Quanto c’è di vero nell’articolo sugli “zombetti” di Livio Marchese, e che cosa possiamo fare per aiutare i professori a educare i loro studenti a un uso consapevole del digitale?

C’è chi li chiama nativi digitali… per me sono gli zombetti”: si sarebbe potuta concludere qui la mia lettura dell’articolo “Noi e gli zombetti”, pubblicata questa settimana sulla rivista “Gli Asini” di Goffredo Fofi dal professor Livio Marchese e che ha generato non poco dibattito tra addetti e non addetti ai lavori. Al contrario, ho deciso di leggerlo fino in fondo per provare a dare una risposta, se non a lui in persona perlomeno a chi si è riconosciuto nelle sue parole.

Insegnante in una scuola media “di una grigia metropoli settentrionale”, Marchese si compiace a modo suo di disporre di un “osservatorio privilegiato su dinamiche relazionali d’avanguardia”: nientemeno che “la fine della logica, la morte del pensiero sequenziale, il crepuscolo delle categorie aristotelico-kantiane, il crollo dell’impalcatura che ha sorretto la mente umana per duemila anni”. Per colpa dei social, naturalmente.

Una provocazione che apre uno squarcio sullo “smarrimento” degli insegnanti di oggi

Si tratta di una provocazione? Difficile credere che un professore di scuola media possa occuparsi seriamente dell’educazione di ragazzi che descrive lui stesso come” “poveri esserini inclassificabili, incapaci di distinguere la realtà dalla finzione, il bene dal male, analfabeti culturali ma soprattutto etici”.

Lascio ad altri, tuttavia, il piacere di controbattere le argomentazioni di Marchese: quello che mi interesserebbe approfondire sono le emozioni che quest’ultimo prova quando si alza al mattino, pensa alla giornata che avrà di fronte, si incammina verso la scuola e si trova di fronte a quella “fatal porta”.

La mia ipotesi è che di Livio Marchese ce ne possano essere tanti, nelle aule italiane ma non solo, anche se pochissimi interessati a mettere nero su bianco il proprio “grido di disperazione” con il rischio di essere ridicolizzati sulla pubblica piazza o di acuire la distanza esistente dai più giovani.

Come lui, ci sono oggi molti professori impauriti, acrimoniosi, o semplicemente smarriti di fronte ai propri allievi: terrorizzati dall’idea che uno studente qualsiasi possa mettere loro in mano un cellulare per chiedere aiuto, ed essere consapevoli di non avere gli strumenti né le conoscenze per farlo.

“Professore, come funziona Google?”

Un professore che apre “quella porta” ogni mattina si trova di fronte a trenta studenti che probabilmente ignorano le peripezie sentimentali di Leopardi, ma che nondimeno possono vantare rispetto a qualsiasi insegnante una disinvoltura di utilizzo degli strumenti digitali che li colloca immediatamente in una posizione di vantaggio.

Lui sa di poter essere “trasmesso” in streaming, di poter diventare un “meme” per le “stories” di Instagram, di poter essere tracciato, smentito, contraddetto in diretta. Sa che i suoi profili social, se li ha, sono costantemente osservati alla ricerca di un errore, di una debolezza: lo sa, e non può fare nulla per impedirlo.

Anche qualora fosse in grado di controllare l’accesso dei dispositivi elettronici in classe e fuori dalla classe, si troverebbe in difficoltà alla prima mano alzata dello studente più “secchione” di tutti: come funziona un motore di ricerca, che cosa è possibile pubblicare e non pubblicare su un social media, con quali criteri vengono scritte e revisionate le voci di Wikipedia, come si distingue una notizia vera da una falsa online… ?

Potrebbe sminuire l’importanza di queste nozioni di base, potrebbe cercare la risposta su Google, potrebbe far ricorso alla sua personale esperienza di utente “adulto” di una Rete oggi costruita su misura per i giovani e dai giovani: in ogni caso, la sua autorità ne uscirebbe molto ridimensionata perfino agli occhi di quegli studenti che pur vedono in lui un punto di riferimento (se ci sono).

Cosa succede, davvero, in quelle aule?

Forse, la situazione è meno disperata di quello che sembra essere leggendo “i dolori” del non più giovane Livio Marchese. Forse, ci sono insegnanti che accettano di discutere da pari a pari con i propri allievi, condividendo dubbi, esperienze, smarrimenti inevitabili di fronte a una tecnologia che mette tutti nella condizione di apparire “obsoleti”, in un ruolo o nell’altro. Forse: anche questa è un’ipotesi da verificare.

Quanti professori, oggi, utilizzano Wikipedia come uno strumento per educare i giovani allo sviluppo di un linguaggio neutrale? Quanti sono in grado di individuare, come fa Peppino Ortoleva, la riconfigurazione dei “miti” classici su Youtube o Netflix? Quanti sono consapevoli del fatto che Tik Tok sia il principale mezzo espressivo a disposizione di adolescenti altrimenti “invisibili” (come gli italiani di seconda generazione)?

Per poter essere d’aiuto ai professori, infatti, è necessario conoscere che cosa avvenga davvero in quelle aule: se ci si limita a requisire l’oggetto del peccato – lo smartphone – o se si prova a dissezionare criticamente quest’ultimo e con l’aiuto di esperti e di testi critici che ormai abbondano sul mercato… pur senza essere consigliati dal Ministero. Quanto sono disposti, i prof, a tornare sui banchi per studiare insieme e a beneficio dei propri allievi?

Suvvia, professor Marchese: vuole davvero farci credere che lei non ha mai avuto un profilo Facebook “fake”, che non lo ha mai usato per “controllare” i suoi studenti e trarne spunto per le sue previsioni catastrofiche sul futuro dell’umanità? Se così fosse, potrebbe servirsene d’ora in avanti per avvicinarsi empaticamente ai suoi “zombetti” e provare ad aiutarli nell’affrontare il vostro comune smarrimento.