E se ad aumentare esponenzialmente non fosse la velocità dell’innovazione tecnologica, ma la capacità immaginativa di chi progetta e promuove le nuove tecnologie?


Una progressione irresistibile, esponenziale, destinata ad aumentare sempre di più e che finirà prima o poi per travolgerci.

Lavoratori manuali, scienziati, artisti o ingegneri, nessuna professione umana potrà sopravvivere indenne alla rivoluzione tecnologica in corso.

Aggiornare le proprie competenze potrebbe non essere sufficiente, cambiare mestiere ancora meno: in un modo o nell’altro siamo tutti destinati a diventare entità obsolete… o no?

Quella fastidiosa sensazione di non poter più controllare il cambiamento

In quale momento esatto abbiamo perso il controllo della tecnologia, al punto da non essere più in grado di arrestare la distruzione programmata di posti di lavoro, aziende, mestieri, neppure a livello di entità statale o governo comunitario?

Dopo i primi anni di comprensibile euforia, per molte persone l’innovazione ha smesso di apparire come una promessa di liberazione globale dalla fatica e dal bisogno per trasformarsi in una minaccia alla sopravvivenza, lavorativa ancor prima che individuale.

Non si contano più, oggi, le previsioni secondo cui l’intelligenza artificiale potrebbe determinare il licenziamento prematuro di operai, responsabili delle risorse umane, dirigenti, scrittori e addetti al servizio clienti. Minacce che sembrano essere ancora ben lontane dal realizzarsi, ma che tuttavia hanno avuto come effetto quello di generare un diffuso senso di malessere nei confronti di una tecnologia che mai come oggi è giunta così vicina a replicare l’uomo nelle sue qualità fondamentali: apprendere, dialogare, trovare soluzioni alternative a problemi mai posti prima d’ora.

Le “fake news” più pericolose oggi sono quelle in ambito tecnologico

La mancanza di una cultura digitale diffusa rende difficile – per l’uomo comune come per coloro che sono chiamati a prendere decisioni strategiche – distinguere tra previsioni realistiche, serie, basate sui dati e su un’effettiva esperienza pregressa, dalle promesse del marketing delle grandi aziende tecnologiche e di un certo storytelling dell’innovazione che mai come ora dimostra tutti i suoi limiti. In una parola: più che un’anticipazione del futuro, quello a cui stiamo assistendo in questi ultimi anni è il proliferare di profezie di cui nessuno è chiamato a rendere conto, nemmeno quando queste sono smentite dai fatti.

L’intelligenza artificiale prenderà il posto degli umani? I mestieri di oggi sono destinati a essere cancellati solo perché un robot potrà replicarli? Scompariranno gli uffici, i luoghi di lavoro, le ferie retribuite e saremo tutti destinati a diventare “gig worker”, aspettando una chiamata che potrebbe non arrivare mai? Amazon diventerà il più grande e unico negozio globale, facendo piazza pulita del commercio al dettaglio nei centri storici e dei supermercati nelle periferie? Probabile, ma è altrettanto probabile che l’esito finale di questa rivoluzione sarà molto diverso da come oggi viene descritto: altrettanto destabilizzante, ma forse non altrettanto catastrofico.

Se l’innovazione viene vista come una minaccia

Gli stessi giornalisti, opinion leader e imprenditori hanno confuso e confondono tuttora tuttora le promesse di marketing delle aziende di tecnologia con il bisogno innato e molto umano di prevedere il futuro, l’innovazione tecnologica (esponenziale, ma non illimitata né tantomeno incontrollabile) con l’inesauribile immaginazione di chi deve vendere queste tecnologie al grande pubblico.

Più che l’accelerazione tecnologica, l’accelerazione senza limiti della fantasia distopica di chi lavora, scrive, divulga le nuove tecnologie stesse ha ha portato in questi anni ad allontanare sempre più persone da un’innovazione che viene vissuta più come un evento naturale da ammirare a distanza, impotenti, o da cui difendersi quando questo mette a rischio la propria stabilità economica, emotiva, esistenziale. Anziché studiarlo, documentarsi, cercare di capirlo e – per quanto possibile – modificarlo.

Le promesse hanno un prezzo, soprattutto quelle che contengono una minaccia (come la distruzione di posti di lavoro, o la scomparsa di intere attività professionali). E per chi lavora oggi nell’innovazione non c’è nulla di più pericoloso del dover fare i conti con l’ostilità, o l’indifferenza, del proprio pubblico di riferimento. Una reazione, quest’ultima, assolutamente giustificabile nel momento in cui ogni nuova tecnologia viene presentata come inevitabile, giusta, rivoluzionaria, senza tenere conto dei suoi effetti come del suo necessario periodo di adattamento.

Per quanto imprenditori e intellettuali visionari abbiano avuto un ruolo nel favorire la diffusione delle tecnologie digitali, oggi più che mai serve qualcuno che riesca a comunicare il lato umano e imperfetto dell’innovazione: anche nelle religioni, dopotutto, i veri profeti si contano sulle dita di una mano.