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È tempo di investire per promuovere la cultura della legalità digitale

È stata una delle notizie più dibattute dell’estate, sui social media e non solo: la scoperta, il ribrezzo, le denunce riguardanti il gruppo Facebook “Mia moglie” e il sito web phica.eu, giunti agli onori delle cronache per la condivisione di immagini non consensuali e l’inaudita violenza dei commenti misogini, sessisti e diffamatori dei loro utenti e visitatori. Una squallida vicenda – su cui le indagini sono tuttora in corso – che ha riportato di stretta attualità il tema della violenza online di massa nei confronti delle donne e l’efficacia delle leggi, delle autorità e dei mezzi di contrasto esistenti per impedire il ripetersi di analoghi episodi.

Un sito web di foto condivise senza consenso conosciuto dalle autorità fin dal 2019

Eppure, il sito web phica.eu era stato portato fin dal 2019 all’attenzione del pubblico e delle autorità da Silvia Semenzin – sociologa, ispiratrice della legge italiana sul “revenge porn” – ed è indubbio che negli ultimi anni moltissime donne siano venute a conoscenza della diffusione della loro immagine senza avere la possibilità o la capacità di tutelarsi. Solo la denuncia presentata dalla sindaca di Firenze, Sara Furnaro, ha permesso di accendere i riflettori dei media su una delle peggiori “fogne” della Rete e avviare le conseguenti indagini sul suo amministratore, già noto alle forze dell’ordine nell’indagine risalente a sei anni fa.

Senza voler qui approfondire oltre la singola vicenda, dai risvolti giudiziari ancora incerti, è importante ricordare come esistano già oggi tecnologie in grado di rilevare in tempo reale la presenza di contenuti illegali in Rete e sulle principali piattaforme social, insieme ad autorità indipendenti dotate del potere di ordinare il blocco, istantaneo, dei siti web che li ospitano. L’autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali, non a caso, ha invitato le vittime di phica.eu a uscire allo scoperto, ricordando i propri poteri di intervento immediato (non sostitutivi, tuttavia, della denuncia alla Polizia Postale).

Quante persone sono a conoscenza di questa possibilità? Quante conoscono i propri diritti, tutelati dai regolamenti europei riguardanti il digitale, e quante sono in grado di distinguere tra i compiti di vigilanza e di intervento di Agcom, Garante, o della Postale? Digital Services Act, GDPR, AI Act, Data Act, Cyber Resilience Act sono nomi che vogliono dire poco, o pochissimo, alla maggioranza delle persone, e che pure dovrebbero essere conosciuti da tutti se si vuole che fatti come quelli riportati non si ripresentino con la stessa gravità, con gli stessi intollerabili ritardi nell’attività di moderazione dei contenuti.

La conoscenza dei diritti digitali quale premessa indispensabile per una vera cittadinanza in Rete

Una mancanza tanto più grave se si pensa che il 2025 è stato scelto dal Consiglio d’Europa quale Anno Europeo di Educazione alla Cittadinanza Digitale. Cittadinanza che, per potersi formare, deve tuttavia fondarsi sulla conoscenza dei meccanismi e delle leggi che regolano il mondo online, allo stesso modo con cui l’esercizio della cittadinanza “offline” si fonda sulla conoscenza e l’accettazione delle leggi e delle autorità che governano il mondo analogico.

Che cosa alimenta, oggi, questa consapevolezza che, in un mondo ideale, dovrebbe essere la medesima per tutti? Articoli pubblicati su un ristretto numero di riviste specializzate, libri e post social scritti da un ristretto numero di professionisti del settore, alcuni incontri pubblici organizzati dalle istituzioni e aperti a poche decine di persone per volta, una minima copertura da parte dei media tradizionali come la televisione, i siti web, i canali social delle autorità di regolamentazione, seguiti da una piccola community di cittadini in gran parte già consapevoli dei propri diritti. I più “fortunati” sono, paradossalmente, i più giovani, coinvolti nei corsi di educazione civica digitale, organizzati da insegnanti e formatori lungimiranti.

Chiariamoci: non bastano le leggi, da sole, né la loro conoscenza diffusa a far sì che certi crimini odiosi non si ripresentino nuovamente. Eppure, una maggiore consapevolezza dei propri diritti e delle capacità di esercitarli potrebbe portare, in futuro, un numero maggiore di denunce in caso di scoperta di nuovi imitatori del sito web phica.eu e del gruppo Facebook summenzionato. Anche senza arrivare alla conoscenza specialistica delle leggi, la consapevolezza della loro esistenza e delle singole autorità a cui rivolgersi potrebbe portare, in futuro, molte più persone ad agire tempestivamente, senza commettere passi falsi e senza cercare di venire a patti con i propri ricattatori.

Una maggiore consapevolezza dei propri diritti e delle capacità di esercitarli potrebbe portare, in futuro, un numero maggiore di denunce in caso di scoperta di nuovi imitatori del sito web phica.eu e del gruppo Facebook “Mia moglie”

Allo stesso modo, un’educazione capillare potrebbe mettere molte più persone nella condizione di riconoscere e segnalare un crimine compiuto attraverso le piattaforme digitali nei confronti di altri, senza più voltarsi dall’altra parte nella malcelata convinzione che le vittime – in fondo – siano state inevitabilmente “punite” per la troppa leggerezza con cui hanno pubblicato le proprie immagini online. La mancata conoscenza delle leggi comporta la sottovalutazione anche dei reati più clamorosi, soprattutto per chi pensa ancora oggi che un abuso online non sia dello stesso ordine di gravità di un abuso nel mondo “offline”.

Promuovere una cultura della legalità digitale significa, infine, fare in modo che le leggi elaborate a livello europeo possano godere di un sostegno popolare reale, profondo, radicato, che potrebbe rivelarsi necessario qualora le coalizioni europeiste che governano l’UE dovessero cedere, in futuro, il passo a nuovi poteri intenzionati a smantellare l’attuale impianto normativo. Le leggi che governano il mondo digitale devono essere fatte proprie dal maggior numero possibile di persone, perché solo queste ultime sono in grado – con la propria voce, con il proprio voto – di scegliere se mantenerle, migliorarle o farle decadere del tutto.

Campagne di informazione di massa attraverso gli strumenti pubblicitari messi a disposizione dalle Big Tech, pagate con le sanzioni emesse dalle Autorità?

Da dove partire? Anziché limitarsi a qualche scoordinato post sui social media, è venuto il momento di imporre una presenza capillare dei contenuti di educazione alla legalità digitale sulle piattaforme più utilizzate dagli utenti, sfruttando i loro stessi strumenti pubblicitari. Social media, motori di ricerca, chatbot di intelligenza artificiale, piattaforme di podcast e difilm in streaming di massa, siti web di ecommerce e app dovrebbero ospitare, in maniera continuativa, contenuti educativi e di approfondimento riguardanti le leggi del Paese a cui sono sottoposti, venendo remunerati per questa visibilità aggiuntiva.

Si tratta, pertanto, di utilizzare il potere di diffusione degli strumenti digitali per rendere le persone edotte dei diritti che li riguardano, delle possibilità di cui dispongono per tutelarsi o per proteggere i propri parenti, amici, “amici” di Facebook. In questo scenario devono essere messi in campo tutti gli investimenti possibili per assicuarsi di raggiungere davvero la totalità della popolazione italiana, fino al raggiungimento di una soglia minima di alfabetizzazione.

Da dove prendere le risorse per queste campagne “pubblicitarie”? Da anni le autorità di controllo riscuotono cospicue somme dalle multe rivolte alle Big Tech. Convertire una parte di questi importi in crediti pubblicitari per la promozione a pagamento dell’esito delle sentenze e l’alfabetizzazione legale digitale dei cittadini potrebbe portare la sanzione stessa ad avere un effetto più educativo e preventivo di quanto non avvenga già ora. Solo attraverso gli strumenti pubblicitari di Meta, LinkedIn, Google, TikTok e – in un futuro non lontano – ChatGPT è possibile raggiungere davvero la totalità della popolazione connessa a Internet, con la possibilità di misurare l’efficacia dell’attività di promozione dei contenuti e l’interesse generato.

La pagina informativa e di segnalazione per le vittime di revenge porn ospitata sul sito del Garante della Privacy. Quante persone conoscono questa possibilità di segnalazione? E quante potrebbero conoscerla se essa fosse promossa, a pagamento, in maniera massiva, sui principali social media e siti web dove i reati di revenge porn vengono effettivamente compiuti?

Non si tratta di finanziare con soldi pubblici le Big Tech, ma di minare “dall’interno” i meccanismi illegali resi possibili dall’ignoranza delle leggi sul digitale

Si tratta di finanziare, con soldi pubblici, le Big Tech? In parte sì, ma è anche vero che questi sarebbero comunque soldi pagati dalle Big Tech stesse dopo che queste hanno volato, per anni, le leggi europee: restituirglieli, in parte, per accrescere la consapevolezza dei diritti digitali dei loro utenti potrebbe essere un modo per minare le pratiche illegali dall’interno, aumentando la possibilità che le persone si accorgano prima, e con maggiore reattività, di processi che infrangono la legge o ai limiti della legalità. Al tempo stesso, gli investimenti in educazione digitale potrebbero essere destinati in parte anche a sostenere – tramite l’acquisto di spazi pubblicitari – lo sviluppo di piattaforme native europee, impegnate in una difficilissima battaglia per ritagliarsi uno spazio in mezzo a uno scenario già presidiato dai colossi americani e cinesi.

Il Garante della Privacy italiano non può più sperare che i propri post diventino “virali” per raggiungere la totalità degli utenti social italiani, soprattutto quando si tratta di informarli, nell’immediato, delle procedure di rimozione di siti web e contenuti illegali in condizioni di emergenza. Una campagna pubblicitaria a pagamento, sui social e sui siti web più popolari, che possa informare la quasi totalità delle donne italiane dei rischi e delle contromisure da prendere in caso di revenge porn o condivisione non autorizzata delle proprie immagini potrebbe essere il primo passo per fare in modo che gli strumenti di segnalazione vengano davvero conosciuti da parte di chi potrebbe averne bisogno, in quanto vittima o spettatore incolpevole. Altrimenti, non sorprendiamoci se scropriremo altri siti e forum di cui tutti conoscevano l’esistenza e che pochi, o nessuno, avrà avuto il coraggio di denunciare.

jacopo franchi

Autore

Jacopo Franchi

Mi chiamo Jacopo Franchi, sono nato nel 1987, vivo a Milano, lavoro come social media manager, sono autore del sito che state visitando in questo momento e di tre libri sui social media, la moderazione di contenuti online e gli oggetti digitali.

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