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Scienza aperta e digitale: l’incompiuta alleanza

Le tecnologie digitali hanno cambiato in maniera irreversibile il modo di fare e comunicare la scienza, ma gli scienziati continuano ad avere un ruolo molto limitato nel governare questo cambiamento. È questa, in sintesi, la conclusione a cui sono giunto dopo aver letto il bel libro “Scienza aperta. Politiche europee per un nuovo paradigma della ricerca“, scritto dalla ricercatrice dell’Università degli Studi di Torino Ludovica Paseri, specializzata in Filosofia del Diritto e Informatica Giuridica, che ricostruisce gli ultimi trent’anni di un movimento di apertura che è andato, progressivamente, istituzionalizzandosi e diversificandosi al suo interno.

Il costo dell’apertura: il modello “Gold Open Access”, che scarica sugli autori i costi integrali di pubblicazione

Per lungo tempo il concetto di “apertura” della scienza è coinciso con quello dei promotori del movimento “open access”, nato negli anni Novanta per ottenere l’accesso gratuito ai risultati delle ricerche scientifiche, in contrasto con le gravose richieste economiche degli editori ad abbonati e lettori. Un movimento che, lungi dall’azzerare la dimensione del profitto, ha portato tuttavia alla nascita di ulteriori forme di esborso di denaro pubblico: le università che pagano per abbonarsi alle riviste, oggi, pagano anche per garantire l’accessibilità delle pubblicazioni scientifiche realizzate dai loro ricercatori, secondo una modalità nota come “gold open access” che sposta dal lettore all’autore i costi di pubblicazione (“article processing charges“, o APC).

Se gli obiettivi di fondo del movimento “open access” sono stati quindi raggiunti, almeno per quanto riguarda i lettori e le riviste scientifiche che hanno optato per questa possibilità di diffusione della conoscenza, nondimeno rimane irrisolta la questione del doppio esborso di denaro pubblico (per l’abbonamento alle riviste e per la pubblicazione su queste ultime) e si fa strada, sempre più, la consapevolezza di come questa possibilità sia appannaggio soprattutto delle università dotate delle maggiori risorse economiche. I paper dei ricercatori di università meno abbienti potrebbero, in altre parole, non diventare mai “aperti” in mancanza di un’istituzione disposta a sostenere i costi sottesi alla gratuità per il pubblico.

2015: la scienza aperta entra nelle politiche europee per la ricerca, nascono gli European Data Spaces

Nondimeno, non sembrano esserci ad oggi motivi sufficienti per tornare alle condizioni di partenza, di fronte alle possibilità di distribuzione globale dei contenuti offerte da Internet e al diffuso sostegno di cui godono i sostenitori della scienza aperta a livello istituzionale. Un sostegno che è andato rafforzandosi, nel corso del tempo, fino ad entrare a far parte dei documenti ufficiali dell’Unione Europea con la pubblicazione della Strategia per il Mercato Unico Digitale nel 2015. Da allora – come ricostruito da Ludovica Paseri nel quarto capitolo del libro – la scienza aperta ha assunto un’importanza centrale nelle politiche europee per la ricerca scientifica, con l’apertura dei primi archivi digitali per la condivisione e il riutilizzo dei dati scientifici, a cominciare dallo European Open Science Cloud (EOSC).

Fare scienza aperta significa, oggi, raccogliere, analizzare e conservare i dati in maniera da renderli facilmente e istantaneamente disponibili a chiunque altro voglia servirsene per i propri scopi di ricerca. Non si tratta più, in altre parole, di “aprire” a tutti i risultati delle proprie ricerche, ma anche di dare libero accesso all’intero processo che ha portato a queste ultime: dati, metodologie, pratiche di didattica, software, algoritmi, etc. Un risultato reso possibile solo in presenza di pratiche comuni di utilizzo dei dati, comunemente note come FAIR Data Principles: linee guida, più che regole definite, per la reperibilità, accessibilità, interoperabilità, riutilizzabilità dei dati e metadati da parte dei ricercatori e dei rispettivi repository digitali.

Il problema, in tutto questo, è che solo una minima parte degli attori coinvolti nel processo rispetta le linee guida previste dai FAIR Data Principles, con il risultato che la scienza aperta risulta essere ancora oggi un ideale ben lontano dalla sua piena realizzazione: gli algoritmi sviluppati nei progetti di ricerca, ad esempio, non sono sempre verificabili dagli altri membri della comunità scientifica, mentre una parte rilevante dei dati analizzati nei progetti di ricerca diventa inservibile a distanza di pochi mesi dalla loro raccolta. A tutto questo si somma la persistente incertezza giuridica sulla titolarità del trattamento dei dati, sulla proprietà degli archivi digitali e, in definitiva, dello stesso sapere scientifico, nei casi in cui i ricercatori decidono di conservare i dati stessi su server personali o cloud proprietari.

La sfida dell’inclusione e dell’apertura a tutta la popolazione, le tensioni latenti ancora da risolvere

La scienza aperta, tuttavia, non si riduce alla sola tendenza alla democratizzazione – con il movimento “open access” – e alla istituzionalizzazione delle pratiche di apertura, ma accoglie dentro di sé le spinte e le inquietudini della società contemporanea, con le sue richieste di maggiore inclusione e pluralismo. Quest’ultima dimensione, anch’essa analizzata da Ludovica Paseri, rappresenta un ulteriore livello di sfida per scienziati, legislatori, tecnologi, chiamati a sviluppare nuovi metodi per l’accesso alle più avanzate conoscenze scientifiche da parte di tutta la popolazione (e non solo, quindi, da parte della sola comunità scientifica) e ad assicurare che le ricerche tengano conto delle molteplici espressioni dell’individualità.

A queste sfide vanno sommandosi una serie di tensioni che, nel corso dei prossimi anni, diventeranno sempre più manifeste: il problema del riconoscimento della paternità delle ricerche e dei compensi previsti dal diritto d’autore in un mondo in cui le intelligenze artificiali hanno accesso alle pubblicazioni scientifiche senza limitazioni di sorta, il problema della rivendicazione dei dati personali da parte delle persone oggetto di ricerche scientifiche in contrasto con le deroghe attualmente previste dal GDPR, il problema della fuga dei cervelli e dello sbilanciamento delle conoscenze in un’Europa che promuove la libera circolazione degli scienziati ma poi non si preoccupa della maggiore attrattività dei Paesi del Nord rispetto a quelli del Sud, dal punto di vista delle remunerazioni economiche e delle opportunità di lavoro.

La scienza aperta è il nuovo paradigma di riferimento per la ricerca: ora bisogna farlo diventare realtà, con l’aiuto dei “data steward”

Ludovica Paseri ha il merito di analizzare tutti questi temi in un’unica, fruibilissima pubblicazione, e di non nascondere le tensioni poste dalle spinte centrifughe su un sistema che per secoli si è retto sull’esclusività, sulla competizione, sulla riservatezza delle ricerche più all’avanguardia. La scienza aperta è, senza dubbio, il nuovo paradigma di riferimento della comunità scientifica, ma la sua piena realizzazione è ancora lungi dall’avverarsi e non vi è nessuno, ad oggi, in grado di sapere gli effetti di una diffusione incontrollata di dati non adeguatamente verificati da terzi, non protetti da interferenze esterne e riutilizzi non autorizzati, non conservati secondo i principi FAIR. La disponibilità di risorse finanziarie, educative e tecnologiche per l’apertura della scienza sembra essere, almeno in Europa, tuttora inadeguata.

Il punto debole, individuato da Ludovica Paseri, è nella marginalizzazione degli scienziati nel governo di questo cambiamento così radicale. Il ricercatore, oggi, è chiamato a un surplus di lavoro per assicurare l’accessibilità del suo lavoro, a dotarsi di conoscenze tecniche e procedurali che poco hanno a che vedere con le sue competenze scientifiche, e a prediligere università e istituti di ricerca in grado di sostenere il pagamento delle “article processing charges”. Ne emerge una figura assolutamente nuova, a metà fra ricercatore e divulgatore, tra scienziato e analista dei dati, che ha pochissima voce in capitolo nella scelta delle procedure e che non ricevere un’adeguata formazione a svolgere il ruolo che gli viene richiesto. Una figura che subisce l’innovazione tecnologica anziché governarla, e che deve spesso servirsi di tecnologie non europee e che non può adattare alle proprie necessità.

Le varie organizzazioni, università e centri di ricerca – è la proposta dell’autrice e ricercatrice dell’Università di Torino si devono dotare di ‘data steward’ che affianchino e supportino i membri della comunità scientifica nella quotidiana gestione dei progetti e dei dati della ricerca, rappresentando un fondamentale mezzo di raccordo tra i vari livelli istituzionali, supportando l’apertura di ogni fase del processo di ricerca scientifica, sia dal punto di vista tecnico che di quello giuridico, e partecipando al bilanciamento dei vari interessi coinvolti“.
La velocità del cambiamento tecnologico, l’importanza della scienza per lo sviluppo economico e sociale, il fabbisogno aggiuntivo di conoscenza e di dati richiesto dalle intelligenze artificiali e, in definitiva, la condizione incerta in cui operano moltissimi ricercatori chiede che queste parole non rimangano inascoltate.

jacopo franchi

Autore

Jacopo Franchi

Mi chiamo Jacopo Franchi, sono nato nel 1987, vivo a Milano, lavoro come social media manager, sono autore del sito che state visitando in questo momento e di tre libri sui social media, la moderazione di contenuti online e gli oggetti digitali.

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