Sanno tutto di noi, ci promettono un’esperienza sempre più personalizzata e su misura dei nostri interessi, eppure le più popolari piattaforme online non tengono conto di una variabile fondamentale legata alle nostre modalità di utilizzo: l’età, e di conseguenza l’accumulo di conoscenze ed esperienza.

 

 

Hanno cambiato le nostre società, abitudini e comportamenti a una velocità mai vista prima d’ora, eppure sono anni che loro non cambiano più. Aggiungono funzionalità, perfezionano l’algoritmo con cui ci presentano contenuti in linea con le nostre aspettative, accumulano dati sui nostri interessi, ma ci mostrano sempre la stessa faccia, più o meno ritoccata, più o meno user-friendly.

 

Siamo in grado di immaginare Google con una pagina iniziale diversa da quella che ci accoglie ogni nuovo giorno, da ormai vent’anni? E quanti di noi sanno che il newsfeed di Facebook esiste ormai dal lontano 2006, e gli hashtag di Twitter dall’anno successivo? Tutte le piattaforme di ricerca e produzione di contenuti più diffuse al mondo hanno mantenuto nel corso degli anni inalterato il loro aspetto e le caratteristiche di base, da Google a Facebook, da LinkedIn a Whatsapp, da Wikipedia a Reddit.

 

Ogni utente viene accolto con la stessa interfaccia di un altro: sia che si tratti di un nuovo utilizzatore, sia che utilizzi il servizio fin dai suoi esordi; sia che abbia quindici anni, sia che abbia varcato da un pezzo la soglia dei settanta. Per i giganti del web siamo e rimarremo per sempre degli adolescenti, affascinati dalla velocità di calcolo e dalla loro semplicità di utilizzo. Ingenui e inconsapevoli, come il primo giorno in cui li abbiamo fatti entrare nelle nostre vite.

 

L’adolescenza del web

Le piattaforme online più popolari scontano oggi, e sconteranno sempre più nei prossimi anni, un difetto di progettazione iniziale.

 

Concepite da persone giovani, pensate per essere adottate innanzitutto dagli adolescenti e giovanissimi, hanno esteso nel corso degli anni il loro pubblico a tutte le generazioni, in maniera trasversale. Senza, tuttavia, adattarsi alle esigenze di queste ultime, né al trascorrere degli anni dei loro primi (e più fedeli) utilizzatori.

 

Sanno, o possono farsi un’idea il più possibile precisa del nostro anno di nascita per proporci pubblicità mirate, ma non tengono in considerazione la variabile generazionale per offrirci un’esperienza d’uso diversa, o perlomeno in linea con le diverse esigenze di informazione, intrattenimento, approfondimento che evolvono con l’avanzare dell’età (e del livello di conoscenza di un argomento).

 

Non esiste, infatti, una versione di Google, Facebook, ma neppure di Netflix, Wikipedia o Spotify pensata per un pubblico adulto, o anche solo più esperto di un adolescente alle prime armi con lo sterminato archivio della conoscenza, dell’arte, della produzione di contenuti umana.

 

Invariata l’interfaccia, invariati gli strumenti di produzione, ricerca e selezione dei contenuti, pensati per servire un pubblico di giovanissimi e rispondere al bisogno di semplicità e velocità di chi non ha tempo da perdere, e si interessa solo di quello che in quel momento sembra incontrare l’interesse dei propri simili. Da quando la viralità sarebbe diventata una misura del valore di un contenuto, anche per gli adulti?

 

Un uomo di trenta, cinquanta o sessant’anni deve usare oggi i motori di ricerca, i social media, e perfino le app di messaggistica servendosi delle stesse funzionalità costruite su misura per incontrare il bisogno di espressione, rassicurazione e omologazione di un ragazzino di quindici. Padre e figlio si comportano in maniera simile su Facebook, hanno le stesse possibilità espressive e nutrono le stesse aspettative quando condividono qualcosa con i propri “amici”. Non c’è da sorprendersi che le persone ci appaiano spesso più vanitose, aggressive, emotive – in una parola, infantili – quando le vediamo attraverso la loro bacheca virtuale.

 

Le colonne d’Ercole della ricerca (online)

La stessa cosa avviene, pur se su un piano diverso, sui motori di ricerca. Questi sono concepiti per rispondere al bisogno di conoscenza e informazione di persone ignare di un argomento e dei suoi possibili sviluppi. Adolescenti, per l’appunto, o persone adulte alle loro prime armi con una determinato materia (e non è un caso che le voci di Wikipedia siano da sempre privilegiate nei risultati di ricerca di Google). L’utente di Google è colui che quando fa clic su “cerca” vuole arrivare subito alla risposta finale, senza perdere tempo né passare attraverso fasi di studio successive che possono richiedere anni, e decine di articoli, libri e ore di studio dedicate.

 

O si è studenti di matematica alle prime armi, o si è già sulla via del dottorato in fisica quantistica (e si utilizza Google Scholar per cercare tra i testi accademici): l’uomo di Google non ha età, perché l’interfaccia iniziale non prevede che possa conoscere già qualcosa di quello che sta cercando. Al più, il motore tiene traccia di quello che ci interessa, delle nostre abitudini di navigazione, della nostra posizione, dei siti che sembriamo frequentare più spesso, per riproporci le stesse fonti all’infinito, come se la nostra capacità mnemonica fosse già stata del tutto delegata al motore di ricerca stesso.

 

Alla lunga, si tratta di un metodo che mostra tutti i suoi limiti quando vorremmo usare il motore di ricerca per perfezionare ulteriormente la nostra conoscenza su un determinato argomento che non sia una riproposizione di tutto quello che già abbiamo letto altrove, pur se scritta in maniera leggermente diversa. Vale per le scienze esatte, ma ancora di più per quelle dove la capacità di interpretazione dei contenuti disponibili gioca un ruolo determinante nell’aprire nuove porte, generare nuove idee, far progredire la conoscenza dell’umanità.

 

Contributi isolati, sconosciuti ai più, non “linkati” da nessuno, scritti in un linguaggio trasparente e chiaro eppure privo di inutili ripetizioni di parole chiave nei paragrafi e nei titoli H2 hanno poche o nessuna speranza di emergere dai risultati, di raggiungere le prime posizioni e di farsi trovare da noi che possiamo tutt’al più aggiungere parole chiave a caso alla nostra “query” iniziale, filtrare tra i contenuti pubblicati di recente, cambiare lingua e Paese, ma senza sapere come fare per rimuovere il rumore di fondo e salire di livello, andare oltre quello che è accessibile a tutti, a chi è alle prime armi come agli esperti.

 

Se è vero che Google impara sempre più cose su di noi, non vale l’opposto. L’insondabilità dell’algoritmo coincide con il suo massimo limite di utilizzo: per noi utenti non c’è modo di comprendere tutte le regole che governano il funzionamento del motore di ricerca, e sfruttarlo nell’interesse di entrambi. Finché l’algoritmo resterà inconoscibile, e misterioso il modo in cui a una determinata sequenza di parole chiave possiamo trovare risultati più o meno approfonditi, resteremo vincolati a un utilizzo essenziale del motore di ricerca stesso, come uno studentello che varca per la prima volta nella sua vita le porte di una biblioteca. Eterni adolescenti, disinteressati ad andare oltre la prima pagina di serp (search engine results page): con buona pace di chi crede di sapere tutto di noi.