Sono segnali sparsi all’orizzonte, fiammelle tenui e lontane che segnalano percorso possibile verso un diverso avvenire. Fra iniziative che nascono nelle università e nuove startup che raccolgono capitali di rischio, l’ecosistema digitale europeo si va popolando di una nuova generazione di social media che promettono di offrire un’alternativa alle grandi piattaforme di matrice americana e cinese. Le sfide che questi progetti devono affrontare sono enormi e le probabilità di successo minime, ma erano anni che non si vedeva un tale fermento di proposte e aspettative verso la nascita di qualcosa di diverso, migliore, europeo.
Raccolta firme per un social europeo pubblico: la nuova European Citizen Initiative
L’ultima iniziativa, in ordine di tempo, è quella di un gruppo di cittadini della Repubblica Ceca che sono riusciti ad avviare il primo tentativo serio di creazione di un social media pubblico europeo avvalendosi delle possibilità offerte dalla European Citizen Initiative: uno strumento di democrazia partecipativa che consente ai cittadini di invitare la Commissione europea a proporre una nuova legislazione su un tema di interesse collettivo, a condizione di raggiungere un milione di firme provenienti da almeno sette Paesi diversi dell’UE.
La proposta, intitolata European Public Social Network (numero di registrazione ECI(2026)000004) prevede la creazione di un social media pubblico mediante un atto legislativo dell’UE, con l’obiettivo di fornire un’alternativa alle piattaforme esistenti e ridurre il rischio di interferenza da parte di attori esterni nei processi delle nostre democrazie.
Servono un milione di firme raccolte in 7 Paesi europei per portare la Commissione europea a discutere una proposta legislativa che istituisca il primo social media pubblico europeo.
Finanziato attraverso le tasse dei cittadini (con un costo irrisorio, stimato in un euro all’anno per persona), nelle intenzioni dei proponenti il social media pubblico europeo dovrebbe dare alle persone una maggiore tutela dal punto di vista della privacy, un sistema trasparente di verifica dell’età, maggiori fonti di contesto per difendersi dal rischio di fake news e la possibilità di scegliere in autonomia gli algoritmi di selezione dei contenuti.
Dietro al progetto, secondo quanto è possibile leggere sul profilo LinkedIn di uno degli autori dell’iniziativa, Lukáš Mikulecký, studente di Arte all’Università di Praga, c’è un gruppo di studenti affiatato, stimolato dal supporto di personalità come l’ex vicepresidente della Commissione europea, Věra Jourová, e stimati professori di diritto europeo come Richard Král e Bruno De Witte. La raccolta firme vera e propria partirà entro sei mesi.
Monnet, Ivory, W Social e le altre iniziative sul fronte privato
Se l’idea di creare un social media europeo “dall’alto”, per legge e finanziato da soldi pubblici può apparire una proposta quantomeno azzardata, lo stesso si può dire per coloro che hanno deciso di investire nella creazione di nuove aziende social for profit, con l’esplicito intento di drenare parte degli utenti insoddisfatti da Instagram, TikTok e altre Big Tech dei social media.
I progetti, tuttavia, si fanno di mese in mese più numerosi, con tempi di raccolta fondi apparentemente più rapidi rispetto al passato recente. È il caso della startup eYou, fondata da due imprenditori seriali francesi, che ha ottenuto un round pre-seed da 300 mila euro per creare un social media basato su algoritmi trasparenti e fact-checking attraverso l’intelligenza artificiale. Tra gli investitori figura un fondo di venture capital croato, Fil Rouge Capital.
Dalla periferia al cuore del continente, in Svizzera sta per vedere la luce un social fondato su un rigoroso processo di verifica dell’identità e un’infrastruttura digitale interamente ospitata in Europa. Lanciato in versione beta, a febbraio, W Social dovrebbe diventare disponibile al grande pubblico entro la fine dell’anno ed è già stato oggetto di una massiccia campagna di disinformazione: un post condiviso su X e visualizzato oltre mezzo milione di volte, dopo essere stato rilanciato da Alice Weidel, co-presidente del partito di estrema destra tedesco, AfD, accusava W Social di essere stato creato dalla Commissione e finanziato con tasse europee.
Sta crescendo una nuova generazione di imprenditrici e imprenditori europei disposti a rischiare in proprio per creare nuove piattaforme social europee, rispettose delle leggi e alternative rispetto a quelle di matrice americana e cinese
L’Italia, per una volta, non resta a guardare. Grazie all’iniziativa di un trio di imprenditori di origini italiane, statunitensi e italo-brasiliane, alla fine di questo mese dovrebbe vedere la luce Ivory, un social media fondato su una serie di sottosezioni tematiche e rivolto principalmente al mondo universitario e della ricerca. Come anticipato da un un articolo di Wired Italia, Ivory prevede una netta distinzione tra utenti generici ed interessati ai contenuti che saranno pubblicati da utenti di livello “esperto” e utenti di livello accademico.
A differenza di questi progetti, per lo più ancora in fase iniziale, Monnett è un social media basato in Lussemburgo e che ha già raggiunto oltre 50 mila utenti dopo aver raccolto oltre mezzo milione di euro da un gruppo di business angel internazionali. Dotato di un’interfaccia identica a quella di Instagram, il social guidato dal greco Christos Floros promette di non raccogliere dati comportamentali per la pubblicità profilata, vieta i contenuti di bassa qualità generati dall’AI e fornisce agli utenti la possibilità di scegliere le categorie di contenuti da visualizzare. Provato in prima persona, presenta una grande facilità d’uso e diverse carenze irrisolte (manca, ad esempio, l’autenticazione 2FA).

BeReal, Mastodon, BlueSky: il monito che viene dal passato
Avviati in ordine sparso, mossi da un intento comune ma privi di un retroterra finanziario e culturale condiviso (come è stata la Silicon Valley per le Big Tech statunitensi), i nuovi social media di origine europea stanno per immergersi nel lungo cono d’ombra in cui si sono smarriti i loro progenitori più recenti. Quella fase di passaggio, in altra parole, tra annunci, proclami e l aspettative e la dura realtà che li attende, fondata sul numero di utenti attivi ogni giorno, contenuti pubblicati, interazioni ricevute, aspettative di profitto future.
Una fase di passaggio che è stata fatale a BeReal, giunto agli onori delle cronache all’inizio di questo decennio come l’alternativa francese ai social media maggiori, prima di essere rapidamente abbandonato dai suoi stessi utenti, e che social tuttora esistenti come Mastodon non sono mai riusciti a superare del tutto, fermo da anni nell’ordine di grandezza di pochi milioni di utenti e di una complessità di utilizzo e frammentazione che lo ha reso un’alternativa solo nominale, un’eterna promessa mancata.
Molti progetti di social media alternativi sono andati incontro, in passato, al fallimento, in virtù di un’offerta poco differenziata rispetto alle piattaforme maggiori o eccessivamente complessa dal punto di vista tecnico.
Oltre ai social media in quanto tali, inoltre, il continente si scopre attraversato da proposte dal basso e progetti industriali che cercano di colmare i ritardi e le incertezze delle istituzioni che dovrebbero sostenere lo sviluppo della nuova società digitale. Ne è un esempio l’iniziativa tedesca “Save Social”, lanciata a febbraio 2025 da 12 organizzazioni e 100 sottoscrittori iniziali per favorire lo sviluppo di una rete di servizi social interconnessi e interoperabili, incentivando cittadini e istituzioni a farne un maggiore uso rispetto a quelli di Big Tech.
Degna di nota è anche Eurosky, iniziativa no-profit olandese lanciata dalla Modal Foundation pensata per fornire agli utenti un’unica identità digitale attraverso cui registrarsi e utilizzare le diverse piattaforme social che fanno uso del protocollo AT, lo stesso su cui si basa Bluesky (che ha tentato senza successo di diventare l’alternativa a X, raggiungendo la ragguardevole cifra di 40 milioni di utenti). Eurosky si pone, in poche parole, come intermediario unico fra gli utenti e i nuovi social decentralizzati, garantendo il massimo controllo sui propri dati.

Oltre i divieti social per i minori, l’Europa saprà trovare la sua strada?
Tutte queste iniziative si muovono in un contesto culturale estremamente favorevole per la nascita della prima, vera grande piattaforma europea nel settore dei social media. Anni di scandali, inefficienze e abusi di potere hanno fortemente incrinato l’immagine pubblica dei social americani, e la genuflessione dei loro proprietari di fronte al presidente Trump ha contribuito a ridimensionare ancora di più la loro reputazione agli occhi di milioni di persone. Rimane enorme, tuttavia, il divario in termini di capitali disponibili: nessun social media europeo, finora, è riuscito a raccogliere più di qualche centinaio di migliaia di euro, rispetto ai milioni di dollari di capitale di rischio e investimenti pubblicitari dei loro concorrenti.
L’ultimo detonatore di una possibile fuga di massa degli utenti verso le nuove piattaforme è stata, in ordine di tempo, la decisione di un numero crescente di Paesi di avviare processi di innalzamento dei limiti di età per l’accesso ai social e di imporre dei controlli più rigidi per assicurare la sicurezza dei minori. In un periodo storico come questo, in cui addirittura nove europei su dieci (fonte Sole 24 Ore) si dichiarano a favore di un intervento delle autorità per proteggere i bambini dall’impatto negativo delle tecnologie digitali sulla loro salute mentale e fisica, sembrano aprirsi opportunità insperate per tutti coloro intenzionati a costruire social di tipo nuovo, alternativi, più trasparenti e sicuri di quelli predominanti.
Esiste tuttora un clima culturale favorevole alla nascita di nuovi social media. Le alternative non possono essere, tuttavia, una semplice copia dell’esistente, ma devono sviluppare qualcosa di radicalmente nuovo e rappresentativo della società in cui nascono
Eppure, anche questo potrebbe non essere sufficiente per portare al tanto atteso “Big Shift”, alla migrazione di massa delle persone dai “vecchi” ai nuovi social. Un obiettivo per raggiungere il quale è tornata in campo perfino Margrethe Vestager, ex commissaria europea alla concorrenza ed ex vicepresidente con delega al digitale, nota in tutto il mondo per le sue indagini su Meta, Google, Apple. A inizio 2026, Verstager è stata tra i promotori di Rebuild, un’organizzazione non governativa che si è posta come obiettivo quello di contribuire alla conoscenza delle piattaforme digitali presenti in Europa, istituendo il primo catalogo pubblico e promuovendo occasioni di visibilità, incontro con investitori e cittadini interessati.
Uno strumento al servizio dell’integrazione europea e quelle scelte “tecniche” da non dare per scontate
Le sfide da affrontare restano, tuttavia, ben più rilevanti della semplice “visibilità”: servono maggiori risorse finanziarie, serve sviluppare una filiera di tecnologie che siano a loro volta indipendenti dalle decisioni di Paesi extra-UE. Non avrebbe senso costruire il nuovo Facebook, il nuovo TikTok europeo appoggiandosi interamente ai servizi cloud di Amazon e Microsoft o al beneplacito di Apple e Google sui loro sistemi operativi e i loro app store. Iniziative come Eurostack, guidata dall’italiana Francesca Bria, appaiono in questo senso fondamentali nell’ottica di assicurare una reale indipendenza ai social media che verranno. Ma è davvero un nuovo Facebook, un nuovo TikTok quello che gli europei vogliono e di cui hanno bisogno?
Faccio mia la riflessione della professoressa di linguistica dell’università di Valencia, Beatriz Gallardo Paúls. Un social media europeo non può essere una semplice riproduzione su scala minore delle Big Tech, ma uno strumento fondamentale per favorire il processo di integrazione fra i Paesi del continente e contribuire alla nascita di una vera identità di cittadini europei. Uno strumento pensato per favorire il fluire di persone, informazioni, servizi e iniziative, assicurando un terreno di scambio e circolazione soggetto a regole più trasparenti, inclusive, eque e garantite di quelle in vigore sui social media “tradizionali”. Un social europeo non può limitarsi a essere l’ennesima azienda basata in Europa, ma un pilastro fondamentale del suo futuro.
In questo senso, chiunque voglia misurarsi con la sfida “impossibile” di costruire una reale alternativa europea non può cadere nell’errore di percorrere le stesse orme dei suoi concorrenti maggiori. Non può pensare di fornire agli utenti gli stessi formati, le stesse modalità di interazione, di far uso di algoritmi e di servizi di moderazione di contenuti standardizzati come se queste fossero decisioni scontate e inevitabili. Deve ripensare profondamente l’interfaccia e le modalità che le persone hanno di esprimersi, di ricevere attenzione e di prestarla all’esterno, e vagliare attentamente ogni possibile alternativa rispetto a meccanismi oggi fortemente indiziati di generare dipendenza, compulsività, disattenzione nelle persone.
Probabilmente si tratterà di un tentativo destinato ad andare incontro a un lungo periodo di difficoltà economica. Probabilmente sarà solo uno dei primi, e numerosi, tentativi di superare l’asfissiante logica della competizione algoritmica per provare a restituire alla vita digitale una dimensione più umana, alla portata di tutti. Non raggiungerà mai i tempi di utilizzo dei social media “di successo” globale, e non sarà particolarmente apprezzato per la quantità di contenuti virali al suo interno. Ma sarà un ambiente in cui persone e opinioni diverse potranno incontrarsi e coesistere, senza dover necessariamente competere per ottenere più “like” e interazioni e dove la violenza e aggressività verbale non sarà più tollerata. Probabilmente non sarà pubblico nel senso di una televisione o di una radio di Stato, ma i dati e i contenuti che ospiterà al suo interno saranno di tutti coloro che, con le loro scelte, contribuiranno a portarlo oltre il cono d’ombra dell’irrilelavanza: i cittadini europei, di oggi e di domani.
Un social media europeo non è semplicemente un’azienda con sede in Europa, ma un pilastro fondamentale del futuro della nostra società. Serve ripensare radicalmente tecnologie, modalità di interazione e di moderazione, per costruire una reale alternativa.




