Intervista a Davide Sisto, autore del fortunatissimo “La morte si fa social” (Bollati Boringhieri 2018), di prossima traduzione per MIT Press, oggi tra i massimi esperti di “digital death” nel nostro Paese.


Assegnista di ricerca in Filosofia Teoretica all’Università di Torino, professore del master «Death Studies & the End of Life» dell’Università di Padova, Davide Sisto è diventato uno dei più celebri e affermati tanatologi italiani in seguito alla pubblicazione de “La morte si fa social” (Bollati Boringhieri 2018): un saggio sulla relazione tra la morte e le nuove tecnologie, ma sarebbe più corretto dire un racconto in presa diretta dall’ultima frontiera della ricerca accademica.

davide sisto
Dopo un anno vissuto intensamente, con oltre quaranta presentazioni del libro in tutta Italia e l’ormai prossima traduzione dello stesso per i tipi di MIT Press, Davide è impegnato oggi nella scrittura di un nuovo saggio dedicato al rapporto tra la memoria e gli strumenti digitali, ideale prosecuzione del percorso iniziato con “La morte si fa social”, ed è atteso a settembre tra i relatori del Festival della Filosofia di Modena. L’ho intervistato per capire in che modo i fenomeni digitali stanno cambiando l’approccio alla ricerca accademica, alle modalità di divulgazione e di rapporto con gli autori delle fonti.

 

 
Davide, come si diventa un tanatologo digitale?

Tutto è cominciato dalla mia insoddisfazione personale nei confronti del lavoro accademico tradizionale, quello che porta certi ricercatori a diventare interpreti passivi del pensiero altrui. Concluso il dottorato, mi sono lasciato alle spalle – seppur con rammarico – i miei studi su Schelling e il mondo dell’idealismo romantico tedesco per dedicarmi allo studio della percezione della morte nel mondo contemporaneo, ritrovandomi quindi inevitabilmente ad affrontare il tema del rapporto con le nuove tecnologie. “La morte si fa social”, il mio ultimo libro, è preceduto da tre anni di lezioni e convegni in tutta Italia, ospite di fondazioni, accademie, scuole e ospedali.

Quali sono i tuoi riferimenti accademici?

L’ambito della “Digital Death” è una novità di questi ultimi anni, pertanto le opere di riferimento sono ancora rare: “Your Digital Afterlife” di Evan Carrol e John Romano è stato uno dei primi libri ad affrontare l’argomento, nel 2011. Molto utile è il sito digitaldeath.eu che contiene numerose pubblicazioni sul tema. Ancora attuali risultano essere “Parlare al vento” di John Durham Peters, “Camera chiara” di Roland Barthes, “Antropologia delle immagini” di Hans Belting, per comprendere il rapporto tra la tecnologia in senso lato e il ricordo dei morti, e ovviamente “Lo scambio simbolico e la morte” di Jean Baudrillard. Per il mio prossimo libro, dedicato al rapporto tra la memoria e i dispositivi digitali, sono molto utili le riflessioni “hauntologiche” di Mark Fisher.

Perché sono ancora poche le ricerche nell’ambito della Digital Death?

Credo che il motivo sia prevalentemente di carattere generazionale: chi occupa posizioni di potere in ambito universitario appartiene oggi a una generazione che non considera il digitale come un aspetto del quotidiano, ma piuttosto come un divertissement; se nelle facoltà tecniche l’interesse nei confronti del digitale è maturato già da tempo, nei campi umanistici per lungo tempo le ricerche in ambito digitale sono state assimilate a quelle sulla cultura pop, sulle serie televisive… Oggi le cose stanno iniziando a cambiare e fa a volte sorridere vedere come la parola “digitale” sia inserita un po’ ovunque, spesso del tutto a caso e senza le competenze necessarie.

In cosa consiste il tuo metodo di ricerca?

Trattandosi di una disciplina nuova, anche il metodo di ricerca è relativamente nuovo: oltre alla lettura dei libri sull’argomento, che come abbiamo visto sono ancora merce rara, trascorro buona parte del tempo alla ricerca di singole storie apparse sui quotidiani nazionali e internazionali (il Guardian e il New York Times hanno da tempo una rubrica dedicata alla tanatologia – Death & Dying), riviste scientifiche, nuove app e social network. Per me è diventato ormai un riflesso automatico quello di consultare i profili Facebook delle persone di cui un giornale annuncia la scomparsa, perché spesso è nelle ore o nei giorni immediatamente successivi alla morte che si possono trovare contenuti e materiali utili alla ricerca. Sono le storie personali, concrete, che servono da cartina di tornasole per la teoria, così come la casistica può diventare uno spunto di partenza per nuove teorie legate al tema.

Che rapporto hai con le tue fonti?

È un rapporto complesso, perché le testimonianze che raccolgo possono venire dalle fonti più disparate: da un messaggio su Facebook, da un profilo social commemorativo, oppure al termine di una conferenza in giro per l’Italia. A Torino, all’Università, sono tantissimi gli studenti che mi avvicinano al termine delle lezioni per raccontarmi le loro personali esperienze. In linea generale, non riporto mai i nomi e cognomi di questi ultimi: nei ringraziamenti de “La morte si fa social” c’è, per esempio, il nome di una studentessa che mi ha aiutato a scoprire come Whatsapp venga spesso utilizzato come canale “di comunicazione” con il morto (da parte dei viventi) ma senza ulteriori riferimenti su di lei.

Hai avuto bisogno di apprendere determinate competenze tecniche per le tue ricerche?

L’errore più diffuso in chi si approccia a questi argomenti è quello di parlarne senza aver mai fatto esperienza degli strumenti, delle piattaforme digitali su cui prendono forma gli avvenimenti oggetto dell’indagine. Per me è stato fondamentale seguire sia dei corsi specializzati, sia leggere tanti manuali sui social network.

Hai mai fatto esperimenti dal vivo, ad esempio simulando la morte di un finto influencer?

No, e non penso che sia un metodo di lavoro accettabile. La morte è un tema di ricerca estremamente delicato, e ci sono dei confini oltre i quali ritengo sia importante non andare, anche se esperimenti di questo tipo potrebbero rivelarsi utili alla ricerca. Il mio lavoro come tanatologo deve prima di tutto essere qualcosa di utile per gli altri.

Quanto è importante per te l’aspetto divulgativo della ricerca?

Fondamentale, direi. Riportare il dibattito sulla morte all’interno della nostra società, anche in paesi o aree geografiche lontane dai centri di ricerca e accademici, è quasi una forma di missione per noi tanatologi: superare il tabù della morte significa anche mettere in discussione lo status quo. Inoltre, in questo modo posso raccogliere delle storie a cui non avrei altrimenti accesso. Ovviamente, ognuno di noi ha un limite oltre cui diventa difficile andare: a me è capitato la scorsa estate, quando per qualche mese ho sentito il bisogno di chiudere ogni contatto con l’esterno, a causa delle storie angoscianti che ogni giorno ricevevo sulla mia messaggistica privata o che leggevo su piattaforme come “MyDeathSpace”.

Quale rapporto hai con gli altri studiosi della materia?

Per ora, purtroppo, manca ancora una rete o dei momenti di aggregazione comune nel nostro Paese, anche se siamo pochissimi a occuparci dell’argomento e abbiamo un buon rapporto personale. Occorrerebbe cercare, con il tempo, di creare maggiori convergenze, di modo da rendere la tanatologia e la Death Education due percorsi di studio fondamentali anche in Italia.

Hai avuto occasione di lavorare con le piattaforme digitali, di accedere ai loro dati?

No, anche se non mi dispiacerebbe in futuro lavorare come consulente per queste ultime. Ovviamente, tutto dipende da che tipo di collaborazione si vuole instaurare.

Che percorso di studi è necessario, oggi, per fare il tuo lavoro?

Mi piacerebbe indirizzare i più giovani verso gli studi filosofici, ma la filosofia non è ancora pronta purtroppo a confrontarsi con le evoluzioni tecnologiche in atto. In Italia stanno nascendo i primi percorsi universitari dedicati alle Digital Humanities, ma al momento non sono ancora ben chiari gli obiettivi e la loro incidenza concreta all’interno della società. Piuttosto, consiglierei una formazione psicologica, antropologica, da operatore sanitario, per essere preparati a indagare sul rapporto tra la morte e le tecnologie digitali. Per chi ha la possibilità di studiare all’estero consiglio il Centre for Death & Society dell’Università di Bath e il Centre for Death and Life Studies dell’Università di Durham. Ovviamente, sarebbe utile un lungo viaggio di studio e di lavoro in Silicon Valley.