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Come la guerra russo-ucraina sta cambiando i social media

La fine della finzione delle piattaforme neutrali e che offrono solo contenuti di intrattenimento, la fine delle ambizioni globali e di crescita illimitata del network, la fine dell’illusione di regole di moderazione uguali per tutti gli utenti, ma anche una inaspettata speranza di limitazione delle possibilità di sorveglianza digitale: alcuni segnali premonitori nelle più importanti notizie riguardanti i social media durante le prime settimane della guerra russo-ucraina.

Il blocco dei contenuti a pagamento e dei siti di informazione controllati dal governo russo su Facebook, Instagram e altri social, il blocco delle modifiche ai contenuti di Google Maps in Ucraina, lintroduzione della crittografia sui messaggi diretti di Instagram in Russia e Ucraina, la rimozione dei contenuti di Russia Today e Sputnik dai risultati di ricerca di Google su ordine della Commissione Europea, la rimozione dei tweet delle ambasciate russe su eventi legati alla guerra, la sospensione dei download delle app di RT dal Play Store di Google e dall’App Store di Apple, le richieste del governo russo di limitare la visibilità dei video di guerra nei feed di TikTok e di sospendere gli ADS che riportano i numeri dei morti su Google, la riduzione della visibilità dei subreddit r/Russia e r/RussiaPolitics su Reddit e la sospensione degli ads su Snapchat in Russia, Bielorussia e Ucraina.

L’elenco prosegue con il blocco dei canali Telegram riconducibili a Russia Today (ma solo per gli utenti con un numero di telefono europeo), la sospensione dei pagamenti agli streamer russi da parte di Twitch fino al termine delle sanzioni alla Russia, l’introduzione delle etichette sui contenuti provenienti da canali controllati dal governo russo su TikTok e la sospensione dei live e delle possibilità di pubblicazione dei video nei confronti degli utenti residenti in Russia, la creazione di una versione di Twitter accessibile da Tor Browser per tutelare la privacy degli utenti e aggirare il blocco del social in Russia, la scoperta che Facebook e Instagram hanno modificato le loro policy sull’incitamento alla violenza e all’odio riguardo ai contenuti pubblicati in Ucraina e, infine, la sospensione dei social di Meta in Russia, accusati dal governo di essere organizzazioni estremiste”.

Il sito web per tenere traccia di tutti gli interventi presi dai social media durante la guerra russo-ucraina

Per chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui è importante ricordare che queste sono solo le più importanti notizie riguardanti le decisioni prese dai social media, o imposte ai loro proprietari dai governi occidentali o dal governo russo, durante le prime settimane di guerra sul territorio ucraino, e che non saranno di certo le ultime: su mediamanipulation.org è disponibile un elenco aggiornato in tempo reale delle notizie in tal senso, cosa che molti media italiani dovrebbero fare per garantire un’informazione quanto più possibile esaustiva ai propri lettori su come le più grandi piattaforme digitali al mondo stanno affrontando questa ennesima crisi. Da parte mia, vorrei sottolineare come in questo apparentemente interminabile elenco di misure e di contro-misure di censura da parte di questo o quel social media si possano oggi intravvedere alcune premesse di un cambiamento profondo, in atto già da tempo, che la guerra stessa non ha fatto altro che accelerare o portare definitivamente alla luce.

Dopo le rivelazioni di Reuters, Nick Clegg di Meta ammette i cambiamenti delle policy sui contenuti d’odio e violenza per gli utenti Facebook e Instagram che pubblicano in Ucraina.

La disinformazione su TikTok e la fine dell’illusione delle piattaforme specializzate solo in contenuti “di intrattenimento”

A uscirne definitivamente compromessa è, in primo luogo, l’immagine di TikTok quale piattaforma specializzata in contenuti leggeri e di intrattenimento, lontana anni luce dai problemi decennali riguardanti la disinformazione, la violenza, l’odio ampiamente documentati su altri social media. TikTok, al contrario, si è dimostrata essere fin dai primi giorni del conflitto particolarmente vulnerabile alla diffusione di video provenienti dalle zone di guerra più martoriate, rivestendo un ruolo importante nella diffusione di testimonianze di prima mano ma anche di numerosi video di disinformazione – quando non del tutto falsi – come riportato, tra gli altri, dal Financial Times. In questo contesto, la guerra russo-ucraina sembra aver messo una pietra tombale sull’ambizione di TikTok di potersi distinguere in senso positivo dagli altri social media: il sospetto è che, man mano che aumenteranno le ricerche e le inchieste dei giornalisti, l’immagine di TikTok come social leggero, di intrattenimento, politicamente neutrale e “sicuro” per i propri utenti – soprattutto minori – non farà che svanire sempre più nel passato.

Il blocco di Facebook e Instagram in Russia e la fine dell’ambizione di piattaforme di dimensioni “globali”

Dopo la Cina, ora anche la Russia: Facebook e Instagram sono state qualificate come “organizzazioni estremiste” dagli organi governativi russi e sono state bandite dal territorio della Federazione, vedendosi ridurre in maniera drastica la propria presenza globale di un altro sesto delle terre emerse e di diversi milioni di utenti. Finisce qui, per sempre, l’ambizione di qualsiasi entità privata che controlli una piattaforma social digitale di espandersi ovunque e diventare predominante in qualsiasi Paese. Il ridimensionamento delle ambizioni porta con sé, inoltre, il ridimensionamento delle aspettative di investitori e degli stessi utenti, entrati tanti anni fa in Facebook e Instagram attratti dalla promessa (mai davvero mantenuta) di una rete di collegamenti universale e illimitata verso qualsiasi essere umano, cliente, “amico” o follower: i social media nati in Occidente si avviano a essere, prevalentemente, social media “locali” dell’Occidente, con tutte le influenze culturali, manageriali e legali dei loro territori di origine. Le conseguenze, in termini di valore di mercato, attrattività delle piattaforme stesse, evoluzione delle policy e degli investimenti di aziende e organizzazioni non potrebbero essere oggi più incerte.

Le nuove policy di Meta sui contenuti violenti e la fine dell’illusione di regole di moderazione uguali per tutti

Fin dai miei studi preliminari sulla scrittura del saggio “Gli obsoleti. Il lavoro impossibile dei moderatori di contenuti” mi era apparso chiaro come i social media fossero soliti applicare regole di moderazione diverse a seconda dei contesti, dei luoghi, delle persone coinvolte, spesso modificando le loro stesse policy in maniera contradditoria con quanto affermato pubblicamente fino a uno specifico momento. La guerra russo-ucraina, in questo senso, non ha aggiunto niente di nuovo ma ha portato queste scelte sotto gli occhi di tutti con la decisione di non applicare le regole sull’incitamento all’odio e alla violenza per i contenuti pubblicati su Facebook e Instagram da parte di utenti residenti in Ucraina: una decisione inizialmente tenuta nascosta, scoperta grazie all’iniziativa di un gruppo di moderatori di contenuti che ha deciso di condividere alcune mail interne con i giornalisti di Reuters, e infine confermata da Meta per voce del responsabile Global Affairs, Nick Clegg. Se c’era ancora qualche illusione sul fatto che le regole di policy di un social media potessero raggiungere una qualche forma di coerenza interna, valida per tutti gli utenti, questa illusione è stata nuovamente smentita, così come qualsiasi speranza di trasparenza in merito a decisioni dotate di un impatto vasto e tuttora imprevedibile.

Twitter su Tor e la fine (per ora solo prevista e auspicabile) della sorveglianza dei cittadini tramite i social media

Solo una parte delle notizie del giorno resterà a lungo nella memoria collettiva e degli stessi specialisti, e solo una parte di esse si tradurrà in un cambiamento più profondo e di ampia portata. In queste ultime potrebbe rientrare la notizia che Twitter ha reso disponibile l’accesso a una versione speculare della sua piattaforma tramite il dominio .onion agli utenti che utilizzano Tor Browser, dopo che un progetto simile era stato lanciato da Facebook dal 2014 (utilizzato nei primi anni, a quanto sembra, solo da pochi milioni di utenti). L’accesso a Twitter da Tor Browser, nell’immediato, consentirà agli utenti russi di accedere al social media nascondendo il proprio indirizzo IP e riducendo così al minimo i rischi di poter essere tracciati dal proprio governo durante l’utilizzo del servizio oggi proibito in Russia. Nel lungo periodo, la creazione di domini .onion per tutte le principali piattaforme digitali potrebbe diventare uno standard di settore tanto più aumenterà la consapevolezza e le richieste degli utenti in tal senso, riducendo le possibilità di sorveglianza attraverso i social da parte di entità terze (siano esse governi autoritari o passibili di diventarlo): un primo passo, non l’ultimo, verso la fine della sorveglianza illimitata che queste stesse piattaforme – per opportunismo, mancanza di risorse e di sensibilità – hanno a lungo reso possibile.

Un esempio, indistinguibile dagli altri, di tweet pubblicato dalla versione .onion di Twitter da parte di Paolo Attivissimo.

Immagine di copertina: Антон Дмитриев/Unsplash

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