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Restare, partire o aspettare? Guida per i nuovi indecisi dei social media

Non è un aeroporto, non è obbligatorio annunciarsi: nondimeno molti lo fanno lo stesso, comunicando l’abbandono dei propri account alcuni giorni prima dell’effettiva partenza. Da alcuni mesi questo è quello che succede quotidianamente su X, dove non si contano più le persone e le aziende che per varie ragioni hanno scelto di disattivare l’account aperto ai tempi di Twitter o di sospendere le pubblicazioni senza, tuttavia, rinunciare a mantenere la propria presenza sulla piattaforma. Una delle ultime a farlo, all’inizio del 2025, è stata la storica rivista Internazionale, che nell’annuncio della propria dipartita ha voluto sottolineare come X non sia più “un luogo di confronto e circolazione delle informazioni“, arrivando in questo modo alla fatidica decisione di “lasciare gli spazi diventati inospitali“.

Rimanere nella propria bolla, o entrare anche in luoghi digitali “inospitali”?

Al di là della curiosa scelta di Internazionale di lasciare un luogo considerato non più ospitale senza, tuttavia, cancellare il proprio account (e con esso il link che punta alla sezione “abbonamenti” del sito) l’aspetto di maggior interesse della dichiarazione non sono solo le motivazioni – che analizzerò a breve – quanto le aspettative che una scelta così drastica porta con sé. L’idea che possano esserci, online, spazi “ospitali” e altri “non ospitali“, che sia possibile distinguere con assoluta certezza entrambi e che la scelta migliore sia quella di essere presenti solo nei primi e non nei secondi. Scelta davvero curiosa per chi si occupa di informazione e dovrebbe essere preparato a operare in ambienti inospitali, dove maggiore è il bisogno di diffondere contenuti di qualità anche a costo di andare incontro a censure, restrizioni, intimidazioni. Ma, forse, nel caso di Internazionale è stato raggiunto un limite oltre cui nessuno della redazione era disposto a spingersi, perché anche i giornalisti sono esseri umani.

Il post con cui la rivista Internazionale ha dichiarato la scelta di non pubblicare più contenuti su X, lasciando tuttavia il proprio account sulla piattaforma (con i commenti bloccati)

Una fuga dettata da motivazioni concrete o da domande e dubbi non del tutto approfonditi?

Così come Internazionale non è l’unica rivista di rilievo ad aver deciso di abbandonare X, sono tantissime le persone e le aziende che negli ultimi mesi hanno annunciato la propria partenza – più o meno definitiva – e altrettante quelle che stanno valutando seriamente questa opzione. A trattenerle, con ogni probabilità, sono un accumulo di motivazioni molto concrete (il timore di perdere i follower, di perdere posizioni rispetto ai competitor, di perdere contatto con coloro che hanno deciso di rimanere, di non poter gestire le conversazioni che li riguardano su X) insieme a dubbi e inquietudini di difficile soluzione. La scelta di rimanere su X significa un endorsement indiretto all’attività di propaganda di Elon Musk a favore dei partiti di estrema destra? La decisione di mantenere un account sulla piattaforma rischia di essere scambiata per indifferenza rispetto ai contenuti “a rischio” che vi circolano?

Esistono social media privi di contenuti tossici, di disinformazione, di propaganda estremista?

X, purtroppo, non è l’unico social media ad essere quotidianamente invaso da contenuti di propaganda di estremismi vari, messaggi e commenti d’odio, razzismo, contenuti volgari e offensivi, notizie false e video manipolati. Lo è con ogni probabilità in misura maggiore rispetto al passato, dopo la scelta di Musk di ridurre al minimo gli investimenti e il personale addetto alla moderazione di contenuti e al fact-checking, ma altrettanto probabilmente non lo è in maniera diversa rispetto a quanto si registra su TikTok, Facebook, Instagram o perfino Linkedin. Al di là di quella che può essere l’esperienza personale, basta dare una lettura attenta ai dati presenti nei report che le Big Tech sono obbligate a pubblicare in base al regolamento europeo Digital Services Act, riguardante le attività di moderazione di contenuti, per rendersi conto di come X non abbia nulla da invidiare agli altri social.

Non è possibile neppure essere certi che la propaganda a favore dell’estrema destra sia oggi più presente su X rispetto ad altri social, o che essa ottenga molta più visibilità in termini assoluti dopo le modifiche dell’algoritmo introdotte da Musk. Non più tardi di tre mesi fa, ad esempio, TikTok è stata accusata dalle autorità nazionali ed europee di aver favorito l’impressionante successo elettorale di un candidato di estrema destra alle elezioni presidenziali rumene, chiudendo ben più di un occhio di fronte alla manipolazione della visibilità dei contenuti suggeriti dal suo algoritmo tramite account fake e interazioni pilotate ad arte. Di fronte a un’accusa di tale gravità non vi è stata, tuttavia, nessuna riflessione collettiva sulla possibilità di una possibile fuga di massa dalla piattaforma, né tantomeno gli utenti presenti si sono lasciati cogliere dal dubbio che la propria permanenza potesse essere vista come un implicito endorsement al governo cinese. Rimanere su TikTok e pubblicarvi contenuti non genera oggi gli stessi dibattiti e gli stessi dubbi esistenziali di quelli generati da X: come mai?

La commissaria Henna Virkunnen, incaricata dell’enforcement del regolamento Digital Services Act, utilizza quotidianamente X, oggetto d’indagine dalla stessa Commissione europea.

Qual è il livello di fiducia che possiamo riporre nei meccanismi che generano la “viralità” dei contenuti?

Resta altrettanto difficile, infine, stabilire un limite massimo oltre cui la presenza di attività di disinformazione e propaganda antidemocratica dovrebbe portare le persone e le aziende che hanno a cuore le istituzioni democratiche ad abbandonare un determinato social, anziché opporsi con la propria presenza e i propri contenuti ai tentativi di inquinare il dibattito pubblico. Paradossalmente, oggi gli utenti di X si trovano in una condizione migliore rispetto agli utenti di TikTok, Instagram o LinkedIn, perché sanno con certezza che la disinformazione sul “loro” social è autorizzata se non incentivata, ed è diffusa dall’algoritmo in misura uguale se non superiore rispetto alle informazioni verificate. Se su altri social permane il dubbio che qualcuno o qualcosa (fact-checker, moderatori di contenuti, onnipresenti intelligenze artificiali) possa aver verificato già i contenuti presenti, su X è certo che nessun contenuto viene verificato da nessun moderatore o fact-checker, e nessun contenuto può essere dato per certo e veritiero fino a prova contraria. Non ci sono difese – se non per quei pochissimi post verificati attraverso lo strumento delle Community Notes – ma per fortuna esistono ancora siti e fonti esterne a X da consultare prima di decidere se credere una notizia o ricondividere un post.

È ovvio che la realtà dei fatti rimane molto più complessa di quello che è possibile riassumere in un articolo, e che Elon Musk e il suo team di ingegneri possono decidere di cambiare in ogni momento l’algoritmo di X per dare molta più visibilità a un certo tipo di contenuti rispetto ad altri, o al contrario restringere la visibilità dei contenuti degli account non allineati alla propria visione politica del mondo. Su questo dovrebbero intervenire le leggi, ma finché i tempi di risposta delle autorità europee resteranno dilatati e condizionati da scelte di natura politica (andare allo “scontro” legale con le BigTech significa, per le autorità europee, andare allo scontro anche con i loro governi) è inevitabile porsi costantemente in una posizione di dubbio verso tutto ciò che diventa “virale” su X e su qualsiasi altro social. I meccanismi che portano un contenuto a diventare più visibile di altri sono da sempre avvolti nell’opacità e nel continuo cambiamento delle regole, e sta all’intelligenza delle singole persone decidere fino a che punto dipendere dai social per il proprio fabbisogno quotidiano e vitale di notizie e informazioni. I social contengono una parte di verità, ma non tutta la verità si trova sui social e non tutta ottiene la giusta dose di visibilità e attenzione su questi strumenti.

Perché i regolamenti come il DSA non hanno reso obbligatorie le salvaguardie per gli utenti?

Al tempo stesso è utile ricordare come X offra molti meno strumenti di difesa personale nei confronti dei molestatori, degli aggressori e dei violenti rispetto ad altri social media. Uno dei cambiamenti più nocivi introdotti da Musk è stata la scelta di depotenziare lo strumento di blocco degli utenti, rendendo possibile a chi è stato bloccato di continuare a vedere i post della propria vittima (a meno che questa non decida di rendere privato il proprio account). Su X non è più possibile nascondersi agli occhi degli aggressori, diventare – seppur solo al suo interno – invisibili e introvabili. Anche in questo caso, purtroppo, i regolamenti europei non hanno previsto alcun vincolo specifico, lasciando alla libera volontà delle aziende tech la scelta su quali strumenti fornire ai propri utenti per proteggersi dagli abusi: nessun vincolo stabilito dal Digital Services Act per gli strumenti di moderazione di contenuti e account, nessun vincolo riguardante il numero minimo di moderatori, i tempi e le qualità delle risposte da fornire a chi chiede aiuto. La responsabilità della condizione di estrema vulnerabilità con cui i singoli individui e intere categorie di persone si trovano a operare su X non è, quindi, unicamente di Elon Musk, ma di chi avrebbe potuto limitarne in anticipo gli eccessi e ha deciso di lasciare all’autoregolamentazione delle aziende la possibilità di cambiare, a piacimento, le proprie regole e termini di servizio senza alcun tipo di vincolo predeterminato.

Quale destino per coloro che resteranno, soprattutto se ancora giovani e meno esperti di chi se n’è andato?

È verosimile uno scenario in cui la continua fuga di utenti e di aziende porterà X alla chiusura per fallimento? Si, ma coloro che invitano a questa “fuga di massa” dovrebbero invitare ad analoghe fughe anche dagli altri altri social, se i motivi reali sono quelli di voler abbandonare tutti gli ambienti digitali popolati da contenuti d’odio, disinformazione, propaganda estremista e i cui algoritmi e sistemi di moderazione siano facilmente manipolabili dai loro proprietari. Caratteristiche che, come abbiamo visto, si riscontrano in X così come in altri servizi digitali, inclusi i servizi di newsletter come Substack che oggi nessuno si sognerebbe di mettere in discussione per gli stessi motivi con cui mette in discussione X. Anche Substack ospita newsletter di propaganda di estrema destra, dispone di strumenti di moderazione non trasparenti ed esporta i dati degli utenti in quegli Stati Uniti in cui le leggi sulla privacy in vigore in Europa potrebbero non essere facilmente applicabili. A differenza di Substack, TikTok o Instagram, X è diventato oggi l’emblema di tutto ciò che i social media hanno di tossico, di pericoloso, di irrisolto, a prescindere dalla reale situazione delle altre piattaforme.

È verosimile uno scenario in cui la fuga di una parte di utenti e aziende “non allineate” porterà Musk a rivedere i propri piani per il social e cambiare la propria gestione? No, considerando che è proprio il possesso di una piattaforma allineata con l’ideologia e con i desiderata del nuovo presidente degli Stati Uniti che lo ha portato a prenderne possesso due anni fa. Lasciare X significa, paradossalmente, dare a Elon Musk ancora più potere di condizionare il dibattito pubblico attraverso lo strumento che ha potuto manipolare senza alcun impedimento da parte delle autorità americane e internazionali. Abbandonare il social di Musk per luoghi ritenuti a prima vista più sicuri, inclusivi, “puri” significa abbandonare anche i milioni di utenti rimasti all’esposizione indiscriminata di contenuti e notizie elaborati da un’unica, ben precisa parte politica, nell’assurda convinzione che tutte queste persone siano già “perdute” alla causa democratica, irreversibilmente indottrinate e prive di capacità di giudizio autonomo e critico. Non è una decisione da prendere a cuor leggero, soprattutto per chi produce contenuti d’informazione, se si pensa che oggi più di un giovane su tre si informa prevalentemente attraverso i social media, e uno su tre mette “like” alla fake news, secondo quanto emerge dalla ricerca curata da Ipsos, Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo e Parole O_Stili.

Tornare ai fondamentali: per quale motivo siamo sui social, quali obiettivi vogliamo raggiungere con essi

Senza voler fare di tutta l’erba un fascio, né mettere X forzatamente sullo stesso piano di social come LinkedIn o Pinterest, è evidente come la decisione di abbandonare questa piattaforma non possa essere presa a cuor leggero, quando in gioco ci sono così tante persone, ancor prima che utenti, e così tanta parte dell’informazione circola ancora su una piattaforma come quella controllata da Elon Musk. La storia di X, come tutte le storie che a un certo punto prendono una piega incontrollabile, mette ogni utente e ogni azienda a nudo di fronte alle proprie aspettative e obbliga a ripensare all’origine il rapporto con i social media, nel sospetto che le stesse criticità si ritrovino – più astutamente mascherate e minimizzate -anche su altri social, inclusi quelli alternativi (che ne replicano i meccanismi di fondo, fatti di algoritmi opachi e di sistemi di moderazione non sottoposti al controllo puntuale di autorità imparziali). Il comportamento estremista di Musk, la manipolazione forzata ed esplicita dell’algoritmo, la diffusione incontrollata di contenuti estremisti rendono questo disagio più immediato ma non per questo diverso rispetto a quello che si può provare – dilazionato nel tempo, attutito dalla massa di contenuti più leggeri e di intrattenimento – su altri social.

Il momento della scelta, prima o poi, arriverà. Sarà una scelta ragionata o impulsiva, in cui singoli individui e aziende decideranno a un certo punto di abbandonare X o qualsiasi altro social media, di rimanervi o di ridurre al minimo essenziale la propria attività su di esso. Come tutte le scelte che riguardano questi strumenti, anche questa porterà molte persone a riflettere sui reali motivi del proprio “essere” sui social: per intrattenersi, per informarsi, per promuoversi, per costruire relazioni o semplicemente per non sentirsi in difetto rispetto a convenzioni e aspettative sociali. Nel caso di X, questa scelta potrà essere la conseguenza di problemi reali sperimentati sul social che renderanno sempre più critica la propria permanenza, ma spero che non diventi l’ennesimo modo per acquisire visibilità senza affrontare le domande fondamentali che stanno alla base del nostro rapporto con i social media, e che dal mio punto di vista sono le seguenti:

  • siamo in questi luoghi per condividere contenuti di informazione, approfondimento e riflessione sulla realtà del mondo, o per ricevere like, apprezzamenti, rinforzi al nostro ego?
  • abbiamo accettato di condividere dati personali e contenuti con i social in maniera consapevole o lo abbiamo fatto leggendo distrattamente i loro termini di servizio?
  • siamo sui social perché vogliamo avvicinarci e comprendere il punto di vista di persone al di fuori della nostra cerchia, che non potremmo avvicinare senza di di essi, o vogliamo esserci per costruire un ambiente sociale a nostra misura e somiglianza?

Lo so, questo articolo non è una guida nel senso proprio del termine, piuttosto raccoglie un insieme di riflessioni e informazioni per non compiere decisioni affrettate, e per non lasciarsi influenzare dal gesto carico di pathos di qualcuno che per anni ha accumulato visibilità, click e riconoscimento pubblico da questi strumenti e che ora se ne ritrae, sdegnato. La mia scelta è quella di rimanere, perché l’obiettivo della mia permanenza su X – e su altri social – è di condividere in libertà contenuti, pensieri, libri, parole ed esperienze che penso possano tornare utili alla conoscenza di altri, soprattutto di coloro che si trovano costantemente immersi nella bolla costruita ad arte da Musk e dai suoi adepti. Non perseguo obiettivi irrealizzabili per le mie forze, non credo che la mia sola presenza possa invertire il corso della storia di queste piattaforme, so per certo che la diffusione dei miei contenuti è ostacolata in mille modi dagli algoritmi (vuoi per costringermi a pagare per promuoverli, vuoi per la presenza di link esterni, vuoi per i temi trattati), ma al tempo stesso so di non essere il solo a voler dimostrare che un modo diverso di usare i social è possibile e desiderabile. Soprattutto in un luogo dove tutto sembra andare, implacabilmente, nella direzione opposta.

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Autore

Jacopo Franchi

Mi chiamo Jacopo Franchi, sono nato nel 1987, vivo a Milano, lavoro come social media manager, sono autore del sito che state visitando in questo momento e di tre libri sui social media, la moderazione di contenuti online e gli oggetti digitali.

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