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Dai middleware alla nascita di un “mercato” degli algoritmi

Che cos’hanno in comune Jack Dorsey, CEO di Twitter, e il gruppo di lavoro sulla democrazia in Rete della Stanford University? La proposta di dare agli utenti la possibilità di scegliere gli algoritmi di selezione dei contenuti.

Io penso che sia importante dare agli utenti la possibilità di avere un maggiore controllo su come gli algoritmi possono modificare la loro percezione della realtà. La possibilità di disattivare gli algoritmi, o di scegliere tra servizi creati da sviluppatori di terze parti, in una specie di ‘mercato degli algoritmi, potrebbe essere una prospettiva interessante”. A pronunciare queste parole non è stato un giornalista, un ricercatore, un difensore dei diritti civili, bensì il CEO di Twitter Jack Dorsey in occasione della sua ultima audizione al Senato degli Stati Uniti in compagnia del “collega” ed eterno rivale Mark Zuckerberg, CEO di Facebook.

I middleware come strumento di resistenza al monopolio informativo delle piattaforme digitali

Più o meno casualmente, la proposta di Jack Dorsey di creare un mercato parallelo degli algoritmi è stata rilanciata da un articolo pubblicato su Foreign Affairs a cura del gruppo di lavoro dello Stanford University’s Program on Democracy and the Internet, composto da Francis Fukuyama, Barak Richman e Ashish Goel. Nell’articolo, i tre promuovono la diffusione di software di intermediazione (“middleware”) tra piattaforme digitali e utilizzatori, con l’obiettivo di dare agli utenti la possibilità di personalizzare i propri flussi di contenuti in maniera diversa rispetto a quanto previsto dagli algoritmi offerti gratuitamente dalle piattaforme stesse.

L’audizione di Mark Zuckerberg e Jack Dorsey di fronte ai senatori statunitensi

Gli autori della proposta sostengono infatti che un mercato di “middleware” – destinati prevalentemente a un uso editoriale – potrebbe avere come conseguenza quella di “soddisfare le differenti esigenze dei singoli utilizzatori, e al tempo stesso aumentare la resilienza [della democrazia, N.d.T.] di fronte alle decisioni unilaterali delle grandi piattaforme”. In questo senso, i fornitori di middleware potrebbero essere sia aziende private, sia istituzioni pubbliche come una scuola di giornalismo, la quale potrebbe “realizzare un middleware che favorisca la visibilità di inchieste approfondite ed elimini le notizie non verificate”, oppure un consiglio scolastico provinciale che potrebbe “realizzare un middleware progettato per dare la priorità ai contenuti di interesse locale”.

L’obiettivo non è più smembrare Facebook da Instagram, ma limitare la portata degli algoritmi

La proposta del gruppo di lavoro della Stanford University merita di essere presa in considerazione non tanto per il richiamo (voluto o meno) alla dichiarazione del CEO di Twitter, quanto perché essa offre un’alternativa concreta rispetto al più improbabile smembramento delle grandi piattaforme digitali: questo, infatti, è l’obiettivo del processo avviato negli ultimi giorni dalla Federal Trade Commission e da 48 Stati americani nei confronti di Facebook, accusato di pratiche anticoncorrenziali volte alla creazione di un monopolio nel settore dei social media. Lo smembramento di Instagram da Facebook, secondo l’accusa, dovrebbe servire a ricreare artificialmente un mercato concorrenziale nel settore dei media online.

La nascita di un mercato di fornitori di servizi di intermediazione avrebbe come scopo, al contrario, non tanto quello di riportare i social media a un presunto “equilibrio” di mercato originario, quanto di ridurre significativamente la loro capacità di condizionare il dibattito e l’opinione pubblica attraverso interventi unilaterali sui propri algoritmi di selezione editoriale. Aziende private, istituzioni, organismi no-profit potrebbero quindi – nella visione di Fukuyama, Richman, Goel e in misura diversa di Dorsey – fornire agli utenti un’alternativa agli algoritmi “universali” delle grandi piattaforme: favorendo le notizie locali, o provenienti da fonti autorevoli, o più semplicemente i contenuti di maggiore interesse personale.

I limiti “umani” degli algoritmi di Facebook e Google sono gli stessi di un potenziale concorrente

La proposta di Fukuyama e colleghi, tuttavia, ha il difetto di basarsi sul presupposto che gli algoritmi da soli siano in grado di selezionare il miglior contenuto possibile per gli utenti che ne fanno uso. Non riescono a farlo gli algoritmi di Facebook e Twitter, né tantomeno quelli di Google e Bing: tutte le grandi aziende tecnologiche si servono oggi di migliaia di moderatori di contenuti e quality rater che, in misura più o meno diretta, a loro volta selezionano e rimuovono i contenuti resi popolari dagli algoritmi che non possono distinguere con certezza una notizia falsa da una vera, un contenuto d’odio da una satira, un utente malintenzionato da uno in buona fede. Limitare il potere delle piattaforme significa infatti limitare il loro potere di selezione editoriale: sia per quel che riguarda la selezione automatica delle fonti, sia soprattutto per quel che riguarda la selezione manuale dei contenuti.

La nascita di un “mercato degli algoritmi” si scontra, pertanto, con le difficoltà logistiche, legali e morali che hanno portato al fallimento dei tanti concorrenti di Facebook e Google degli ultimi anni: quelli che hanno investito tutte le loro risorse in una tecnologia forse più evoluta rispetto a quella dei monopolisti, salvo trascurare l’importanza della manodopera umana nel rimediare agli inevitabili limiti e manipolazioni cui qualsiasi intelligenza più o meno artificiale è soggetta da sempre, da parte dei suoi autori e utilizzatori. Non sorprende, quindi, che sia stato Jack Dorsey e non Mark Zuckerberg a rinunciare per primo al monopolio sugli algoritmi, se si pensa che il servizio di moderazione di Twitter non è mai riuscito a raggiungere la stessa capacità produttiva di quello di Facebook.

Dal mercato degli algoritmi al mercato dei servizi di supporto per l’utilizzo degli strumenti digitali

Eppure, l’idea di favorire la nascita di una serie di servizi che consentano agli utenti di essere tutelati dallo strapotere delle grandi piattaforme, di natura privata o statale, non va rigettata del tutto: se questi servizi non possono ragionevolmente coltivare l’ambizione di sostituirsi integralmente a Facebook e Google, nondimeno essi possono presidiare ambiti di intervento su cui le grandi piattaforme oggi non investono o su cui non dovrebbero essere autorizzate a investire. Penso a servizi di tutela legale contro l’odio e la violenza digitale, a servizi di fact-checking e moderazione di contenuti, e perché no anche a servizi di supporto delle persone più anziane e più fragili nell’apprendimento e utilizzo quotidiano degli strumenti digitali universali.

Un tale “mercato di intermediari”, il cui costo di utilizzo potrebbe essere in parte sostenuto dalle stesse piattaforme tramite la “web tax”, avrebbe come scopo quello di accompagnare le persone e le comunità nelle loro molteplici esperienze di navigazione online: per essere aiutati a contestualizzare le notizie, per capire come difendersi dalle manipolazioni altrui, e non da ultimo per compiere una scelta consapevole tra le piattaforme sulla base di valutazioni espresse da ricercatori neutrali e dotati del potere di analizzare sia gli algoritmi, sia i dati generati dall’attività dei moderatori di contenuti. Un tempo avremmo chiamato riduttivamente questi servizi con il nome di giornalismo: oggi che il monopolio dei colossi digitali si basa su una inedita alleanza di uomini e macchine, i giornalisti da soli potrebbero tuttavia non essere più sufficienti allo scopo.

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