Le ultime elezioni europee non hanno visto alcuna significativa innovazione dal punto di vista di utilizzo degli strumenti digitali. Mancanza di talenti, di risorse, o di coraggio?

La democrazia diretta? Un’illusione tramontata presto. Le petizioni online? Un’arma spuntata. La disintermediazione tra leader e popolo? A senso unico. Le fake news? Un’emergenza solo quando vincono i “cattivi”. I social media? Un dibattito ridondante e autoreferenziale. Le “piattaforme” alternative? Date per morte ancora prima di nascere. Se le ultime elezioni europee sono apparse più una chiamata alle armi contro “l’onda sovranista” che non una scelta tra programmi e idee, uno dei motivi può essere ricercato nella quasi totale assenza di innovazioni in ambito politico dal punto di vista dello strumento più pervasivo in tutti i livelli della società contemporanea: il digitale.

Disintermediazione sì, ma a senso unico

I social media, in questo senso, sono sia l’espressione delle maggiori differenze rispetto all’era della politica analogica, sia espressione di quanto gli strumenti digitali siano lontani dalle esigenze di chi sceglie di impegnarsi politicamente. Partiti, leader, elettori devono infatti adattare le modalità e i contenuti del dibattito politico e istituzionale alle modalità e contenuti di campagne pubblicitarie e di comunicazioni di prodotti e servizi commerciali. Non sono previste funzionalità diverse, non si sfugge alla scelta obbligata tra “mi piace”, “commenta”, “condividi”, tra video in diretta o post con link, per manifestare il proprio pensiero. Si discute di Europa, di Italia, di economia, di ambiente con le stesse modalità con cui si discute di sushi, di calcio, di scarpe e di vacanze esotiche.

Se è vero che i social media hanno disintermediato la relazione tra leader ed elettori, a svantaggio di partiti, giornalisti, intermediari locali e figure specializzate, nondimeno questa disintermediazione appare sempre più a senso unico. I politici possono rivolgersi attraverso una pagina Facebook a ogni singolo elettore, che riceve i messaggi sullo schermo del proprio smartphone in una condizione quasi sempre di isolamento e di mancanza di qualsiasi filtro preventivo; dall’altro lato, tuttavia, i commenti e le risposte che gli elettori indirizzano ai politici ottengono raramente un riscontro, o anche solo una “conferma di ricezione”, da parte di questi ultimi. I politici si rivolgono al singolo, gli elettori sono al più considerati in termini di “big data” da analizzare per aggiustare progressivamente il tono della comunicazione senza cambiarne di una virgola i contenuti.

Il digitale come minaccia o come arma non convenzionale

Piattaforme in cui coinvolgere attivamente l’elettorato nell’elaborazione e discussione dei programmi e dei contenuti, e che siano alternative ai social media tradizionali, non se ne vedono al momento. L’idea potente della democrazia diretta appare oggi irrealizzabile, in parte per i tragicomici esperimenti del Movimento 5 Stelle, in parte per la dffusa consapevolezza che la partecipazione attraverso gli strumenti digitali sconta la mancanza di regole e procedure condivise da parte sia degli elettori sia di chi crea gli stessi strumenti di partecipazione e votazione.

Finita l’epoca d’oro delle petizioni online, dove al successo iniziale di numeri e coinvolgimento non è mai seguito una fase esecutiva concreta e misurabile, svanita nel nulla l’emergenza “fake news” ora che i sovranisti sembrano essere stati ridimensionati (perlomeno a livello europeo), fallimentari tutti i tentativi dei singoli partiti di creare piattaforme proprietarie attraverso cui coinvolgere i propri elettori e quelli altrui, sembra oggi profilarsi per il digitale un ruolo ambivalente all’interno dello scenario politico italiano e globale: minaccia di destabilizzazione di ciò che resta delle istituzioni secondo alcuni, arma non convenzionale di disintermediazione delle stesse istituzioni e dei corpi intermedi per altri, al di fuori di qualsiasi regola condivisa  (e ininfluente appare oggi la scelta di Facebook di rivelare una “stima” del ruolo delle inserzioni a pagamento delle pagine di partiti e personaggi pubblici).

Non mancano le tecnologie per partecipare, bensì quelle per ascoltare

Di certo, la politica sconta oggi l’assenza di risorse e di prestigio che potrebbe convincere alcuni talenti del digitale a dedicare una parte delle proprie energie nello sviluppo di soluzioni nuove per le necessità di democrazie avanzate. Sicuramente, manca perfino ai livelli più alti delle istituzioni e dei partiti una chiara consapevolezza di come gli strumenti esistenti potrebbero essere utilizzati per rimediare ad alcune storture dei media tradizionali (ad esempio, utilizzando Facebook per cercare il dibattito “dal vivo” sulle pagine pubbliche dei leader avversari).

Tuttavia, è evidente come il limite maggiore del digitale in politica sia lo stesso che ne ha determinato il successo iniziale, ma effimero: quella disintermediazione a senso unico, che fa sì che alle innumerevoli possibilità di partecipazione offerte dagli strumenti non corrisponda quasi mai un dovere di risposta da parte dei destinatari. Forse, più che moltiplicare le possibilità di “dire la propria”, come avviene per la qualità dei prodotti di un ristorante o dell’offerta di servizi di una beauty farm, bisognerebbe sviluppare soluzioni che innovino profondamente le modalità di ascolto e di sintesi di idee, proposte, iniziative. Cinque anni, in fondo, possono passare molto rapidamente.