione rendono spesso più conveniente la sostituzione del prodotto usurato o danneggiato (generando una spesa aggiuntiva di oltre 12 miliardi di euro annuali, secondo i dati della Commissione Europea).
Con la nuova Direttiva vengono meno anche le restrizioni verso l’utilizzo di pezzi di ricambio non originali o il blocco verso strumenti di diagnostica di terze parti
Perché questa notizia deve interessarci così tanto? Perché l’entrata in vigore della direttiva potrebbe rivelarsi un primo passo per un drastico cambiamento delle modalità di progettazione e funzionamento degli oggetti connessi alla Rete: come sottolineato da Ugo Vallauri, co-fondatore di Right to Repair Europe, con le nuove leggi “per la prima volta si inizia a mettere un freno all’utilizzo di software per bloccare l’uso di pezzi di ricambio di seconda mano o di terze parti”. Con il diritto alla riparazione in chiave europea decade quindi il divieto di ostacolare o bloccare tramite software l’integrazione negli oggetti connessi di pezzi di ricambio non originali, creati in modo indipendente o con la stampa 3D, così come l’uso di codici di accesso proprietari per impedire la diagnosi di possibili guasti del prodotto da parte di servizi di riparazione indipendenti.
Tuttavia, è proprio da Right To Repair Europe – che raccoglie oltre 140 organizzazioni in 24 Paesi Europei – che arrivano le maggiori critiche alla stessa direttiva, accusata di includere solo una minima parte dei beni di consumo esistenti, di non definire con esattezza il significato di “prezzo ragionevole”, di non vincolare gli Stati ad adottare incentivi finanziari specifici per promuovere la filiera della riparazione professionale. Right To Repair Europe, in un post pubblicato sul proprio sito firmato dalla coordinatrice Cristina Ganapini, fa notare come proprio sul blocco tramite software dei pezzi di ricambio non originali permanga un’ambiguità di fondo, nella misura in cui la direttiva prevede esenzioni per la tutela della proprietà intellettuale che potrebbero inficiare i progressi compiuti.
Altre critiche, non meno puntuali, sono giunte da associazioni come Altroconsumo, secondo la quale le persone dovrebbero avere la possibilità di rivolgersi direttamente al produttore per la riparazione dei prodotti prima della fine della garanzia, mentre nella direttiva questa possibilità verrà concessa solo al termine dei due anni previsti dalla legge (durante i quali i consumatori potranno chiamare in causa solo i venditori degli oggetti, e non i produttori). Secondo Confartigianato, l’ambiguità del testo finale rende difficile fare previsioni sul futuro dei riparatori indipendenti: incertezze che, secondo quanto dichiarato dall’associazione, dovranno essere superate al fine di “garantire l’effettiva equiparazione di condizioni tra riparatori indipendenti e autorizzati”, stimolando la nascita e lo sviluppo di nuove imprese e figure specializzate.
Il diritto alla riparazione come uno strumento per favorire la trasmissione degli oggetti (e della conoscenza racchiusa in essi) verso le generazioni del futuro
Quella sul diritto alla riparazione è una battaglia cominciata molti anni addietro ma che ha visto i primi, significativi progressi compiersi solo in vista dell’ormai imminente entrata in vigore dei nuovi obblighi per i produttori. È il caso di Apple che, quest’estate, ha esteso a 32 Paesi europei – tra cui l’Italia – il servizio di riparazione fai-da-te conosciuto come Diagnostic per Self Service Repair, cui ha fatto seguito la promessa di rimuovere alcune limitazioni all’utilizzo di pezzi di terze parti per la riparazione dei dispositivi danneggiati. Un passo in avanti significativo per un’azienda che ha costretto per anni i clienti a sostenere costi esorbitanti per la riparazione, obbligandoli a rivolgersi a un ristrettissimo numero di centri di assistenza autorizzati, e a subire limitazioni delle funzionalità in caso di utilizzo di pezzi non originali (come riassunto in un articolo de Il Post).
Il diritto alla riparazione, visto da una prospettiva più ampia come quella affrontata da Aaron Perzanowski nel suo libro “The Right to Repair”, non si limita tuttavia a generare “solamente” un risparmio economico per le persone, né può essere valutato solo dal punto di vista dei benefici per l’ambiente e il risparmio di materie prime. Dare la possibilità a tutte le persone di poter decidere liberamente il destino dei “propri” oggetti, favorendo la riparazione delle componenti danneggiate e usurate in luogo della semplice sostituzione, è uno stimolo per favorire la diffusione di una maggiore consapevolezza e conoscenza dell’oggetto nella sua integralità: come è stato progettato, assemblato, da cosa è composto, e quali sono le componenti più fragili, rischiose, sensibili. Riparare crea – come si legge nella citazione riportata all’inizio di questa newsletter – un ponte “tra il passato e il futuro” estendendo la vita utile di un oggetto ben oltre la vita media delle singole componenti, rendendo così possibile il suo riutilizzo nel corso del tempo nei confronti di eredi, acquirenti di seconda mano, uomini e donne del futuro.
Rimangono aperti, in questo scenario, molti quesiti legati alla privacy, alla tutela dei dati personali raccolti dagli oggetti connessi nel momento in cui essi passano nelle mani dei riparatori “ufficiali” e non, così come i rischi legati all’utilizzo di pezzi di ricambio prodotti attraverso procedure di sicurezza diverse rispetto a quelle del produttore originale. Più in generale, restano forti i dubbi in merito alla reale applicabilità di una direttiva che non si sbilancia nel definire con esattezza i costi a carico dei consumatori, rischiando alla prova dei fatti di rivelarsi uno strumento utile solo per i pochi che avranno una chiara consapevolezza dei propri diritti e che avranno i mezzi per poterli esercitare pienamente, rinunciando a una più allettante e immediata sostituzione di ciò che sarà diventato improvvisamente inutilizzabile. Ma siamo solo a settembre, ed è lecito sperare che le “cose” stiano davvero cominciando a cambiare.




