Dove si colloca il limite tra “influencer” e utenti normali, su Instagram? Nel social a maggior crescita degli ultimi anni, i numeri hanno da tempo perso ogni relazione con il contenuto di cui dovrebbero misurare la qualità.

È il social dove una ragazzina di quattordici anni può accumulare nel giro di pochi mesi migliaia di follower, e altrettanti apprezzamenti da parte di sconosciuti di ogni età e provenienza, mentre la sua compagna di banco può rimanere ferma in eterno a qualche decina di “like”, senza un motivo apparente.

La differenza? Abissale, dal punto di vista di un’adolescente incapace di distinguere tra la realtà e la rappresentazione che gli altri danno di sé.

Nell’era di Instagram è molto più difficile di un tempo arrivare a quattordici anni e ammettere a se stessi non essere nessuno. Non a caso Instagram stesso è stato definito il social più pericoloso per la salute mentale dei giovani e giovanissimi, da una ricerca della Royal Society for Mental Health.

Il suo utilizzo eccessivo provoca ansia, depressione e senso di emarginazione negli adolescenti, ma è tra gli adulti che questa piattaforma sembra provocare gli effetti meno intuitivi. Sia per chi ambisce a diventare “influencer”, sia per chi vuole semplicemente divertirsi ad apparire come tale.

Una competizione a somma zero

Dopo aver assestato un colpo mortale a Snapchat, copiandone con sorprendente successo il format delle “Stories”, il social acquistato da Facebook nel 2012 per la modica (se confrontata al suo valore attuale) cifra di un miliardo di dollari è la piattaforma dove oggi convergono le attenzioni di tutti, dalle persone comuni alle aziende. Tutti, inevitabilmente, mossi dalla diffusa convinzione che aveva determinato il successo di Twitter prima, e Facebook poi: ora che tutti ne parlano, non esserci equivale a svanire.

800 milioni di utenti iscritti, 95 milioni di foto caricate ogni giorno, oltre 300 milioni di storie create e visualizzate quotidianamente, e la rassicurante certezza che non serve essere fotografi sperimentati, o persone con una vita interessante o di bella presenza per ottenere un riscontro positivo su questo social dove le foto si assomigliano tutte, perché tutte si ispirano alla medesima idealizzazione della persona di successo, ricca, affascinante, e con uno stuolo di corteggiatori e di emuli alle spalle.

Basta pubblicare una foto, qualsiasi foto, anche senza avere neppure un follower, e qualcosa accadrà: un “like” arriverà da qualche parte, un commento lo riceveremo anche noi, da persone completamente sconosciute che spereranno in questo modo di meritarsi a loro volta un “like” da parte nostra. È una competizione dove nessuno può vincere, perché tutti hanno le stesse possibilità di arrivare in cima. Contemporaneamente.

Dove si colloca il limite tra utenti normali e “influencer”, su Instagram?

Instagram è il social dove i numeri perdono di significato nel momento stesso in cui diventano sempre più elevati, e dissociati da ogni rapporto con il contenuto di cui dovrebbero misurare la qualità.

In questo senso Instagram sta diventando, o è già diventato per alcuni ambiti, un social “irrilevante”, privo com’è di un termine di paragone con le classifiche di merito (e demerito) che orientano le nostre scelte al di fuori di esso.

Di molti “Influencer” di Instagram non si hanno notizie al di fuori del social, così come i contenuti pubblicati dagli account più popolari e virali non otterrebbero la medesima eco se fossero ripresi all’interno di un libro, una mostra, un programma televisivo o in qualsiasi altro social. È un mondo autoreferenziale, che dimentica i suoi idoli con la stessa facilità con cui li crea incessantemente.

La dimostrazione? Un giornalista di BuzzFeed è riuscito a ottenere oltre 1.500 “like” e centinaia di commenti entusiasti pubblicando un’immagine nera tramite un account chiamato per l’occasione Viral Hippo: i “like” appartenevano a persone reali, ma queste ultime si comportavano a tutti gli effetti come dei “bot”, degli account automatizzati, con il solo scopo di ricevere indietro quegli stessi “like” che avevano assegnato all’account di Viral Hippo. Se basta così poco per diventare famosi, perché non darsi una mano l’uno con l’altro?

L’esperimento di Viral Hippo è parte di un’inchiesta più ampia realizzata da BuzzFeed sulla proliferazione di un intero settore di app e agenzie di truffatori (nascosti sotto il cappello del “growth hacking”) il cui unico scopo è quello di ingannare l’algoritmo di Instagram, per far emergere i post e gli account dei propri clienti nel newsfeed o nella sezione “Esplora”. Lì dove tutti vorrebbero apparire, almeno una volta nella vita (se non alla settimana).

Sia che si tratti di gruppi chiusi di Facebook o Telegram dove gli utenti si invitano reciprocamente a scambiarsi following e “like” gratuiti su Instagram, sia che si tratti di servizi più evoluti e a pagamento, l’obiettivo rimane sempre lo stesso: garantire, a chiunque sia interessato, un certo numero di “like” nel giro di poche ore dalla pubblicazione del suo ultimo post, per aumentare la visibilità di quest’ultimo su Instagram stesso e di conseguenza dell’account che lo ha pubblicato.

È il caso, ad esempio, di coloro che fanno uso di Fuelgram, dove con pochi dollari al mese si può entrare a far parte del programma Autorunds, in cui gruppi di migliaia di utenti si scambiano following e “like” in maniera automatica, cedendo il controllo dei propri account a un sistema automatizzato.

Non si tratta né di bot nel senso stretto del termine, in quanto il like viene assegnato da account reali corrispondenti a persone reali, ma piuttosto di una forma assoluta di “do ut des”: indipendentemente dal contenuto postato (nel caso di Viral Hippo, un quadrato nero), si ha la garanzia di ricevere migliaia di “like” nel giro di pochi secondi da migliaia di altri account connessi al servizio, e viceversa il proprio account assegnerà in automatico centinaia o migliaia di “like” ogni giorno a tutti gli altri membri del medesimo network.

Altri servizi, meno raffinati (come quello pubblicizzato in maniera quasi surreale nel video seguente), nascono ogni giorno per rispondere allo stesso bisogno diffuso: sentirsi ammirati, apprezzati, seguiti, al pari di una star della televisione o dello sport, con il minimo sforzo e il massimo risultato.

Il sogno di sentirsi influencer, almeno su un social

Giunto al successo mondiale a qualche anno di distanza da Facebook, Twitter e LinkedIn, Instagram è il social che ha venduto a milioni di utenti il sogno di diventare “influencer”, almeno da un punto di vista puramente quantitativo.

Instagram è il social dei social, quello dove chiunque può prendersi una rivincita rispetto alle mancate promesse e allo scarso riscontro ottenuto sulle altre piattaforme virtuali: se non esiste un limite alle modalità con cui è possibile ingannare l’algoritmo di Instagram, non esiste neppure un limite alla quantità di follower che una persona oggi può ottenere pur rimanendo un perfetto sconosciuto nel proprio paese, nel proprio ambiente di lavoro, e sul social stesso.

In questo contesto, dove si colloca oggi la soglia tra utenti normali e influencer: a diecimila, centomila, un milione di follower? La verità è che nessuno, oggi, può essere sicuro che i follower accumulati con così tanta caparbietà non stiano già guardando in un’altra direzione.

Nel dubbio, meglio accumularne il più possibile per non rimanere indietro rispetto a chi parteciperà insieme a noi alla prossima sfilata di moda, al prossimo torneo di pasticceria, o alla nostra vicina di banco. Se tutti possono accumulare all’infinito follower e “like” pubblicando contenuti uguali a quelli di tutti gli altri, avere solo qualche centinaio di seguaci potrebbe essere un segno della nostra incapacità di capire le regole del gioco. Non essere nessuno, su Instagram, è una scelta ancora prima che un destino.

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