Un’ampia sintesi dell’ultima ricerca di Filippo Barbera e Tania Parisi dell’università di Torino, “Innovatori sociali: la sindrome di Prometeo nell’Italia che cambia”.

Mancanza di capitali di rischio, scarsa influenza geopolitica, pochi laureati in materie tecniche, debolezze infrastrutturali, scarsa cultura imprenditoriale, poca o nessuna attrattività per l’immigrazione qualificata, burocrazia, emarginazione linguistica e territoriale: se si volesse scrivere un libro sui motivi per cui l’Italia è rimasta indietro nella grande corsa globale dell’innovazione tecnologica ognuna di queste mancanze potrebbe essere fonte di ispirazione per più di un capitolo. Mancanze, tuttavia, che potrebbero costituire un punto di partenza (quando non di forza) nel caso dell’innovazione sociale.

 

L’Italia come laboratorio dell’innovazione sociale nel mondo

Se è vero che l’Italia è un Paese ormai votato al progressivo spopolamento, all’invecchiamento, all’indebitamento pubblico e a un ruolo marginale nel panorama tecnologico internazionale a causa di un ecosistema asfittico di capitali, risorse, cultura del rischio, è anche vero che questo stesso scenario di partenza potrebbe costituire una sfida e uno stimolo per far sì che il nostro Paese possa diventare – in prospettiva – uno dei primi “laboratori” e centri di innovazione sociale nel mondo.

È in questo Paese, infatti, dove i problemi strutturali delle società moderne si manifestano in modo più evidente e drammatico (si pensi all’invecchiamento della popolazione, o alla piaga dello spopolamento delle aree montane) che il bisogno urgente di soluzioni di mercato o ibride, sostenibili, inclusive e di lungo respiro potrebbe dare luogo alla nascita di nuove imprese a vocazione sociale, replicabili anche altrove.

Imprese sociali nate dall’urgenza, perfezionate grazie alla possibilità di mettere fin da subito subito alla prova il proprio prodotto o servizio in un territorio vicino e definito, consolidate dalla necessità di individuare un modello di business sostenibile e duraturo nel tempo, grazie al coinvolgimento di una molteplicità di attori (investitori, clienti, istituzioni) al posto di un unico canale di finanziamento: anziché confrontarci con gli Stati Uniti o la Cina dal punto di vista dell’accelerazione tecnologica, forse potremmo iniziare a misurarci con gli altri Paesi dal punto di vista delle soluzioni a quei problemi sociali che tutte le società moderne, prima o poi, devono affrontare.

 

Innovatori sociali in Italia: il libro

A darci una prima, lucida disamina di questo scenario in evoluzione, e delle sue prospettive, è il bel libro di Filippo Barbera e Tania Parisi, rispettivamente professore associato di Sociologia economica e borsista di ricerca del dipartimento CPS dell’Università di Torino, “Innovatori sociali. La sindrome di Prometeo nell’Italia che cambia” (Il Mulino 2019).

Un libro, quello di Barbera, che ha il merito di non limitarsi a compiere una generica sintesi dello stato dell’arte degli studi in materia, ma di provare a restituirci una visione quanto più possibile dettagliata dei percorsi e delle motivazioni intrinseche di uomini e donne che provano a risolvere i grandi problemi del nostro tempo in un’ottica non esclusivamente assistenzialistica o “tecnocratica”. A partire, guarda caso, proprio dall’Italia, dove l’imprenditoria puramente tecnologica stenta invece a decollare.

 

Chi sono gli innovatori sociali in Italia

Hanno tra i 35 e i 40 anni, un alto livello di istruzione, un forte attaccamento al territorio di origine o di elezione, e sono attivi prevalentemente in città medio-grandi (superiori ai 500 mila abitanti) anche se non mancano coloro che decidono di risalire la corrente e fare impresa nelle aree interne o a rischio spopolamento.

Appartengono a quella generazione di giovani, istruiti e formatisi attraverso esperienze miste tra profit e non-profit, che hanno fatto proprie parole d’ordine come “economia collaborativa”, “cittadinanza attiva”, “riutilizzo dei beni comuni”, “sostenibilità”, e che più di altri hanno dovuto fare i conti con i postumi della crisi del 2008. Quattro su dieci sono donne, e quattro su dieci hanno dato vita a imprese di innovazione sociale rigorosamente “for-profit”.

Gli innovatori sociali, infatti si distinguono da altri imprenditori tradizionali non tanto per la scelta tra “mercato” o “assistenzialismo”, tra “profit” e “non-profit”, quanto per il fatto di rivolgersi a segmenti svantaggiati della popolazione, al fine di creare nuove soluzioni che vadano a rispondere ai bisogni di una domanda altrimenti sommersa o ignorata dalle imprese tradizionali, con effetti positivi sia per i propri “clienti” o beneficiari, sia per l’intera collettività. Più che innovare i mezzi, gli innovatori sociali sono coloro che oggi contribuiscono innanzitutto a ridefinire le mete da raggiungere.

 

Un nuovo radicamento dell’economia nella società

Ma quanti sono, alla fine? Pochi: qualche centinaio se si fa fede al registro delle startup innovative, non più di un migliaio secondo l’ultima rilevazione Ashoka. È tuttavia interessante notare, come fa Barbera, “come la rapidità con cui le loro idee guida si siano affermate negli anni più recenti nelle agende di policy, nel lessico delle agenzia di consulenza, suggerisca la loro portata abbia implicazioni che eccedono ampiamente le pratiche di sparuti gruppi di sperimentatori e follower”. Questo perché il mondo dell’innovazione sociale, sempre secondo Barberi, è l’espressione più evidente del bisogno di un nuovo radicamento dell’economia nella società: quale luogo migliore, se non l’Italia, per farlo?