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Il giorno in cui la Francia ordinò a Google di far sparire Wish

In seguito a un’inchiesta sulla presenza ricorrente di prodotti pericolosi le autorità francesi hanno ordinato a Google e ai principali app store di nascondere la piattaforma di e-commerce Wish, sfruttando l’occasione per una nuova dimostrazione di forza nei confronti delle aziende tecnologiche che controllano i flussi di informazione online.

Ci sono lampadine, caricabatterie, prese di corrente che possono provocare uno choc elettrico, giocattoli che possono provocare soffocamento ed esposizione a prodotti chimici nocivi per la salute dei bambini, collane e braccialetti contenenti cadmio e piombo: questi sono alcuni degli oltre 140 prodotti che un’inchiesta della Direction Générale de la Concurrence, de la Consommation et de la Répression des Fraudes (DGCCRF) ha acquistato e analizzato sulla piattaforma di e-commerce Wish, e che non sarebbero stati né rimossi né segnalati a dovere dall’azienda ai propri utenti neppure dopo la scoperta dei rischi per la salute, come si legge nel comunicato stampa pubblicato sul sito del Ministero dell’Economia francese.

Un esempio di giocattoli pericolosi per bambini venduti su Wish (l’elenco completo sul sito del Ministero francese)

Un nuovo colpo alla finzione della “neutralità” delle piattaforme di e-commerce come Wish

Una negligenza, tuttavia, costata molto cara ai responsabili: per la prima volta in Europa le autorità francesi hanno ordinato a Google e agli altri motori di ricerca, oltre agli app store, di rendere Wish introvabile, fino a quando i gestori dell’e-commerce non avranno messo in atto misure preventive e di sicurezza efficaci. Un nuovo colpo, quindi, alla finzione comunicativa delle piattaforme di e-commerce quali intermediari privi di responsabilità nei confronti delle merci che vengono acquistate tramite i loro servizi: Wish non è stata infatti accusata di vendere prodotti rischiosi, cosa che non potrebbe fare dal momento che non dispone di magazzini o prodotti “propri”, bensì di non vigilare che i prodotti rimossi vengano resi di nuovo disponibili sotto un nome diverso, di non tenere alcun registro unico dei prodotti censurati dallo store, e infine di non avvisare correttamente gli acquirenti dei rischi associati ai prodotti acquistati prima della loro temporanea rimozione.

Wish non offre alcuna garanzia di sicurezza, nemmeno nelle risposte alle FAQ del proprio sito web

La notizia della pericolosità dei prodotti in vendita su Wish (il 45% dei giocattoli, il 90% dei prodotti elettronici e il 62% di bigiotteria secondo l’inchiesta della DGCCRF) non è poi una gran novità, a pensarci bene. È infatti la stessa azienda a non fornire alcuna garanzia di sicurezza quando alla domanda “comprare su Wish è sicuro?” risponde sul proprio sito web in maniera del tutto evasiva: “Wish è una piattaforma di ecommerce che connette milioni di utenti e commercianti. Abbiamo tutto ciò che ti serve, siamo una delle app di shopping in più rapida crescita”. Fondata negli USA nel 2010, quotata a Wall Street nel 2020, Wish è inoltre nel mirino delle autorità di tutela dei consumatori di tutto il mondo dopo essere stata già accusata solo pochi mesi fa di esporre prezzi non trasparenti e di mostrare come disponibili dei prodotti in realtà non più presenti sullo store, come riportato tra gli altri da Le Monde.

La strana concezione della “sicurezza” secondo Wish (fonte: sito web dell’azienda, screenshot del 4/12/2021)

La decisione di deindicizzare Wish non limita, tuttavia, in alcun modo l’operatività della piattaforma

Di fronte ad accuse così gravi, resta tuttavia il forte dubbio che la scelta del governo francese di punire Wish tramite deindicizzazione dai motori di ricerca – una punizione “progressiva”, come dichiarato dalle stesse autorità – abbia in realtà un bersaglio diverso rispetto a quello apertamente dichiarato: dopotutto, perché non bloccare subito l’accesso alla piattaforma? Perché non limitarne, seppur per un tempo limitato, l’operatività sul suolo francese, nel momento in cui le stesse autorità dichiarano nel proprio comunicato stampa che “i venditori di prodotti online devono avere le stesse responsabilità dei venditori di prodotti in un punto vendita fisico“? Deindicizzare Wish non significa chiuderne il “negozio”, ma semplicemente limitare il numero di canali online – come i motori di ricerca – che possono portare le persone ad acquistare un prodotto nocivo per la propria salute e quella dei propri cari.

Punire Wish per intaccare il monopolio di Google sul controllo dei flussi di informazione online

Dopo aver inflitto a Google una multa di 500 milioni di euro per non aver offerto agli editori dei giornali francesi un trattamento equo nella diffusione dei propri contenuti sul servizio di News, le autorità di Parigi sembrano voler approfittare del “casus belli” di Wish per un’ulteriore dimostrazione di forza nei confronti di un motore di ricerca che ha raggiunto da tempo una posizione di monopolio nell’organizzazione dei flussi di informazione online. Nella percezione comune con cui questa vicenda sarà ricordata, a prescindere da come finirà la sentenza nel tribunale cui Wish ha fatto ricorso, la Francia diventerà il primo Paese europeo ad aver ordinato a Google di modificare radicalmente le proprie pagine di risultati di ricerca in modo da non mostrare più uno dei siti più popolari tra i consumatori: una richiesta impensabile fino a pochi anni fa, che dimostra quanto il controllo delle modalità con cui l’informazione e i servizi online vengono fruiti è una partita tuttora apertissima tra società private come Google, Facebook e i governi di tutto il mondo.

Google, un’immagine sempre più appannata a causa delle continue pressioni dei governi di tutto il mondo
(foto di Mitchell Luo/Unsplash)

Un ulteriore passo avanti verso la responsabilizzazione di motori di ricerca e social media?

Se Wish è stata infatti finora solamente accusata di non impedire sul proprio sito la visualizzazione di prodotti rivelatisi pericolosi per la sicurezza dei propri utenti, Google è stata costretta a impedire la visualizzazione dello stesso sito sulle proprie pagine di risultati di ricerca: non siamo troppo lontani dal giorno in cui social media e i motori di ricerca potrebbero essere costretti a controllare ogni sito web o contenuto suggerito agli utenti dai propri algoritmi, e a essere ritenuti legalmente responsabili per aver continuato a farlo anche in presenza di violazioni ripetute e verificate. Se negli Stati Uniti il dibattito sulla famosa “Section 230” che rende le piattaforme digitali immuni a questo tipo di regolamentazione prosegue senza che siano tuttora prevedibili i possibili esiti, in Europa il governo francese ha mosso un passo decisivo verso la responsabilizzazione delle piattaforme stesse circa i contenuti – siano essi prodotti o articoli di informazione – veicolati tramite i loro flussi di informazione: “punirne uno per educare gli altri cento“, mi verrebbe da scrivere a conclusione di questa storia, se non fosse che nutro seri dubbi sia sul metodo sia sull’obiettivo finale da raggiungere.

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