Verso una nuova fase del rapporto tra social media e giornali

Uno dei tanti paradossi della “bolla” generata dai social media è quello dato dalla constatazione che non siano mai state condivise così tante notizie su queste piattaforme, soprattutto in periodi di crisi, conflitti ed elezioni politiche, e i dati recenti che dimostrano come il numero di persone che leggono gli articoli pubblicati di maggiori quotidiani al mondo su Facebook, Instagram, X o LinkedIn sia andato calando nel corso del tempo, fino a raggiungere un nuovo minimo storico nel 2023. Secondo i dati elaborati da Similarweb, e ripresi da un gran numero di testate con toni tra il disperato e il rassegnato, solo il 6,5% del totale delle visite ai siti di notizie proviene oggi dai social media, in ulteriore calo rispetto al già scarso 11,5% registrato nel 2020, in pieno periodo pandemico.

Non sono mai state condivise così tante notizie sui social, eppure solo una parte degli utenti di questi ultimi visita i siti dei quotidiani

Se riferito alla mia esperienza personale, il dato sembra difficilmente motivabile alla luce di una disponibilità di notizie che non ha fatto altro che crescere nel corso degli ultimi anni: non esistono più, ormai, quotidiani che non dispongano di una consolidata presenza social, con community nell’ordine di decine di migliaia – quando non milioni – di follower costantemente impegnati a condividere, dibattere, talvolta anche aggredirsi verbalmente a ogni nuovo articolo condiviso sulle pagine Facebook o Instagram dei giornali più conosciuti. Eppure, coloro che leggono integralmente gli articoli anziché limitarsi ad aggiungere una “reazione” o commentarli dopo aver letto solo il titolo e il testo introduttivo non sono mai stati così pochi, e non sembrano emergere al momento canali alternativi in grado di compensare questa drammatica erosione di pubblico.

I motivi di questa diminuzione costante dei lettori di notizie dai social vanno ricercati altrove, ad esempio nella scelta di tutte le piattaforme di questo tipo di penalizzare la visibilità dei contenuti che contengono link a siti esterni in luogo di quelli “nativi” (come foto e video), di rinunciare a sviluppare dei “feed” dedicati unicamente alle notizie dopo alcuni esperimenti fugaci (come il feed di Facebook News o il feed “parallelo” di Twitter che per alcuni mesi ha raccolto solo notizie da fonti selezionate durante la pandemia), di ridurre la visibilità gratuita dei contenuti condivisi sulle pagine con più seguito per incentivare la promozione a pagamento degli stessi, fino all’infelice scelta di social come X di rimuovere i titoli dall’anteprima degli articoli, che segue di un paio d’anni l’analoga scelta di Facebook di rimuovere le immagini di anteprima dai siti di notizie europei in seguito dell’entrata in vigore della direttiva sul diritto d’autore 790/2019.

Non è tutta colpa dei social media: il paywall e l’urgenza di condividere l’ultima news rendono difficile attrarre lettori

Sarebbe un errore, tuttavia, credere che il divario crescente tra media “tradizionali” e social media sia una conseguenza dei soli, imperfetti modelli di business e di diffusione adottati da questi ultimi. Non va dimenticato, infatti, come negli ultimi anni un numero crescente di quotidiani abbia limitato l’accesso ai propri articoli online ai soli utenti abbonati, rendendo quindi molto frustrante l’esperienza di chi scopre un articolo interessante sui social e si trova improvvisamente di fronte a un “paywall” che impone di sostenere una spesa sproporzionata per leggere un solo articolo, a prima vista gratuito. Non aiuta neppure la strategia, perseguita dalla maggioranza dei social media manager dei quotidiani, di condividere sulle pagine social dei giornali le nuove notizie senza soluzione di continuità, man mano che queste vengono pubblicate sul sito, generando non poca confusione in coloro che si trovano ad avere a che fare con un flusso di aggiornamenti privo di qualsiasi ordine logico interno. Condividere sulla stessa pagina Facebook una notizia di cronaca nera, un editoriale sul PNRR, due notizie sportive e un video proveniente da una zona di conflitto ricorda più il modo di procedere di un’agenzia come l’Ansa che non quella di un quotidiano, guidato da una visione gerarchica dell’importanza delle informazioni che i social tendono a mettere sempre più in discussione ma che potrebbe risultare ancora utile ai più.

Mancano, infine, nelle analisi che descrivono con toni cupi e pessimistici il difficile rapporto tra social media e giornali, degli approfondimenti dettagliati su quali siano i contenuti che hanno subito la maggiore perdita di traffico in questi ultimi, fatidici tre anni. Non è chiaro se il calo sia stato trasversale, per tutte le tipologie di contenuti di informazione, oppure se si sia trattato del venir meno di determinati ambiti di approfondimento (come le notizie relative al Covid) che hanno determinato un calo drastico del traffico in numeri assoluti, ma in misura minore rispetto ad altri argomenti altrettanto rilevanti per la società nel suo insieme o i singoli lettori. Ancora una volta, paradossalmente proprio in quest’ambito, la chiave di lettura basata sulla quantità oscura completamente la qualità dei fatti, generando allarmi e suscitando timori che potrebbero essere sovrastimati per una larga parte del mondo dell’informazione.

Resta, in tutto questo, la consapevolezza che solo una parte dell’enorme lavoro di condivisione di notizie sui social porta oggi a un numero altrettanto significativo di contenuti letti, compresi, assimilati e, in definitiva, a una maggiore conoscenza e consapevolezza collettiva della realtà quotidiana. Così come accade per i libri, il cui numero non smette di aumentare anno dopo anno malgrado la percentuale dei lettori sul totale della popolazione rimanga sostanzialmente stabile, così il “mercato” delle notizie online si trova oggi in una condizione di eccesso di offerta rispetto a una domanda allo stato per lo più potenziale, malgrado il numero di utenti sui social non sia mai stato così alto. Pur nella loro imperfezione, i dati non mentono e quello a cui stiamo assistendo è probabilmente solo l’inizio della fine di un’era in cui l’incontro tra contenuti di informazione e lettori veniva lasciato al caso, o alle scelte tecniche compiute dagli intermediari, o alla fiducia in un futuro di crescita illimitata e spontanea. Per i social media manager dei quotidiani, al contrario, la vera sfida potrebbe cominciare proprio ora che la loro professione sembra essere molto più a rischio che in passato e la loro funzione essere messa in dubbio da dati non confortanti.

La sfida è trasformare le pagine social dei quotidiani in qualcosa di radicalmente diverso rispetto all’ecosistema digitale in cui sono immersi

Da dove cominciare? In attesa che accordi ad alto livello possano portare i proprietari dei social media a cambiare decisamente approccio nei confronti di notizie di interesse collettivo, in attesa che regolamenti come il Digital Services Act tutelino in misura maggiore gli account social dei giornali riconosciuti rispetto alle ambigue decisioni di moderazione delle piattaforme, i social media manager di un grande o di un piccolo sito di notizie potrebbero cogliere l’occasione di un ennesimo calo del traffico per adottare una strategia diversa rispetto a quella perseguita fin qui. Ad esempio selezionando con maggiore rigore e restrittività le notizie da condividere sui social, passando dal condividere tutto quello che viene pubblicato e in tempo reale al condividere solo contenuti di sintesi e con tempi volutamente più dilatati per minimizzare il rischio di errori, definendo e facendo rispettare regole più stringenti di moderazione dei commenti per impedire che le discussioni tra utenti possano degenerare, e infine trasformando gli account social in un punto di contatto multidirezionale tra i giornalisti e i lettori anziché in un canale unidirezionale di pompaggio massivo del traffico online.

Per incrementare quest’ultimo, infatti, serve a poco rincorrere i social sul loro stesso terreno: semmai, per incentivare i lettori a dedicare il giusto tempo alla lettura di notizie che non avrebbero cercato da soli (a differenza di quanto avviene sui motori di ricerca, altro importante canale di traffico per ogni editore) bisognerebbe costruire, all’interno dei social stessi, un modello di condivisione e fruizione dei contenuti che sia l’esatto opposto rispetto al modello di consumo accelerato, compulsivo, irrazionale verso cui tendono solitamente le piattaforme digitali. Un luogo, in conclusione, di aggregazione e conoscenza, in netta contrapposizione rispetto ad altre sotto comunità che non hanno né la stessa missione storica, né ambiscono a distinguersi dal vociare sullo sfondo.

jacopo franchi

Autore

Jacopo Franchi

Mi chiamo Jacopo Franchi, sono nato nel 1987, vivo a Milano, lavoro come social media manager, sono autore del sito che state visitando in questo momento e di due saggi sull’impatto del digitale nelle relazioni tra persone (“Solitudini connesse. Sprofondare nei social media“) e nelle nuove forme di lavoro e di accesso alla conoscenza (“Gli obsoleti. Il lavoro impossibile dei moderatori di contenuti“).

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