Molti libri, articoli, documentari e dibattiti sull’intelligenza artificiale tendono a descrivere questa tecnologia come se essa fosse l’esito naturale del progresso umano o, al più, come la conseguenza del lavoro disinteressato di illustri ricercatori e scienziati, indebitamente sfruttato da aziende e investitori mossi dal puro tornaconto economico. Da questa prospettiva semplicistica non fa alcuna differenza che a sviluppare le GPU per l’addestramento dei modelli di AI sia NVIDIA o uno dei suoi concorrenti, o che i semiconduttori vengano prodotti da TSMC a Taiwan o da qualunque altro fornitore nel resto del mondo. Se così fosse, tuttavia, sarebbe possibile replicare il successo di ChatGPT o DeepSeek con una certa facilità, ovunque fossero disponibili le medesime competenze tecniche e risorse finanziarie di partenza.
In questo contesto, dove ben pochi nel nostro Paese possono vantare una posizione di osservatore privilegiato su uno scenario tecnologico e politico in piena evoluzione, il merito di “Geopolitica dell’Intelligenza Artificiale” di Alessandro Aresu (consigliere scientifico di Limes, autore per Le Grand Continent, in passato consulente per la Presidenza del Consiglio e ministero degli Affari Esteri) è quello di tenere insieme in un unico, imponente lavoro di analisi sia il ruolo avuto dai grandi ricercatori e tecnici nello sviluppo della tecnologia negli anni successivi al periodo noto come “inverno dell’AI“, sia il ruolo ricoperto da imprenditori e investitori di talento nel favorirne l’adozione di massa su scala globale.
Le storie delle persone dietro l’intelligenza artificiale
Da “Geopolitica dell’intelligenza artificiale” si stagliano concrete, sullo sfondo, le figure di Jen-Hsun Huang (noto anche come Jensen Huang), fondatore, presidente e CEO di NVDIA di origine taiwanese, Fei-Fei Li, informatica statunitense di origini cinesi, ideatrice di ImageNet, Morris Chang, l’imprenditore di origini cinesi e fondatore di TSMC a Taiwan, insieme a Geoffrey Hinton, pioniere delle reti neurali, Alex Krizhevsky, programmatore e ideatore di AlexNet, Ilya Sutskever, chief scientist di OpenAI e altre persone che hanno fatto la storia dell’intelligenza artificiale nel primo quarto del XXI secolo. Figure controverse, difficilmente classificabili all’interno della classica dicotomia scienziato/imprenditore, ma che incarnano più di altri l’inestricabile intreccio tra la cultura orientale e quella occidentale. Uomini e donne a metà tra gli Stati Uniti, la Cina e Taiwan, che vivono nel costante paradosso di uno scontro tra i Paesi dove sono nati e quelli in cui hanno potuto trovare opportunità, capitali e la cultura adatta per poter creare processi e tecnologie di successo planetario.
Il libro di Aresu è anche un riconoscimento, dovuto, al lavoro di quelle migliaia di persone che dietro l’anonimato dei loro account di Amazon Mechanical Turk o come impiegati di aziende tristemente note come Sama hanno contribuito alla catalogazione di un numero sterminato di testi e immagini che sono serviti all’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale. Aresu, senza indulgere in pietismi scontati, sottolinea l’importanza fondamentale di questa manodopera a basso costo nella costruzione della tecnologia utilizzata oggi da milioni di individui e aziende. “Grazie a un ammasso di lavoro manuale distribuito in tutto il mondo – scrive l’autore – per la versione inaugurale di ImageNet, a giugno 2009, 15 milioni di immagini sono state suddivise in 22 mila categorie distinte, selezionate da un totale di quasi un miliardo e annotate da una squadra internazionale di oltre 48 mila collaboratori provenienti da 167 paesi“. Collaboratori raccolti attraverso una di quelle piattaforme di “gig working” che in Europa hanno trovato un’opposizione feroce e per molti aspetti giustificata, ma che si sono rivelate determinanti per lo sviluppo di una tecnologia che oggi importiamo per lo più dall’estero.
NVDIA, dal mondo dei videogame a fornitore di “AI sovrana” per gli Stati
Fra tutte le storie menzionate nel libro spicca, per distacco, quella di Jensen e della sua NVIDIA, nata nel periodo della “esplosione del Cambriano” di società di schede grafiche tridimensionali per il mondo del videogame. Le GPU di NVIDIA hanno permesso, in un primo momento, di creare mondi virtuali in grado di competere in attrattività con il mondo reale, mentre nel corso degli anni successivi sono state sempre più utilizzate in attività computazionali intensive e per le quali erano necessarie enormi capacità di calcolo ed elaborazione dati: le applicazioni di intelligenza artificiale, per l’appunto, di cui le GPU di NVIDIA rappresentano ancora oggi uno dei pilastri fondamentali. Sottovalutata per anni, dalle cronache come dal mercato (nel 2016, quando Jensen consegnò a Elon Musk il DGX-1 per OpenAI, la società valeva in borsa meno di 20 miliardi, mentre a gennaio 2024 ha superato i 1.500 miliardi di capitalizzazione), NVIDIA è diventata una delle aziende più importanti al mondo e i suoi prodotti sono richiesti tanto da aziende come OpenAI quanto dagli Stati intenzionati a sviluppare la propria AI “sovrana”.
Sul concetto di sovranità dell’intelligenza artificiale Aresu si sofferma a lungo, dimostrando come la pretesa di poter ricondurre il controllo dell’AI nelle mani del potere pubblico sia, al momento attuale, difficilmente realizzabile senza ricorrere alla tecnologia e al know-how di aziende come NVIDIA o TSMC. È stato Jensen, non a caso, a ideare il concetto di “intelligenza artificiale sovrana“, fornendo una soluzione chiavi in mano a governi occidentali timorosi di dipendere da tecnologie provenienti dalla Cina o da altri Paesi percepiti come ostili, finendo tuttavia per dipendere da un’azienda che coltiva da sempre rapporti ambigui con entrambi. “La macchina con il giubbotto di pelle [riferimento al giubbotto abitualmente usato da Jensen in occasione dei più rilevanti appuntamenti pubblici, NdA] si adatta alle tue esigenze e ti permette di esercitare una sovranità che altrimenti ti sfuggirebbe, perché non sapresti comprenderla, perché saresti privo di risorse essenziali. La sovranità appartiene a NVIDIA, che la distribuisce attraverso le GPU“. Tutto il resto non è “noia”, ma solo l’irrealizzabile tentativo di sfuggire a una realtà che solo l’azienda fondata da Jensen rende possibile, con il contributo fondamentale di TSMC.

TSMC, fabbrica globale dell’intelligenza artificiale e le “cattedrali in rovina” dell’Europa
Dietro il successo di NVIDIA si celano, per l’appunto, le fabbriche di semiconduttori di TSMC, e la capacità del loro fondatore – Morris Chang – di far accettare alle “élite” occidentali il fatto incontestabile “che non possiedono più le chiavi della civiltà delle macchine, proprio perché sono élite“. Fabbriche ad altissima automazione, dove squadre di tecnici e operai sono pronti a intervenire per correggere ogni minima anomalia, fondate su una cultura del lavoro che non ammette orari di “disconnessione” e sostenute da un intero ecosistema-isola che è risultato impossibile da replicare altrove. TSMC è l’azienda che, secondo Aresu, è stata “capace di rivoluzionare l’industria con l’idea decisiva della separazione tra la produzione, compito perfetto per l’Asia, e la progettazione, perseguita da un ecosistema fabless sempre più ampio di aziende che vogliono servire nuovi mercati, come quello dei videogiochi [e dell’intelligenza artificiale, NdA] senza sobbarcarsi i costi della costruzione e della gestione delle fabbriche“. TSMC è il “miglior fabbro” esistente sul mercato dei semiconduttori, è l’azienda “che soddisfa la creatività dei progettisti, con la massima precisione e senza errori, con tutte le loro idee pronte per essere impacchettate e spedite da Taiwan a qualsiasi angolo del pianeta“. TSMC rappresenta l’oggetto del desiderio dei Paesi che guidano lo sviluppo dell’IA, e il rimpianto di Paesi ormai impossibilitati a sviluppare un’analoga capacità produttiva, privi come sono di quel know-how maturato nell’arco di decenni di politiche pubbliche e investimenti privati.
Inseguendo da un capo all’altro del Pacifico le storie di Jensen Chang, di Fei-Fei e Hinton, approfondendo gli sviluppi di aziende come NVIDIA e OpenAI o quella delle università degli Stati Uniti e del Canada (tra i pochi Paesi a continuare a investire nella ricerca di base anche durante l'”inverno dell’AI”) si ha la sensazione di assistere a una grande storia che si svolge senza che noi possiamo farci nulla per influenzarne il corso. Non con gli investimenti, privati o pubblici che siano, soggetti a una logica di ritorni e rendicontazioni burocratiche minuziose che non riesce a competere con la disponibilità di americani (e cinesi) a “investire in grandi progetti avveniristici senza chiarezza sui ritorni economici“; non con il mercato del lavoro europeo, privo di attrattività verso i le menti più brillanti a livello internazionale, irrigidito da patti di non concorrenza e salari che non possono competere con quelli offerti altrove. “Noi europei non potremo superare le barriere che ci separano dalla capacità produttiva dell’Asia orientale e dei giganti tecnologici degli Stati Uniti. Alle cattedrali della nostra civiltà abbiamo sostituito l’invidia per una competizione che non conosciamo, visto che rinunciamo a viverla“.
Le conoscenze che mancano per poter regolamentare con efficacia questo mercato
“Geopolitica dell’intelligenza artificiale” individua tra i principali responsabili di questa condizione di arretratezza i governi e le autorità di regolamentazione europee, oggi sotto il fuoco incrociato di più parti per l’eccesso di normative e la mancanza di una strategia concreta per lo sviluppo del settore AI. Secondo Aresu, tuttavia, le “colpe” non sarebbero da ricondurre tanto alla sovraregolamentazione, quanto alla mancanza di conoscenze adeguate fra coloro che vorrebbero governare la tecnologia senza avere “la più pallida idea di quali siano le condizioni, le direttrici, le strutture minime dei mercati, di cui non conoscono nemmeno l’importanza“. Tra le motivazioni addotte dall’autore per questa accusa spicca, in particolare, il clamoroso errore di sottovalutazione della DG Competition di Margrethe Vestager, che nel 2019 aveva autorizzato l’acquisizione di Mellanox da parte di NVIDIA valutando quest’ultima irrilevante in ragione delle allora ridotte dimensioni di mercato. “Non si tratta – afferma Aresu – di sostenere una conversazione tecnica con Bill Dally [chief scientist di NVIDIA, NdA]: nessuno chiede questo, perché è impossibile. Ma un terreno di confronto deve esistere e la politica come professione deve possedere un bagaglio minimo di conoscenze per avanzare le proprie ragioni: altrimenti scompare e, difatti, scompare, se non per il residuo della sicurezza nazionale“.

A mancare, secondo Aresu, sembra essere quindi non solo la volontà politica di svolgere un ruolo di primo piano nel favorire lo sviluppo di tecnologie che stanno cambiando in profondità la storia dell’uomo, le sue conoscenze e possibilità, ma la stessa capacità di comprendere questi cambiamenti e saperli tradurre in leggi che possano davvero aspirare a essere durevoli e onnicomprensive di uno scenario in pieno mutamento. “È essenziale comprendere che, per il salto delle capacità di ricerca interne che le grandi aziende tecnologiche hanno ormai compiuto, questi passaggi istituzionali, politici e sociali non possono più avvenire senza analizzare la storia delle imprese, il loro funzionamento, il loro sistema operativo che genera fiducia […] Si tratta di capire, per i governi e per l’opinione pubblica, che guardando dentro la scatola di NVIDIA e di queste altre realtà è possibile comprendere qualcosa, puntare a un metodo con maggiori strumenti, senza rifugiarsi sotto una cappa di paralisi e autolesionismo“.
I limiti del decoupling in un mondo dove le frontiere restano permeabili a persone e cose
Sarebbe riduttivo, in conclusione, riassumere il lavoro di Aresu in una incondizionata celebrazione del modello di sviluppo dell’AI a trazione sino-americana e una critica distruttiva del “non-modello” europeo. L’autore riconosce, infatti, che il clima di conflittualità crescente tra le due superpotenze sul fronte tecnologico sta portando gli Stati Uniti a una “mobilitazione a pezzi” del sistema produttivo, priva di ordine, in una “cacofonia di sanzioni pavloviane” che si limitano a colpire la debolezza dell’avversario senza riuscire a metterlo davvero fuori gioco (come il successo di DeepSeek di questi ultimi giorni ha dimostrato), e dall’altro lato la Cina a mantenere a prezzo di pesanti perdite una capacità produttiva sovradimensionata per conservare un di “vantaggio dell’arretratezza” nei confronti di economie che non possono competere con lei sul fronte dei costi e dei ritmi di produzione. Il lavoro di Aresu è solo l’ultimo tassello di un ciclo di tre opere dedicate all’analisi di un “capitalismo politico” che si scontra continuamente con interdipendenze cresciute nell’arco dei decenni e che rendono impossibile, o estremamente dispendioso, il “decoupling” tra le due sponde del Pacifico.
È proprio questa la lezione più importante che si può trarre da un’opera di oltre 500 pagine, che ha già ottenuto importanti riconoscimenti e che invito a leggere in prima persona per ricavarne ulteriori spunti di riflessione: la consapevolezza che le frontiere tra i due mondi, occidentale e orientale, sono da sempre permeabili, e che questa permeabilità sussiste anche in un’era di dazi e barriere al commercio che vanno moltiplicandosi da una parte e dall’altra. Così come sono migliaia i lavoratori anonimi che hanno contribuito al successo dell’AI, sono altrettanto migliaia i manutentori privi di nome e di volto che – come dimostra Aresu – ogni giorno oltrepassano le frontiere dell’uno e dell’altro “fronte” e che accedono a fabbriche, aziende e infrastrutture critiche che non possono fare a meno del supporto tecnico proveniente da Paesi più qualificati, o da cui provengono le tecnologie altrimenti impossibili da riprodurre in toto nella propria nazione. Ed è da questo continuo scambio di persone che provengono le informazioni vitali per il lavoro delle agenzie di intelligence, così come le conoscenze necessarie a far sì che i mondi virtuali che trent’anni fa NVIDIA ha reso possibile generare a partire dai videogame ora possano apparire anche nei nostri uffici, nelle nostre case, nei nostri smartphone e dispositivi. Mentre noi europei restiamo a guardare.
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