“Sono Francesco Tucci e mi occupo di tecnologia da prima del Millenium Bug, dell’euro, del grande blackout del 2003, sono sopravvissuto e sono qui per raccontarvela in puntate brevi e facili alla portata di tutti”: con questa frase si presenta all’inizio di ogni puntata la voce narrante di “Pillole di Bit”, uno dei podcast di tecnologia più longevi d’Italia, giunto alla soglia dei dieci anni di attività e delle 390 puntate registrate con competenza, passione, tenacia e un’inesauribile fiducia nel potere salvifico della divulgazione.
Pur se legati all’attualità, gli argomenti trattati da Pillole di Bit non sono mai scontati: che si tratti delle modalità per tutelare la privacy digitale durante manifestazioni ed eventi pubblici, o dei consigli per le donne che cercano di sottrarsi alla sorveglianza digitale dei propri mariti ed ex, Francesco Tucci ha l’indubbia capacità di riassumere in pochi minuti tutte le informazioni e i consigli necessari per migliorare in maniera concreta la vita digitale dei suoi ascoltatori, a prescindere dalle loro conoscenze e capacità di partenza.
Nato, cresciuto e vissuto da sempre a Torino, Francesco ha il merito di aver scelto di condividere le sue competenze in ambito tecnologico in una maniera accessibile a tutti coloro che non hanno mai avuto tempo, capacità e mezzi per imparare davvero a gestire la propria vita digitale. Il podcast – che potrebbe benissimo diventare un appuntamento fisso dei palinsesti radio o televisivi contemporanei – si regge sulle donazioni spontanee degli ascoltatori e può essere ascoltato su tutte le principali piattaforme di streaming.
Intervistarlo significa non solo rendere il giusto riconoscimento a una persona che ha dedicato una quantità enorme del suo tempo libero a rendere gli altri un po’ meno vulnerabili, un po’ più consapevoli della realtà che li circonda. La sua testimonianza è indicativa di un intero settore dell’educazione digitale che fatica, ancora oggi, a raggiungere quelle dimensioni di scala che sole potrebbero fare la differenza sul lungo periodo, mettendo milioni di persone nella condizione di sfruttare al meglio gli strumenti tecnologici disponibili. Come accade per tutte le medicine, anche le “Pillole di Bit” sono, all’inizio, più difficili da mandare giù.
Che cosa ti ha portato a creare “Pillole di Bit” e qual è il bilancio dei primi dieci anni?
Il podcast nasce dal desiderio di portare avanti un progetto di divulgazione personale attraverso cui rendere la tecnologia qualcosa di semplice e accessibile a tutti. Dopo aver creato il mio primo blog nel 2006 e aver lanciato un podcast con altri amici – GeekCookies – nel 2011, ho sentito il desiderio di mettermi in proprio e creare contenuti brevi, di pochi minuti, anche per compensare la mia persistente balbuzie. In dieci anni gli ascolti sono cresciuti, ho cominciato a ricevere numerose donazioni di supporto, ma rimane la difficoltà di raggiungere il grande pubblico: forse perché non utilizzo i social, forse perché privilegio un taglio editoriale puramente informativo-educativo, anziché narrativo e spettacolare.
Come scegli gli argomenti da trattare, e che cosa è cambiato rispetto agli inizi?
Il settore del podcasting, negli ultimi anni, ha registrato un boom enorme, ma di questa crescita i podcast di tecnologia hanno beneficiato in minima parte. Se non racconti storie, se non fai “true crime”, difficilmente riesci a raggiungere il grande pubblico con questo canale. Come regola ho deciso di occuparmi solo di ciò che conosco approfonditamente, evitando gli argomenti di tendenza prima di aver avuto l’opportunità di utilizzare, smontare, rimontare, mettere alla prova ed eviscerare ogni aspetto di ogni nuova tecnologia. So bene che dovrei – per fare più ascolti, – parlare di più di intelligenza artificiale e meno di Internet delle Cose, ma quando un argomento diventa di massa io faccio proprio fatica ad appassionarmi.
“Mi occupo solo di argomenti che conosco approfonditamente,
di tecnologie che ho potuto utilizzare, smontare e mettere alla prova“
Quali sono gli aspetti della tecnologia che trovi più difficile da far comprendere alle persone?
La parte più complicata è sempre quello che non si vede: la memoria ram, l’hardware, i circuiti elettrici, i meccanismi che permettono il funzionamento dei dispositivi che vengono utilizzati tutti i giorni e che sono quasi delle “black box” per i loro utilizzatori. Non aiuta, in questo senso, il format del podcast: la mancanza di immagini costringe le persone a fare uno sforzo di astrazione per capire quello che sto dicendo, ma credo sia proprio questo sforzo uno dei motivi per cui “Pillole di Bit” ha avuto il successo che ha avuto finora. Se devi immaginare qualcosa che non hai mai visto allora sei sulla buona strada per fare tue quelle nozioni e capire quello che c’è dietro lo schermo, imparando a utilizzare meglio i dispositivi di cui ti servi ogni giorno per il lavoro, lo studio, il tempo libero.
Pensi che il tuo metodo possa essere replicabile anche su numeri più ampi?
Il lavoro di educazione digitale che faccio dovrebbe avere come destinatari anche i più giovani, anche i bambini. Non è possibile che un bambino sappia sbloccare uno smartphone senza che nessuno gli abbia spiegato prima che cos’è una password, un riconoscimento biometrico, come funziona una batteria, perché sono importanti gli aggiornamenti del telefono. Non capire come funzionano le cose porta a utilizzarle male, e gli strumenti tecnologici sono quelli che vengono utilizzati peggio di tutti. Quanti sono i bambini che navigano in Rete, ogni giorno, senza le più basilari protezioni? Quanti gli adulti che hanno custodito tutta la propria vita dentro dispositivi non aggiornati da anni?
È solo un problema di mancanza di volontà, o anche di costi dei servizi che crescono?
Il modello di consumo basato su abbonamento, oggi, è l’unico in grado di sostenere i costi di manutenzione di questi servizi nel corso del tempo. Con l’abbonamento ricevi in cambio aggiornamenti costanti, supporto, sicurezza: è un costo di manutenzione obbligatoria che non può essere interamente scaricato nel prezzo iniziale. Se non ci fossero gli abbonamenti, molte persone continuerebbero a usare app e servizi digitali obsoleti, ma al tempo stesso è vero che il prezzo di molti servizi ha raggiunto cifre e ritmi di crescita insostenibili. Stiamo arrivando al punto in cui non sarà più possibile utilizzare tutto ciò che fino a pochi anni fa era disponibile in maniera gratuita, o a un costo accessibile: molti dovranno scegliere, e avere meno capacità di spesa comporterà fare delle scelte in favore di pochi fornitori.
“Non capire come funzionano le cose porta a utilizzarle male
e gli strumenti tecnologici sono quelli utilizzati peggio di tutti“
Quali dovrebbero essere, oggi, le competenze di base per diventare un vero cittadino del mondo digitale?
Purtroppo solo una minima parte di persone ha tempo e interesse a studiare davvero come sono fatti i dispositivi digitali, e se una persona non è appassionata difficilmente deciderà di dedicarci più del minimo necessario. Se è vero che, in un mondo ideale, tutti dovremmo avere il nostro cloud, il nostro NAS, è anche vero che quando un dispositivo si “rompe” dobbiamo avere tempo e modo di metterci le mani. Io penso che l’obiettivo realistico che noi divulgatori possiamo augurarci di raggiungere sia quello di mettere le persone nelle condizioni di scegliere: oltre a Pillole di Bit esistono forum, gruppi, dove è possibile informarsi, fare domande, conoscere altre possibilità. Alcuni settori, come i social media e la messaggistica, sono ormai appannaggio di pochi, grandi operatori. In altri ambiti le alternative esistono e lo sforzo richiesto per imparare come funzionano è alla portata di chiunque.
Come potrebbero nascere delle alternative serie rispetto alle grandi aziende tecnologiche attuali?
Le leggi come il DSA o il DMA che avrebbero dovuto incentivare la concorrenza e l’interoperabilità fra i servizi digitali hanno fallito, rivelandosi una gran perdita di tempo per le persone. Se vuoi competere con una squadra composta da campioni come Google, Meta, Apple, non devi cercare di squalificarli ma mettere dei soldi per creare un’altra squadra in grado di essere alla pari. Ci vuole tempo, noi europei partiamo con anni di ritardo, ma gli unici strumenti in grado di funzionare sono quelli che derivano dagli investimenti e dalla volontà politica di creare delle alternative credibili e sostenibili: non devi obbligare le persone a usare i piccoli per sfavorire i grandi, ma finanziare i piccoli perché diventino grandi.
Quale dovrebbe essere, secondo te, un modo “sano” per gestire un numero via via crescente di oggetti e servizi digitali?
L’unico modo è cercare di non farsi prendere troppo la mano. Il futuro sarà connesso, per forza, e tutti noi avremo la possibilità di controllare da remoto qualsiasi cosa, dalle auto alla casa, con comodità e vantaggi mai avuti prima d’ora. Prima o poi, tuttavia, tutti si renderanno conto di quanto la connessione sarà un potere fragile, non garantito. Basterà un down di un operatore per ritrovarsi disconnessi, per ore o per giorni, dalla propria vita, e allora ci accorgeremo di quanto sarà importante mantenere qualcosa offline, non dipendere in maniera irreversibile dalla tecnologia, soprattutto da quella di cui si ignora il funzionamento.




