“Nessun fornitore di servizi online e nessun utilizzatore di tali servizi può essere ritenuto responsabile quale editore o quale autore di una qualsiasi informazione fornita da terzi“.
Con queste parole, nel febbraio di trent’anni fa, Section 230 diventava legge negli Stati Uniti, esonerando le future aziende digitali – incluse quelle che sarebbero diventate le Big Tech – da qualsiasi responsabilità legale in merito ai contenuti pubblicati dai loro stessi utenti.
La legge, parte del Communications Decency Act, che a sua volta costituiva il Titolo V del Telecommunications Act, è tuttora in vigore anche se, a distanza di tre decenni, i dubbi sulla sua effettiva utilità non potrebbero essere più numerosi.
Un’immunità legale che persiste tuttora negli USA e che fa sentire ancora forte la sua influenza culturale
Definite “le 26 parole che hanno creato Internet” nell’omonimo libro del 2019 di Jeff Kossef, le norme introdotte da Section 230 hanno consentito alle aziende del web di prosperare al riparo da uno scudo legale pressoché invalicabile: pur compiendo quoitidanamente delle scelte editoriali, attraverso l’utilizzo combinato di algoritmi e moderatori umani, le piattaforme digitali sono state considerate dal legislatore statunitense alla pari di un canale neutrale di condivisione di informazioni. Editori di fatto, ma non secondo il diritto.
La conseguenza? La grande difficoltà di chiamare in causa le Big Tech a rispondere delle conseguenze delle proprie decisioni, dai contenuti di disinformazione, odio e violenza resi virali dagli algoritmi agli errori di valutazione compiuti dai moderatori e quality rater. Oltre a concedere immunità alle piattaforme, Section 230 ha goduto a lungo, a sua volta, di qualcosa di molto simile all’immunità culturale: qualsiasi attacco alla legge è stato spesso bollato di attacco alla stessa libertà di parola e di accesso alla Rete. Solo di recente questa interpretazione ha cominciato a essere messa in discussione.
Nel 2022, a ventisei anni di distanza da quel febbraio 1996, nell’Unione Europea è entrato in vigore il regolamento, noto come Digital Services Act, che prevede requisiti più stringenti in materia di moderazione di contenuti. Con il DSA ciò che resta dell’immunità delle grandi piattaforme digitali viene sempre più vincolato al rispetto di requisiti minimi di prevenzione e contrasto ai rischi sistemici. La moderazione di contenuti smette di essere una loro prerogativa esclusiva per diventare un processo condiviso, strutturato e trasparente, con precise garanzie e tutele per gli utenti presenti sulle piattaforme.
Il percorso che ha portato l’Europa a distaccarsi dall’influenza culturale della legislazione americana è stato lungo, accidentato, e ancora ben lontano dall’aver raggiunto risultati concreti. Si tratta, tuttavia, di una prima dimostrazione concreta del fatto che la libertà di opinione in Rete può esistere anche senza Section 230, e che la fine dell’immunità degli intermediari non coincide automaticamente con la fine della Rete tout court.
I timori legati al superamento di Section 230, i rischi dell’eccessiva libertà di cui godono i moderatori
Qualsiasi tentativo di superare e riformare Section 230 si scontra, da sempre, con timori diffusi e paure profonde. Secondo i sostenitori della legge, infatti, lo scudo legale offerto alle piattaforme digitali rappresenterebbe l’unica barriera possibile contro illimitate ingerenze statali. Senza Section 230, è la loro opinione, la libertà di parola online avrebbe le ore contate, perché nessun proprietario di nessuna piattaforma digitale avrebbe il coraggio di consentire ai propri utenti di pubblicare contenuti potenzialmente a rischio di essere dichiarati illegali. Timori fondati ma che trascurano un elemento fondamentale.
Contrariamente a questa visione a senso unico, infatti, è proprio la libertà di parola quella che viene messa a rischio da Section 230: consentendo alle piattaforme di decidere regole, tempi e modalità di moderazione dei contenuti, la legge statunitense offre agli intermediari digitali un potere illimitato nel condizionare la vita digitale dei propri utenti. Algoritmi, moderatori, intelligenze artificiali, quality rater svolgono un lavoro editoriale che ha un impatto diretto sulla vita di milioni di persone in tutto il mondo, ed è questo impatto che l’Europa cerca di regolamentare per porre un argine agli errori e alle carenze più gravi.
Qualsiasi tentativo di superare e riformare Section 230 si scontra, da sempre, con timori diffusi e paure profonde. Ma in Europa abbiamo avuto di recente la dimostrazione che può esistere una Rete libera anche senza l’immunità totale concessa agli intermediari digitali
Section 230 ha creato Internet o ha contribuito a creare una delle tante, possibili versioni di Internet?
Contro la convinzione sostenuta dal libro di Jeff Kossef che la legge del 1996 abbia contribuito in maniera determinante alla nascita di Internet, si fa sempre più largo il dubbio che le 26 parole di Section 230 abbiano contribuito, piuttosto, alla nascita di quei monopoli digitali così difficili, ancora oggi, da regolamentare. Che Section 230 abbia svolto un ruolo determinante, in sostanza, più alla nascita di Facebook, YouTube, Twitter (oggi X), che non alla nascita di social media, motori di ricerca, forum e community in senso lato.
La prova viene, paradossalmente, da uno dei due co-autori di Section 230, il senatore Roy Wayden. In un articolo di The Verge del febbraio 2025, in occasione del 29esimo anniversario della legge, il senatore Wayden plaudeva il successo iniziale del nuovo social BlueSky come dimostrazione dell’utilità della “sua” legge nel favorire la libera competizione nel mercato dei servizi digitali. A distanza di un anno, tuttavia, BlueSky langue nell’irrilevanza rispetto ai social dominanti, senza aver ottenuto il riscontro atteso ai propri sforzi dicostruire un ambiente digitale più sicuro e strumenti di moderazione dei contenuti decentralizzati.
Section 230 è una legge che difende i monopoli digitali? Incredibile a dirsi, ma sembrerebbe questo il suo destino. Anche se questo non è mai stato l’obiettivo della legge, l’immunità concessa senza requisiti minimi rappresenta oggi un disincentivo fortissimo nel costruire piattaforme alternative,che si assumano pienamente la responsabilità delle proprie scelte editoriali. Ed è questa condizione di stallo che l’Europa sta cercando di superare.
Ora servono leggi che aiutino a creare e preservare un’Internet a misura d’uomo
L’obiettivo di lungo periodo della regolamentazione europea non è quello di censurare le piattaforme esistenti, ma di porre le condizioni affinché nuove piattaforme possano nascere e affermarsi. Ambienti digitali più sicuri, processi di moderazione più trasparenti, regole di selezione editoriali più coerenti. Una speranza che avrebbe bisogno di capitali, competenze, interventi sistemici di formazione ed educazione digitale per trasformarsi davvero in realtà, ma che rappresenta un enorme passo avanti rispetto a quelle ventisei, scarne parole.
La regolamentazione europea, tuttavia, condivide con quella americana ancora molti punti in comune, ed è questa somiglianza di fondo quella che rende ancora oggi così difficile la nascita di alternative. Pur imponendo dei vincoli sempre più stringenti alle Big Tech, il Digital Services Act lascia a queste ultime il potere di intervenire direttamente sui contenuti degli utenti, e mantiene l’intero processo di revisione editoriale in una condizione di persistente opacità, malgrado l’obbligo di condividere i dati con le autorità e i ricercatori.
Se esiste la possibilità di una vita digitale migliore, in conclusione, questa non può venire né dalla totale immunità degli intermediari, né dal totale controllo ad opera dello Stato in merito a qualsiasi contenuto pubblicato online. Section 230 ha avuto il merito di accompagnare il web nella fase di passaggio dall’Internet di pochi alla prima Internet di massa dove miliardi di utenti hanno potuto costruire una propria identità digitale scambiando i propri dati con uno spazio digitale gratuito e omologato, secondo regole calate dall’alto. Ogni regolamentazione futura avrà il compito, storico, di gettare le basi per un’Internet più a misura d’uomo.




