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Che cosa ci insegnano i bambini ucraini che continuano a studiare in DAD

Nelle scuole italiane si moltiplicano i casi, segnalati dai giornali locali, di studenti ucraini in fuga dalla guerra che continuano a studiare in DAD con compagni e insegnanti del Paese d’origine, stimolando nuove riflessioni su una modalità didattica che troppo presto è stata liquidata come un mero espediente di emergenza.

Sono dieci a Castellamare, secondo Repubblica Napoli, tra cui Olga che segue le lezioni in DAD con la maestra che trasmette da un’aula scolastica vuota nella regione di Leopoli e spesso deve disconnettersi per fuggire nel rifugio antiaereo quando in città risuonano gli allarmi. Sono un’altra decina nel bresciano, secondo quanto riportato da Il Giorno, dove le famiglie ucraine hanno trovato accoglienza e hanno chiesto ai dirigenti dell’Istituto comprensivo di Gargnano di fornire loro dei computer per consentire ai bambini di seguire le lezioni scolastiche in Ucraina, collegandosi con i loro compagni rimasti vicino alla linea del fronte. Sono un numero imprecisato nel reggiano, dove il vicedirettore della Caritas conferma a ReggioOnline che gli insegnanti in Ucraina continuano a seguire le loro classi” emigrate in Italia grazie alle nuove tecnologie per la didattica a distanza.

La “reazione encomiabile” degli insegnanti ucraini che continuano a seguire gli studenti in DAD fino a quando non suonano le sirene degli allarmi

In alcuni casi, come segnalato da Repubblica Bari, i bambini di una stessa classe sono dispersi tra Italia, Polonia, Repubblica Ceca, Austria, Irlanda e Stati Uniti, ma “si rivedono ogni mattina su Skype” su iniziativa dei loro insegnanti rimasti in Ucraina. A Pisa, come si legge sulla Nazione, i bambini che continuano a seguire le lezioni in Ucraina sono stati accolti alla scuola elementare Livia Gereschi la quale ha messo a disposizione un’aula provvista di computer, mediatori e insegnanti dedicati. La didattica a distanza tra studenti emigrati, compagni e insegnanti rimasti in Ucraina si svolge anche tra le aule di Bologna come confermato dal Corriere di Bologna, in quelle di Trento come si legge su IlDolomiti, nelle aule di Varese secondo VareseNews (dove si sottolinea la “capacità di reazione encomiabile” degli insegnanti ucraini) e infine a Milano, come riportato dalla newsletter “Colonne”.

Le lezioni online mi tranquillizzano” dichiara Yeva, studentessa liceale rifugiata da Kiev a Bari e che ogni mattina si collega con i suoi ex compagni

Il fenomeno, lungi dall’essere stato ancora pienamente compreso e monitorato a livello nazionale, sorprende in positivo solo chi ha sempre interpretato la prima, grande stagione della didattica a distanza in Italia unicamente alla luce della propria condizione personale. Grazie al coraggio degli insegnanti e a un supporto diffuso in termini di strumenti, locali e personale di sostegno, i bambini ucraini ci mostrano fino a che punto la tanto criticata “DAD” possa rivelarsi uno strumento utile non solo a garantire la continuità del percorso scolastico in condizioni di emergenza, ma anche ad alleviare paure, incertezze e senso di spaesamento dovuto all’improvviso venir meno dei luoghi e dei volti familiari. “Le lezioni online mi tranquillizzano – racconta Yeva, al penultimo anno di liceo linguistico, in fuga da Kiev e rifugiata a Bari Non sapere dove siano i miei compagni e i professori mi preoccupa molto, ma quando si connettono e vedo che sono vivi e stanno bene, sono più serena. E così mi sento a casa“.

Le possibilità inesplorate della DAD che gli studenti ucraini fanno (di nuovo) intravvedere: scambio, apertura, sperimentazione, personalizzazione

La mancanza di una visione d’insieme del fenomeno, tuttavia, potrebbe farsi sentire presto: dopo l’entusiasmo iniziale, potrebbe essere sempre più difficile per gli insegnanti e i dirigenti scolastici italiani trovare il giusto equilibrio tra le necessità della didattica a distanza in lingua ucraina e quelle dell’insegnamento in presenza dei primi rudimenti di materie in lingua italiana, soprattutto qualora il conflitto dovesse durare ancora a lungo e i tempi di un ritorno in patria prolungarsi indefinitamente. Non ha aiutato, in questo senso, il precipitoso rigetto di una esperienza innovativa di insegnamento che nel corso dei primi anni di pandemia ha rivelato i suoi limiti naturali ma ha fatto anche intravvedere ulteriori possibilità inesplorate: la possibilità di rimanere in contatto con compagni e professori lontani dalla propria quotidianità, di inserire lo studente all’interno di comunità più ampie composte non solo da “classi” separate fisicamente le une dalle altre, ma anche perseguire forme di insegnamento in differita adatte ai ritmi e ai bisogni dei singoli allievi in luogo della novecentesca conferenza orale e frontale.

Le variabili che determinano il successo o l’insuccesso della DAD per gli emigrati: locali, tecnologie, personale, assistenza da entrambi i Paesi

Vista la naturale tendenza di una buona parte della società contemporanea – e soprattutto italiana – a sperimentare con impazienza possibili alternative e con altrettanta impazienza a tornare sui propri passi dopo le prime difficoltà e delusioni, è ancora presto per dire se il modello di didattica mista tra lezioni in presenza con i compagni italiani e DAD con i compagni del Paese d’origine si evolverà o resterà un caso isolato di questi primi, imprevedibili giorni di guerra. La disponibilità degli insegnanti ucraini a collegarsi ogni mattina con regolarità con la propria classe dispersa in tutto il mondo, la presenza di spazi delle strutture di accoglienza e di mediatori e insegnanti di sostegno, la disponibilità di strumenti tecnologici adeguati e infine il rapporto con i nuovi insegnanti e compagni sono aspetti cruciali e non garantiti una volta per tutte, così come l’impegno dell’organizzazione scolastica del Paese d’origine a sostenere le lezioni a distanza dei suoi studenti emigrati in maniera continuativa e adeguata.

Quello che resta da conoscere sul fenomeno (e che potremmo non conoscere mai, finché i dati resteranno nella disponibilità di aziende private)

In questo contesto, negli articoli dei prossimi giorni e nelle analisi che verranno fatte sul fenomeno mi aspetto di vedere qualcosa di più che la meraviglia, lo stupore o l’ammirazione per gli studenti e insegnanti ucraini “encomiabili”: qualche dato in più sulle ore di effettivo insegnamento a distanza in contesto di guerra, qualche approfondimento ulteriore sull’integrazione delle lezioni a distanza con quelle in presenza che – secondo le testimonianze riportate dai giornali – hanno tuttora un ruolo minore e si svolgono per lo più tra le “pause” forzate della DAD, qualche testimonianza di insegnante italiano che ha provato a comunicare direttamente con i colleghi ucraini per arrivare a una soluzione di apprendimento ottimale per i nuovi allievi “condivisi” tra i due Paesi. Nella società dei “big data”, purtroppo, è sempre più frequente rendersi conto della persistente mancanza dei dati più importanti per comprendere la realtà e generare un cambiamento positivo: forse, perché ancora oggi gran parte di questi dati dipendono dalla disponibilità delle aziende private che forniscono gli strumenti di insegnamento online, come Zoom, Alphabet o Skype, anziché diventare patrimonio comune per il benessere collettivo.

Foto di copertina: Giovanni Gagliardi/Unsplash

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