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Dalla disconnessione per legge alla disconnessione “by design”

Mentre l’ennesima giornata annuale della disconnessione trascorre nell’indifferenza generale, crescono ovunque le richieste di porre un limite legislativo al tempo di lavoro online. Ignorando, tuttavia, quegli aspetti della tecnologia che più di altri costringono lavoratori (e studenti) in uno stato di connessione perpetua e involontaria.

Si rinnova ogni anno, a partire dal 2009, ma mai come nel 2021 l’invito a una “giornata di disconnessione” totale da pc e smartphone sembra essere destinato a cadere nel vuoto. “Un’occasione, per provare sulla nostra pelle, quanto siamo attaccati allo smartphone e al pc”: la descrivono così gli organizzatori italiani in una intervista apparsa su Repubblica, come se un anno di didattica a distanza, di smart working o di pura e semplice disoccupazione trascorsa in casa a inviare curriculum nel vuoto non fossero sufficienti a rendere evidente la quantità enorme di tempo che le persone oggi trascorrono collegate con il proprio corpo a una macchina “connessa”. Come se smartphone e pc disponessero di una irresistibile forza di gravità propria, indipendente dalle piattaforme digitali a cui permettono l’accesso e che sono progettate per stimolare l’attenzione e la produttività degli utenti ben oltre il tempo minimo che questi ultimi vorrebbero effettivamente trascorrere online.

La risoluzione del Parlamento UE sul diritto alla disconnessione dei lavoratori non avrà alcun effetto prima dei prossimi tre anni

Per questi e altri motivi sembrano crescere in tutta Europa le pressioni sui governi nazionali e le istituzioni comunitarie nella definizione di una normativa volta a definire e tutelare i tempi di disconnessione dal lavoro (non ancora dalla “dad”): se la Francia è stata uno dei primi Paesi nel continente a dotarsi di una normativa apposita (ma solo per le aziende con più di 50 dipendenti), seguita da altri Paesi come l’Italia (che tuttavia non prevede alcuna sanzione per chi viola il diritto alla disconnessione dei dipendenti), a febbraio di quest’anno il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che dovrebbe introdurre il “diritto a disconnettersi” una volta terminato l’orario di ufficio. Niente più mail del capo fuori orario quindi, niente più messaggi in chat di quest’ultimo alle dieci di sera che convocano una riunione per le otto del mattino… o almeno così dovrebbe essere in futuro.

La risoluzione, approvata dal Parlamento a larghissima maggioranza, comincia infatti il suo lungo iter di elaborazione e approvazione legislativa nel peggior modo possibile: proprio quando il ricorso al lavoro da remoto e all’utilizzo di strumenti digitali nelle aziende sembra aver raggiunto il suo massimo storico, nel pieno della pandemia, un emendamento della stessa risoluzione impone un’attesa di tre anni prima dell’entrata in vigore di qualsiasi limitazione ai tempi di connessione del lavoratore. Se a costringere i promotori della risoluzione a introdurre l’emendamento-beffa sono stati i lobbisti di Business Europe, nondimeno l’iniziativa del Parlamento europeo appare per lo più come una riproposizione della già modesta legge francese: vale a dire una normativa limitata a un numero ristretto di dipendenti di medie e grandi aziende, senza alcun vincolo per quelle tecnologie responsabili di uno stato di connessione permanente e con effetti indesiderati sul benessere dei lavoratori stessi.

Il limite di una iniziativa legislativa che si concentra solo sul normare il tempo di connessione, senza affrontare gli aspetti tecnologici del problema

Il limite di tutte queste iniziative legislative, infatti, sembra essere proprio il focus esclusivo sulla dimensione puramente gerarchica e temporale, ignorando del tutto gli aspetti tecnologici e strutturali del problema della connessione permanente: nella narrazione trionfalistica dei partiti e delle associazioni che chiedono regole più stringenti per quanto riguarda il tempo di connessione dei lavoratori dipendenti, manca più o meno volutamente ogni riflessione relativa a quelle stesse tecnologie che hanno aumentato a dismisura i tempi dedicati al lavoro e alla produttività in generale. Nessuna parola viene spesa nel tentativo di normare strumenti di lavoro e di vita come i social media, le app di messaggistica istantanea, gli strumenti di posta elettronica, trasformatisi nel giro di pochi anni da avveniristici canali di svago e socialità a piattaforme universali dove è sempre più difficile distinguere tra vita privata e lavorativa, tempo di socializzazione e tempo di networking a fini produttivi e di business.

La dimensione performativa, dopotutto, è implicita nel modo in cui sono progettate le piattaforme digitali: dall’indicatore del numero di follower acquisiti, di amicizie connesse, di “mi piace” accumulati, di segnalazioni ricevute, di libri letti, di recensioni scritte, di luoghi visitati, di visualizzazioni ottenute, di numero di chat non lette o di ore passate dall’ultima connessione, non esiste oggi una piattaforma digitale dove la presenza (o l’assenza) di dati non stimoli l’utente a una costante e crescente attività online. Se ancora non siamo del tutto consapevoli di quanto il “data nudge” delle piattaforme digitali contribuisca a sviluppare varie forme di dipendenza da queste ultime, non siamo meglio informati su quanto gli automatismi innescati dall’accumularsi di messaggi, notifiche, feedback automatici portino oggi le persone a non “disconnettersi” mai del tutto dal proprio ruolo pubblico di lavoratori o studenti, accedendo più e più volte durante il tempo libero a quelle piattaforme dove vita personale e vita professionale si confondono tra loro “di default”, in virtù di una ben precisa scelta di progettazione.

Nel mondo del lavoro “smart” non basta impedire al capo di inviare una mail dopo le 20:00, se il fornitore preferisce lavorare alla sera anziché di mattina

Quante volte controlleremmo i nostri profili social se ci fosse data la possibilità di disattivare “di default” il nostro profilo negli orari in cui non siamo connessi? Quante volte controlleremmo le chat se ci fosse data la possibilità di annullare “di default” ogni notifica di gruppo o individuale, ad esclusione di quelle due o tre davvero “importanti”? Quante volte sentiremmo il bisogno di “scrollare” il nostro feed di LinkedIn, o di Facebook, o di Twitter, se ci fosse data la possibilità di disattivare “di default” la possibilità che l’algoritmo ci proponga contenuti, notizie e post riguardanti in qualche modo il lavoro? Il design performativo delle piattaforme, costruito per aumentare a dismisura il tempo di connessione e i dati estratti dagli utenti, si somma alle esigenze performative e alle nuove modalità di organizzazione asincrona e da remoto del mondo del lavoro odierno, costringendo l’utente a rimanere entro una costante soglia di attenzione rivolta a tutti quegli stimoli diretti o indiretti che possono arrivare da amici, concorrenti, colleghi, superiori, clienti, fornitori prima del prossimo sorgere del Sole.

È possibile vietare per legge ai colleghi di lavoro di inviare un messaggio nella chat di gruppo dopo le 20:00, ai superiori di condividere una notizia importante sui propri profili social dopo le 21:00, ai clienti di lasciare una recensione negativa sulla pagina Facebook aziendale dopo le 22:00, ai fornitori di caricare in cloud i documenti per la fatturazione dopo le 23:00 inviando in automatico una notifica di allerta, ai collaboratori freelance di concludere e inviare via mail un progetto dopo la mezzanotte? No, ma è possibile provare a definire delle regole comuni che impediscano alle piattaforme digitali di servirsi “di default” di ben noti automatismi per costringere gli utenti a uno stato di attenzione e connessione costante: in un mondo del lavoro improvvisamente convertitosi allo smart working, che elimina ogni limite statico tra orari di lavoro e orari di riposo, impedire “al capo” di inviare una mail dopo le 20:00 potrebbe non essere sufficiente per difendersi dalle mail, dai post, dalle recensioni, dalle notifiche involontarie inviate da colleghi, clienti, fornitori, assistenti che hanno scelto di mettersi al lavoro di sera anziché di mattina… Con buona pace di chi crede che sia sufficiente spegnere lo smartphone per “disconnettersi” davvero.

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