Perché ogni volta che ci “disconnettiamo” da piattaforme come Youtube, Netflix, Facebook o Spotify ci sembra di risvegliarci da una sorta di ipnosi, e ricordiamo poco o nulla di quei contenuti d’intrattenimento che pur dovrebbero essere stati selezionati “su misura” per i nostri gusti?

Qual è l’ultima cosa al mondo che vorremmo mostrare a un amico, un partner, un collega di lavoro? La nostra homepage di Facebook e Youtube, ma anche di Spotify, Twitter o Netflix. Per i più giovani, può essere difficile condividere l’homepage di Tik Tok (ex Musical.ly), Instagram o Snapchat. Perché? Come mai non siamo ancora arrivati al punto, né probabilmente ci arriveremo mai, di proiettare questa parte al tempo stesso così privata e così pubblica di noi su uno schermo televisivo, per condividere qualche ora di puro svago insieme ai nostri amici o al nostro partner?

 

“Noi sappiamo cosa ti interessa, veramente”

Siamo tutti più o meno consapevoli del fatto che le principali piattaforme di intrattenimento al mondo (da Youtube a Facebook, da Amazon Video a Spotify) utilizzino algoritmi di profilazione in grado di scegliere i contenuti più affini ai nostri gusti e interessi.

Ogni video che vediamo, ogni canzone che ascoltiamo, ogni post a cui mettiamo “mi piace” aiuta l’algoritmo a scegliere al posto nostro quali video, quali canzoni e quali post di contenuto simile (o dello stesso autore) potremmo voler vedere nei minuti immediatamente successivi, mostrandoceli nella homepage o nel “feed” di aggiornamenti continuo tipico dei social media.

Condividere l’homepage di Facebook con un amico significa correre il rischio, quindi, di svelare a quest’ultimo quello che realmente facciamo quando siamo soli con noi stessi: come noi, anche gli altri sanno che quello che appare nel nostro “newsfeed” di Facebook non è frutto del caso ma di una selezione di contenuti simili a quelli che abbiamo già visto e apprezzato in passato.

Se è vero che la maggior parte di noi non ha interessi segreti o sconvenienti, nondimeno non possiamo mai essere del tutto certi che ciò che abbiamo visto in passato corrisponda a quello che vorremmo vedere oggi, in compagnia di un’altra persona. Non possiamo mai essere certi, in conclusione, che l’algoritmo compia sempre la migliore scelta possibile, né abbiamo modo di disattivarlo o resettarlo nel momento più opportuno.

 

Ipnotizzati da Youtube

L’algoritmo, infatti, non è costruito per servire noi, ma per contribuire al successo di coloro che l’hanno realizzato.

Il suo obiettivo non è tanto quello di farci vivere un’esperienza di intrattenimento “personalizzata”, quanto di mostrarci quei contenuti che hanno maggiori probabilità di essere visualizzati, ascoltati, condivisi da noi, e aumentare così esponenzialmente il totale delle visualizzazioni e delle condivisioni della piattaforma stessa. E quali contenuti possono avere maggiori probabilità di essere visti o condivisi da noi, se non i contenuti simili a quelli che abbiamo già visto o condiviso in passato?

Preferiamo Youtube, Netflix e Facebook alla televisione e Spotify alla radio non tanto per la possibilità di “costruirci” da soli il nostro palinsesto, quanto per la presenza di un palinsesto – in continuo aggiornamento – in cui la maggior parte dei contenuti presenti è di nostro gradimento, perché i video, le canzoni e gli altri contenuti d’intrattenimento presenti ci ricordano altri contenuti di cui conserviamo un buon ricordo.

In questo senso, possiamo paragonare l’esperienza di Facebook, Youtube o Netflix a una sorta di ipnosi cui ci sottoponiamo volontariamente, più che alla salutare distrazione di una serata al cinema o a un concerto. Ci colleghiamo a Youtube e ne riemergiamo dopo due o tre ore, solamente quando la batteria del computer o dello smartphone si avvia alla conclusione, senza sentirci meglio di prima, o più riposati, ma con la sgradevole sensazione di aver sprecato il nostro tempo in contenuti di poco o nessun valore, e senza memoria di quanto effettivamente abbiamo visto.

Più che nutrirci di contenuti ne facciamo indigestione, più che assaporare piatti diversi ci abbuffiamo fino alla nausea della stessa portata. Non potrebbe essere altrimenti: nel momento in cui i contenuti si assomigliano tutti l’uno all’altro, e ogni format viene riproposto all’infinito senza soluzione di continuità, l’intrattenimento algoritmico si trasforma nella ricerca ossessiva di un piacere identico a quello già provato in passato, come se ogni contenuto di un medesimo genere avesse le medesime capacità di farci piangere, ridere, commuovere o appassionare.

 

Liberi di accontentarci

È un bene, o è un male? Di sicuro siamo molto più liberi di prima di evitare programmi, canzoni e contenuti di pessima qualità, e di dedicare il nostro tempo libero a ciò che ci “interessa” veramente. Resta tuttavia da chiarire in che modo potremmo scoprire nuovi format, nuovi autori, nuovi contenuti d’intrattenimento se i criteri con cui l’algoritmo crea il nostro palinsesto sono così legati alle nostre azioni del passato, oppure si limitano a premiare la “popolarità” e “viralità” di un determinato autore (come avviene per le “Tendenze” di Youtube o le “Playlist” di Spotify).

L’intrattenimento online ci sta venendo a noia? Non si direbbe, a giudicare dalla quantità di visualizzazioni e condivisioni in costante ascesa di tutte le principali piattaforme. Rimane difficile, tuttavia, non accorgersi di come la maggior parte delle persone usi oggi la Rete più come un riempitivo della propria solitudine che non come un momento di condivisione, più come un modo per trascorrere velocemente le ore “spegnendo” il cervello senza particolari aspettative né interesse in ciò che viene visto o ascoltato che non come uno strumento per trascorrere piacevolmente qualche ora di relax. Colpa della qualità dei contenuti, o di chi li distribuisce a pioggia senza alcun criterio qualitativo? A ciascuno la sua opinione.