Intervista con Maria Anna Mariani, professoressa di letteratura italiana alla University of Chicago e autrice di un illuminante saggio sui retroscena della sharing economy: “Voci da Uber” (Mucchi Editore 2019).

C’era una volta la startup più valutata al mondo. Oggi, Uber è assestata su una posizione difensiva in Europa, con il rischio di essere bandita anche da Londra nel 2020, non pervenuta in Cina, assimilata di fatto se non di diritto a un servizio di trasporto privato locale negli Stati Uniti. Sopravvissuta alla cacciata del suo fondatore, e a innumerevoli cause legali e scandali interni ed esterni all’azienda, Uber viene ancora utilizzata da numerosi utenti e autisti malgrado l’obsolescenza del concetto di “uberization of everything”, che per un momento è sembrato sul punto di affermarsi come nuovo standard globale dei servizi.

“Voci da Uber – Confessioni a motore” (Mucchi Editore 2019) di Maria Anna Mariani* si inserisce in questo clima da “fine impero”: le quaranta testimonianze raccolte dall’autrice, narrate in uno stile maturo e di gradevole lettura, aprono uno squarcio di verità su una nuova modalità di lavoro che rappresenta oggi la vita quotidiana di milioni di persone in tutto il mondo. Oltre l’illusione dell’essere “capi” di se stessi, oltre la vittimizzazione del lavoro precario, “Voci da Uber” è il racconto della ricerca quotidiana di un equilibrio – emotivo, più che economico – tra il lavorare con esseri umani e obbedire agli ordini di un algoritmo.

In quello spazio e tempo ristretto tra la partenza e l’arrivo, mediato da un algoritmo e normato dal codice dell’applicazione, Maria Anna Mariani scopre che la dissolvenza dei ruoli di cliente e autista (simboleggiata dall’invisibilità del pagamento) apre spazi altrimenti impensabili alla “confessione” e allo svelamento di sé. Resta, tuttavia, una domanda che neppure nel corso della nostra intervista ha ottenuto una risposta: è possibile una “sharing economy” che non costringa le persone, siano essere autiste o clienti, a scambiarsi valutazioni come se fossero merci in vendita? Nel dubbio, meglio non farci troppo affidamento.

Maria Anna, in quale preciso momento hai iniziato a raccogliere le “voci” di Uber, e qual è stato l’incontro da cui tutto è cominciato?

Tutto è cominciato circa un anno e mezzo fa, durante uno dei tragitti. Io e l’autista stavamo scambiandoci le solite chiacchiere di rito, tanto cortesi quanto superficiali. E poi, all’improvviso, quest’uomo mi rivela qualcosa che mi lascia attonita. Era qualcosa di immensamente personale e di immensamente angosciante. Per diversi giorni in seguito mi sono ritrovata a pensare a quell’incontro. Com’è possibile che una conversazione tra sconosciuti possa oscillare tra le sue due polarità opposte: la chiacchiera logora e impersonale e la confessione più azzardata e intima che ci sia? Volevo capirlo. E allora mi sono messa a scandagliare con la massima attenzione le interazioni nei tragitti successivi, con l’obiettivo di riprodurre quelle conversazioni tramite la scrittura. Ma poi è successo qualcos’altro. È successo che ho cominciato a manipolare le conversazioni pensando al loro potenziale narrativo, confezionandole in racconti durante il loro stesso accadere. La scrittura ha finito per prendere il sopravvento. E la mia è diventata una performance.

Sono voci che non hanno “suono”, o caratterizzazione definita: sei tu a riassumere i loro racconti con il discorso indiretto, tu a descrivere i loro tic e le loro inflessioni linguistiche senza lasciare spazio alla citazione diretta. È solo un espediente narrativo o c’è di più dietro questa scelta?

È un espediente narrativo con una funzione strategica precisa. Volevo ricreare l’impressione di uno spazio sonoro dove i confini tra la parola propria e quella altrui non fossero definiti con nettezza. Volevo evitare l’avvicendarsi di battute e restituire invece un dialogo che fosse una reciproca compenetrazione: un assemblaggio dinamico tra racconto del sé e racconto dell’altro, tra autobiografia e biografia.

Che cosa è cambiato in questi anni di utilizzo di Uber: quali i miglioramenti, quali i cambiamenti negativi nel servizio e nelle persone che lo utilizzano come clienti o autisti, secondo la tua esperienza?

Il cambiamento più vistoso che ho percepito non riguarda la qualità del servizio, ma è di natura politica. Come ricorderai, uno dei primi provvedimenti presi da Trump era il “Muslim ban” per impedire l’accesso negli Stati Uniti ai cittadini di sette paesi musulmani. Come immediata reazione a questo provvedimento la comunità dei tassisti musulmani di New York bandì uno sciopero all’aeroporto JFK, per dimostrare solidarietà agli immigrati colpiti dal decreto e per dare all’America un’idea di cosa sarebbe accaduto al paese senza lavoratori musulmani. Mentre i tassisti entravano in sciopero, Uber annunciò che avrebbe invece abbassato i prezzi per i tragitti da JFK: una comunicazione che equivaleva al sabotaggio dello sciopero.

La risposta degli utenti democratici fu immediata: lo slogan #DeleteUber diventò presto un mantra sul web. Mi trovai a cancellare l’app con rabbia, insieme a migliaia di altre persone. Fu un gesto politico quasi equivalente al voto. Da quel momento si sostituì Uber con Lyft, per molti mesi, quasi un anno. Potevi capire lo schieramento politico di una persona in base all’app scelta per il trasporto. La polarizzazione è rimasta evidente fino a quando Uber non ha cambiato il proprio amministratore delegato: non più il rampante pesta-piedi Travis Kalanick (membro del comitato consultivo di Trump) ma Dava Khosrowshahi, che sta lavorando senza sosta per restaurare l’immagine sfregiata della compagnia.

Che cosa ci “perdiamo”, noi italiani, ad aver limitato l’utilizzo di Uber nel nostro Paese?

Come utenti ci perdiamo senz’altro la pluralità dell’offerta: è questo il limite più palpabile. Ci perdiamo l’estrema facilità e rapidità con cui si può avere accesso a un servizio di base. Penalizziamo poi le aree non urbane, e dunque normalmente non servite dai taxi, che grazie a Uber, Lyft o altri servizi analoghi potrebbero diventare raggiungibili senza tante acrobazie logistiche. Andremmo però anche incontro a una scarsa professionalizzazione, all’annientamento della competenza. La mia posizione è assai ambivalente, ma so bene che non posso rinunciare a un bisogno una volta che è stato creato.

“A volte ho avuto l’impressione che un tragitto con Uber
fosse l’equivalente di una terapia psicoanalitica”

Non udenti, persone licenziate in tronco, madri di famiglia, persone tatuate, working poor: leggendo le storie di questi “autisti” di Uber, sembra quasi che la piattaforma stia diventando una sorta di “ammortizzatore sociale privato” (pur con tutti i suoi limiti: paghe ridotte, nessuna tutela etc.). Quanto c’è di vero in questa considerazione? Sono persone che senza Uber si troverebbero in guai ben più grossi?

Penso proprio di sì. Come dici tu, guidare per Uber significa svolgere un lavoro ai minimi termini, con microscopiche tutele (al punto che non si viene neppure identificati come dipendenti, ma come clienti della piattaforma). Detto questo, va anche precisato che Uber è un lavoro molto semplice da ottenere e che per molte persone rappresenta una risorsa fondamentale. La maggior parte degli autisti con cui ho parlato non sono quelli che introiettano e divulgano il mito dell’indipendenza professionale (Be your own boss è lo slogan di Uber), ma quelli che identificano in Uber un lavoretto mediocre senza il quale si troverebbero seriamente in difficoltà.

A un certo momento, nel libro, ammetti con molta sincerità la tua “metamorfosi”: quando raccogli le testimonianze ti trasformi in una “versione potenziata”. Più chiacchierona, più disinibita, più coraggiosa o semplicemente più diretta. Sembra essere una costante di tutte le nuove piattaforme che “mediano” la relazione tra persone: nel tuo caso Uber, in casi più comuni i social media.

La mediazione svolta da Uber è molto peculiare, perché non è virtuale ma concretissima. Due sconosciuti si trovano di colpo a condividere lo stesso spazio-tempo: un’auto, che però non è un’auto anonima, ma pullula di vita privata, di oggetti personali che sono come estensioni del conducente e che finiscono per diluire i confini tra professionale e personale.

“L’ascolto altrui è sempre oggetto di una transazione. Ma lo spazio-tempo

di Uber può offrire alla parola una possibilità di liberazione”

Che cosa succede, quando entriamo in quei “confessionali a motore” per un tempo definito di conversazione?

Se si decide di avere effettivamente uno scambio dialogico (perché a volte si preferisce blindarsi nel silenzio), allora possono crearsi le premesse per una confessione, per la rivelazione di qualcosa che ci definisce e che ci pone in una condizione di estrema vulnerabilità rispetto a chi è in ascolto. A volte ho avuto l’impressione che un tragitto con Uber fosse l’equivalente di una terapia psicoanalitica. Il fatto che non puoi guardare l’altro dritto negli occhi allevia un po’ del disagio di trovarsi così vicini, e può permettere ai pensieri inconsci di vagare in libertà.

In entrambi i casi le sessioni sono cronometrate: sai con esattezza quando l’incontro finirà, quando dovrai smettere di parlare (anche la variabile del traffico è contemplata, grazie al GPS). E paghi, in entrambi i casi paghi: l’ascolto altrui è sempre oggetto di una transazione. Ma lo spazio-tempo di Uber può offrire alla parola una possibilità di liberazione ancora più intensa di quella fornita dalla psicoanalisi, perché i soggetti in questione sono due sconosciuti che non si rivedranno mai più. E con chi non rivedrai mai più puoi essere molto più audace, terribilmente audace.

 

* Maria Anna Mariani insegna letteratura italiana alla University of Chicago. Ha scritto il reportage narrativo “Dalla Corea del Sud” (Exòrma 2017) e i saggi “Sull’autobiografia contemporanea. Nathalie Sarraute, Elias Canetti, Alice Munro, Primo Levi” (Carocci 2012) e “Primo Levi e Anna Frank. Tra testimonianza e letteratura” (Carocci 2018).

 

Voci da Uber, Maria Anna Mariani