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Social media: la “neutralità” non va più di moda

Le elezioni americane 2020 hanno visto Facebook e Twitter limitare in maniera sistematica la diffusione di notizie non verificate, a differenza di quanto fatto da YouTube: un evento che potrebbe rappresentare il primo passo verso lo smembramento di fatto (ma non di diritto) delle grandi piattaforme digitali globali.

Il contenuto condiviso in questo Tweet, tutto o in parte, è controverso e potrebbe essere fuorviante in merito alla modalità di partecipazione alle elezioni o ad altri strumenti di coinvolgimento della cittadinanza”: in un linguaggio burocratico d’altri tempi Twitter giustifica così la scelta di nascondere la maggior parte dei tweet pubblicati da Donald Trump nei giorni successivi alle elezioni presidenziali americane del 2020. Se gli utenti possono comunque leggere i tweet originali, semplicemente facendo clic sul tasto “visualizza” posto a fianco dell’avviso di Twitter, nondimeno nella maggior parte dei casi essi non possono né mettere “mi piace”, né commentare i tweet del presidente in carica e “censurati” dalla piattaforma.

Uno dei tanti tweet di Trump “nascosti” da Twitter

“Facebook e Twitter hanno seguito un approccio intenzionale, YouTube ha seguito un approccio funzionale”

Sulla falsariga di Twitter, Facebook ha deciso di aggiungere ai post di Trump un avviso simile, che non nasconde il post originale ma lo pone oggettivamente in secondo piano: “Conteggio dei voti in corso. Non c’è un vincitore delle elezioni presidenziali 2020 negli Stati Uniti in base alle proiezioni”. Nulla di tutto questo, invece, si è visto su YouTube: secondo quanto riportato dal giornalista Casey Netwon nella sua newsletter quotidiana, infatti, la piattaforma di proprietà di Google si sarebbe limitata ad aggiungere l’avviso che “i risultati potrebbero non essere definitivi”. Un messaggio di per sé falso e che implicitamente sembra avvalorare le accuse di brogli, in quanto si sa per certo che i risultati delle elezioni non saranno “definitivi” ancora per diverse settimane.

Uno dei tanti post di Trump accompagnati dall’avviso di Facebook

Per mesi Trump ha dichiarato pubblicamente che non avrebbe riconosciuto i risultati delle elezioni – scrive Casey Newton – Facebook e Twitter hanno aggiornato le loro policy in anticipo, dichiarando che si sarebbero opposte a ogni messaggio riguardante notizie false sull’esito delle votazioni. Facebook e Twitter hanno seguito un approccio intenzionale, identificando in anticipo una potenziale minaccia e preparandosi a contrastarla. YouTube si è limitata a un approccio funzionale, senza curarsi della potenziale minaccia per i suoi utenti”. È così che, su YouTube, il video dell’ex contributor di Fox News Steven Crowder ha potuto raggiungere 3,5 milioni di visualizzazioni, nonostante fin dal titolo facesse riferimento a presunte prove di “brogli” elettorali contro Trump.

3.5 milioni di visualizzazioni su YouTube per un video di fake news

Le piattaforme si stanno frammentando da sé, prima ancora che intervenga l’Antitrust

Quando si analizzano fenomeni digitali complessi è facile dimenticarsi delle notizie uscite solo pochi giorni prima: in questo senso, l’approccio seguito da YouTube in occasione delle elezioni presidenziali non può essere analizzato senza tener conto dell’inchiesta Antitrust riguardante l’abuso di posizione dominante di Google (acquirente di YouTube nel lontano 2006). Nelle previsioni più pessimistiche per l’azienda, l’esito dell’inchiesta Antitrust potrebbe portare a uno smembramento della stessa YouTube qualora l’accusa di abuso di posizione dominante si estendesse dal motore di ricerca “principale” al motore di ricerca per video più utilizzato al mondo, ovvero YouTube. Prendere posizione nei confronti delle “fake news” è tanto più difficile, oggi, quanto più l’azienda è impegnata a dimostrare quotidianamente la propria “neutralità” nei confronti di dispositivi, concorrenti e utenti stessi.

Di fronte alla strategia fin qui fallimentare perseguita da YouTube, Facebook e Twitter sembrano aver adottato l’approccio inverso: anziché dimostrare di essere assolutamente neutrali rispetto ai contenuti, esse vogliono dimostrare di essere neutrali rispetto alle società in cui operano; anziché perseguire un’unica policy di moderazione, esse adottano policy diverse a seconda delle leggi nazionali, dell’opinione pubblica dominante, dell’opportunità o meno di dimostrare la propria forza derivante da una posizione di effettivo monopolio nel campo dei social media. Come sottolineato da Tarleton Gillespie, nel suo libro “Custodians of the Internet”, “Facebook in realtà non è altro che la somma di tanti Facebook [..]: in Turchia contrasta il reato di diffamazione, in Vietnam rimuove i contenuti che criticano il governo, in Thailandia rimuove i post che criticano la famiglia reale”. Se negli Stati Uniti contrasta la diffusione delle fake news elettorali, non è detto che farà la stessa cosa in altri Paesi.

Per quanto si possa essere d’accordo con la scelta di opporsi alla diffusione di fake news sull’esito delle elezioni presidenziali 2020, nondimeno è importante ricordare come al tempo delle elezioni presidenziali di quattro anni fa le stesse aziende difendessero ostinatamente la propria posizione di assoluta “neutralità” verso qualunque contenuto pubblicato sulle loro piattaforme. La neutralità, tuttavia, va sempre meno di moda: se YouTube si trova oggi in una condizione di stallo, la strategia migliore per le altre piattaforme digitali sembra essere diventata quella di mostrarsi più o meno “neutrali” a seconda del Paese in cui si opera, più o meno accondiscendenti di fronte al potere politico emergente a livello locale. Di fronte alla diversità di approcci delle piattaforme, tolleranti in un Paese ma intransigenti nell’altro, collaborative tra loro in un Paese e in diretta competizione nell’altro, potrebbe non essere semplice dimostrare la necessità di una loro frammentazione di diritto, oltre a quella di fatto.

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