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Cesare Salvi: “la proprietà è la conseguenza di una scelta mai neutrale”

Intervista a Cesare Salvi, professore di diritto, senatore dal 1992 al 2008, autore del libro “L’invenzione della proprietà”: un’interessante riflessione critica sull’origine, i limiti e i ricorsi storici dell’idea di proprietà, oggi sempre più centrale in un contesto di continua proliferazione di nuovi oggetti connessi alla Rete e in parte vincolati dalle onnipresenti leggi sulla proprietà intellettuale.

La scelta di quali beni siano da considerare oggetto di proprietà, e quali no, non è mai neutra. Nel diritto contemporaneo è decisivo il valore di scambio sul mercato ed è la legge, proteggendo o creando un numero crescente di entità incorporali, che attribuisce loro quel valore di mercato che altrimenti non avrebbero”: con queste parole Cesare Salvi, nel suo ultimo saggio “L’invenzione della proprietà. La destinazione universale dei beni e i suoi nemici” (Marsilio Editore, 2021), esprime meglio di altri fino a che punto la proprietà di un bene, o di un’idea, non possa mai essere considerata un privilegio irreversibile, bensì l’esito di un difficile e non sempre riuscito compromesso tra guadagni privati e benefici pubblici.

“La tutela della proprietà intellettuale del software non è un effetto naturale del progresso tecnologico, ma l’esito di decisioni politiche tradotte in norme giuridiche”

La riflessione di Salvi, professore ordinario di diritto civile dal 1979, senatore dal 1992 al 2008, è tanto più urgente e meritevole di approfondimento quanto più i confini di ciò che siamo abituati a considerare come beni di proprietà tendono ad allargarsi continuamente, abbracciando territori fino a un secolo fa inesistenti quali il regno del software e dei contenuti digitali, oggi sempre più vincolati nel loro utilizzo dalle leggi sulla proprietà intellettuale. Tutto questo in un contesto in cui “la cosiddetta proprietà intellettuale – scrive nel suo libro il professor Salvi – è assimilata alla proprietà in senso proprio, come afferma esplicitamente l’art. 17 della Carta dei diritti dell’Unione Europea, attribuendo così allo sfruttamento economico della conoscenza le medesime garanzie accordate alla proprietà dei beni materiali […] Siamo in presenza non di un effetto ‘naturale’ del progresso tecnologico ma di decisioni politiche, tradotte in norme giuridiche”.

Professor Salvi, quali sono le premesse e gli obiettivi della sua opera “L’invenzione della proprietà”?

Il mio mestiere, che è quello di professore di diritto civile, mi ha portato più volte in passato a occuparmi e a scrivere di queste tematiche. Mi sono reso conto, tuttavia, che nella letteratura esistente sull’argomento – come nel dibattito scientifico – molti aspetti erano rimasti a lungo inesplorati. Così, unendo la riflessione giuridica con la ricerca storica, politica ed economica, ho provato a inquadrare i temi a mio modo di vedere fondamentali: l’origine della proprietà moderna, che risale al Seicento e si concretizza solo con la Rivoluzione Francese e il successivo affermarsi del capitalismo su scala globale; il rapporto spesso conflittuale tra proprietà e democrazia, che riemerge ogni volta che quest’ultima cerca di limitare i diritti di proprietà individuale a vantaggio dell’interesse collettivo; infine, la presunta identità di proprietà e libertà, un’idea nata con Locke, riaffermata solo di recente dalla Carta dei diritti dell’Ue dopo essere stata a lungo trascurata nelle Costituzioni nazionali, e che non è affatto una conseguenza logica o scontata.

“L’invenzione della proprietà” è l’ultimo saggio del professor Cesare Salvi (Marsilio, 2021).

Come si concilia questo ritorno dell’idea di proprietà come un diritto assoluto, tutelato dai tribunali nazionali e internazionali, con la crescita di movimenti di condivisione del sapere e della più variegata “sharing economy”?

Non si concilia affatto. Per lungo tempo la teoria marxista e l’esperienza del socialismo reale hanno rappresentato agli occhi di molti la possibilità che gli interessi collettivi potessero essere garantiti dall’abolizione della proprietà privata, specialmente quella dei mezzi di produzione. Il fallimento storico di quella teoria e di quelle esperienze ha lasciato per un certo periodo campo libero al neoproprietarismo (nell’accezione del termine data da Thomas Piketty) fino all’emergere di nuove idee e movimenti alternativi a quest’ultimo. Sempre più, infatti, sta maturando la consapevolezza che esistano determinati beni, servizi, realtà che devono essere sottratti tanto alla logica proprietaria privata quanto a quella pubblica, e questo fenomeno è di estremo interesse perché dimostra l’esistenza di una strada alternativa a quella che la globalizzazione ha percorso fin qui.

Esiste, nel mondo degli oggetti connessi, una sorta di paradosso tra il possesso di un oggetto in quanto semplice involucro e l’impossibilità per gli utilizzatori di disporre liberamente del software che si trova al suo interno e che lo fa funzionare: come è possibile superare questo cortocircuito legislativo?

È un dato di fatto che queste contraddizioni esistano, e riguardano oggi ogni aspetto dell’odierna economia e società digitale. Basti pensare anche alla questione dei dati personali: teoricamente posseduti dagli utenti, essi rimangono di fatto nella disponibilità delle aziende che dominano la Rete. A mio giudizio, così come pochi secoli fa sono state necessarie una serie di innovazioni per adeguare l’idea di proprietà degli antichi ai bisogni dei moderni, al tempo stesso oggi è necessario pensare a nuove leggi e regolamenti per rispondere alla nascita di nuovi problemi sollevati dalle possibilità raggiunte con le nuove tecnologie. Purtroppo, le ultime novità legislative non sembrano sufficienti a rispondere alla portata della sfida sollevata da queste ultime: il fatto che la stessa Carta dei diritti dell’Unione Europea equipari la proprietà intellettuale alla proprietà privata è il simbolo più evidente, a mio parere, che manca ancora quel salto di qualità oggi tanto necessario nel pensiero ancor prima che nella prassi giuridica. E se gli Stati Uniti oggi sembrano muoversi spediti utilizzando i poteri dell’autorità Antitrust, rinnovando e ampliando questi ultimi, l’UE ha inquadrato correttamente il problema ma senza ancora raggiungere risultati apprezzabili.

Le auto si utilizzano in condivisione con Uber, gli appartamenti si mettono in affitto su AirBnb, la musica non si compra ma si paga per ascoltarla su Spotify, i libri si leggono in licenza su Kindle: che cosa rimane della proprietà, dal punto di vista di una persona comune?

Se da un lato la proprietà è diventata oggi per lo più proprietà finanziaria, garantita in massimo grado dalle leggi esistenti, gli esempi citati nella sua domanda sono il segno che nella realtà sociale assistiamo a un fenomeno inverso. Se fino a poco tempo fa uno dei primi segni del passaggio dalla gioventù alla vita adulta coincideva con il possesso di un’automobile, oggi la proprietà sembra essere diventata quasi un peso per i giovani: anche in questo caso si tratta di innovazioni, rispetto al meccanismo tradizionale, che portano con sé anche l’altro lato della medaglia composto dagli stessi autisti di Uber inquadrati secondo contratti precari. L’assenza di proprietà di case, mezzi di trasporto, oggetti non implica automaticamente il venir meno del bisogno di poterne disporre in maniera stabile e sufficiente: da qui, l’importanza di strumenti come il reddito universale di base che possono tutelare la libertà dell’individuo di godere di beni e servizi essenziali, pur in assenza della proprietà di questi ultimi.

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