Intervista a Cosimo Accoto, visiting scientist al Mit di Boston e autore di “Il mondo dato” (Egea 2017), una delle più affascinanti opere di filosofia digitale contemporanea.

Il codice, il sensore, l’algoritmo, il dato, il mondo. Sono i titoli delle cinque brevi lezioni di filosofia digitale contenute ne “Il mondo dato” (Egea 2017) di Cosimo Accoto, visiting scientist al Sociotechnical System Research Center del Mit di Boston.

Esito felice di intensi anni di ricerca e sperimentazione, “Il mondo dato” di Cosimo Accoto fornisce un’analisi puntuale degli elementi costitutivi di una nuova era nella storia dell’umanità.  Un nuovo capitolo dell’Antropocene in cui l’interazione continua con gli oggetti connessi e intelligenti potrebbe rendere presto obsoleta ogni distinzione assoluta tra l’uomo e le tecnologie che ci circondano, siano esse semplici sensori o più evolute intelligenze artificiali, e di cui ci serviamo per misurare e programmare il mondo circostante.

In questo contesto, ho pensato di chiedere a Cosimo quali fossero, secondo lui, i fattori che più di altri determinino la “resistenza” – dell’uomo, della cultura, del mercato – all’innovazione tecnologica. Una resistenza spesso passiva, sottaciuta, quasi istintiva, ma che spesso si rivela come insormontabile, a scanso di tutte le più ottimistiche previsioni e strategie di marketing, e che rende il “mondo dato” di questi anni una curiosa e inedita combinazione di organizzazioni e società sempre più interconnesse ed evolute separate tra loro da luoghi e popolazioni dove neppure Facebook riesce a giungere con i suoi servizi tentacolari.

 

L’uomo dato è uno o centomila? Come possono gli algoritmi esserci davvero utili, se ciascuno di loro conosce solo una parte dei dati che ci riguardano?

Quello che chiamiamo “umano” è il risultato complesso delle tecnologie che storicamente, di epoca in epoca, vengono sviluppate. E, da ultimo, la tecnologia è il modo dell’umano di stare al mondo. Da quando scheggiavamo pietre per ricavarne coltelli e utensili vari, ad oggi che creiamo architetture informatiche per comunicare e interagire. La mia idea è che non è possibile scindere tecnologia e umanità come se ci fosse un umano in sé distinto dagli strumenti scientifici, artistici, professionali e culturali che storicamente usa.

L’umano contemporaneo nasce nelle tecnologie digitali, di Rete, artificiali e algoritmiche che stiamo progettando in questi anni. E nascerà anche dal confronto con le macchine “intelligenti” in arrivo che ci obbligheranno a ridefinirci. Siamo abituatati a considerarci gli unici esseri creativi e intuitivi (e abbiamo sottratto queste caratteristiche ad animali e piante) e oggi facciamo fatica a riconoscerlo alle macchine e all’immaginazione algoritmica. Ma credo che ci risveglieremo presto da queste credenze. L’umano contemporaneo è e sempre più sarà nei suoi profili aggiornati, nelle tracce digitali che lascia in rete, nei dati che contribuisce a produrre con device e applicazioni usate. Con questo non dico che sia di necessità cosa buona e giusta. Dico che una riflessione critica sull’“umano dato” oggi deve passare da una riflessione culturale e filosofica profonda sulle tecnologie computazionali ed algoritmiche che sempre più incrociano dati provenienti dalle molte fonti, volontarie e involontarie, che generiamo.

 

L’innovazione è ancora un ideale, o sta diventando un’ideologia?

I processi di innovazione sono sempre stati, storicamente, un molteplice e non lineare incrocio degli artefatti tecnologici e delle narrazioni ideali/ideologiche che li hanno accompagnati. Chi si ricorda, ad esempio, le pagine letterarie di “A Connecticut Yankee” di Mark Twain sul senso del progresso umano dovuto all’arrivo dell’elettricità e il suo conseguente impatto sulla vita di milioni di americani a fine Ottocento? A cui dovremmo accompagnare però, come contraltare, le note e i versi della canzone blues “Send Me To The Eletric Chair” di Bessie Smith di inizio Novecento che racconta quella invenzione nei suoi usi e risvolti più brutali, quelli della condanna alla sedia elettrica.

È da questo intreccio caotico e non lineare di idealità e ideologicità che l’innovazione emerge dai laboratori ed entra nella vita economica e sociale dell’umanità. Potrebbe sembrare che oggi l’innovazione accelerata che viviamo sia connotata soprattutto da forti pulsioni ideologiche (tecnocratiche soprattutto, e indubbiamente), ma credo che in alcuni (non in tutti) rimanga ancora una qualche spinta ideale originaria. Un misto di ideali e ideologie è presente anche oggi; da parte di tutti è necessaria una riflessione più ampiamente culturale e politica sull’innovazione, per non lasciare il campo ai soli ingegneri o economisti. Credo che questo sia il rischio più grave che corriamo oggi, presi nei vortici dalle molteplici accelerazioni tecnologiche emergenti: dall’intelligenza artificiale alla blockchain, per fare due esempi.

 

Se essere è essere “aggiornati”, in che misura dobbiamo (e possiamo) dimenticare?

La memoria non è una funzione semplicemente archivistica, come di solito si tende a pensare. Questo è un modo antico di considerare la funzione mentale di ricordare e dimenticare. È molto più plastica e dinamica di quanto e di come la psicologia o la neurobiologia ce l’hanno raccontata fino a oggi. Inoltre, memoria e oblio sono connotate socialmente e politicamente come sa chi, come me, ha avuto una formazione come filosofo con specializzazione in storiografia. Detto questo, le tecnologie digitali, per la loro intrinseca natura ontologica, sono costantemente sottoposte a processi di aggiornamento sia nella componentistica hardware sia in quella software. Qualcuno dice che si tratta di “obsolescenza programmata” e posso immaginare che ci sia anche questa dimensione di mercato e di business nella necessità di rimanere aggiornati. Più filosoficamente, come ho cercato di mostrare nel mio saggio, il codice software è per sua natura in un costante divenire di costruzione e decostruzione di sé che porta a lavorare dialetticamente tra memoria e oblio. L’aggiornamento (anche fatto di processi diversi e molteplici come sovrascrizione, reinstallazione, pubblicazione sulla blockchain, ecc…) è e sarà la condizione ontologica dell’esistere contemporaneo.

D’altro canto, tutte le società precedenti hanno avuto le loro tecnologie della memoria. così come i loro decadimenti nell’oblio (parlo ad esempio di lavori, di conoscenze, di paesaggi che non ci sono più, ecc). Dico infine che, anche nella società del codice, memoria e oblio, da ultimo, sono dimensioni politiche e non solo ingegneristiche o informatiche.

 

Il futuro che le macchine prevedono non è altro che una rielaborazione statistica del passato?

Parto da una tesi che sto provando a esplorare e ad argomentare. L’idea è che le tecnologie di rete e artificiali che stiamo progettando e implementando rappresentano un passaggio di paradigma. Passaggio che ho connotato come la trasformazione dalle tecnologie come “archivio” alle tecnologie come “oracolo”. Le nuove tecnologie dell’AI stanno costruendo un’architettura tecnologico-informatica (insieme a un nuovo mondo e un nuovo modo di fare business) in cui l’informazione comincia a fluire, sistematicamente, dal futuro al presente e non più, come è stato finora, dal passato al presente. Usando, cioè, sensori, dati e algoritmi di intelligenza artificiale, siamo in grado di intercettare l’informazione relativa a quello che sta per accadere e usare questa informazione per disegnare e progettare servizi e prodotti in modalità prolettica e anticipatoria (e non solo posticipata e responsiva). Siamo oltre il cosiddetto real-time di cui tutti parlano. Siamo al tempo anticipato. Un’intelligenza artificiale precognitiva che ci anticipa costantemente, spesso in maniera inavvertita. E che è in grado di essere “creativa” come ha fatto AlphaGo, il supercomputer di Google che ha battuto Lee Sedol, il coreano campione mondiale di Go. AlphaGo ha fatto una mossa strategica che nessuno dei milioni di giocatori di Go in 3.000 anni aveva immaginato. Abbiamo dovuto riconoscere che come umani avevamo raggiunto – come dicono i matematici – un “massimo locale” da cui non riuscivamo a muoverci. Le macchine ci hanno fatto fare un salto e ora i manuali di gioco di Go andranno riscritti.

 

Perché le tecnologie “disruptive” falliscono, talvolta, alla prova del mercato: ricerca dell’efficienza a tutti i costi, disintermediazione totale dell’umano, eccessiva difficoltà di comprensione..? Perché l’uomo, talvolta, fa ancora “resistenza” a ciò che dovrebbe migliorargli la vita?

Sicuramente alcune di queste motivazioni possono spiegare certe resistenze al cambiamento. Altre possibili cause sono la mancanza di strategia eco-sistemica (ogni tecnologia si colloca all’interno di una rete di connessioni con altre), la resistenza delle vecchie tecnologie (che nelle loro fasi mature continuano comunque a migliorare), l’immaturità delle nuove invenzioni al momento della loro introduzione sul mercato. Nei primi telai a vapore il filo di cotone si rompeva sempre per i movimenti troppo bruschi della macchina, mentre nei telai a mano non succedeva. Ma alla fine i telai industriali hanno vinto e sostituito quelli a mano. D’altro canto, proprio perché gli umani cambiano lentamente (e questo forse è ancora più evidente in periodi di accelerazione, come il nostro) sono già in atto esperienze che ci aiutano a simulare vecchi modi di fare, mentre quelli nuovi sono ancora in costruzione.

Ti faccio un esempio. Siamo abituati a guidare in un certo modo. Però, le auto moderne sono software-driven e questo codice fa in modo che, ad esempio, quando freniamo abbiamo ancora l’impressione di fare un’esperienza idraulico-meccanica sul pedale. In realtà, il software media quell’esperienza che in realtà deve calibrare le quattro ruote in maniera dinamica e algoritmica. Altrimenti dovremmo avere 4 mani e 4 piedi per guidare le auto attuali. Ma poiché cambiamo lentamente (biologicamente e culturalmente), i costruttori di auto le costruiscono perché siano ancora vicine alla vecchia esperienza di guida (pedali, sterzo…). Talvolta ci vogliono dei salti generazionali per cambiare, talvolta occorre cambiare il sistema scolastico (come avvenne nel passaggio da società agricola a società industriale). E così, in mezzo a mille difficoltà, in qualche caso, il cambiamento avviene.

 

Se tutti parleremo con gli oggetti, rimanere in silenzio da soli sarà considerato una nuova forma di follia?

Dobbiamo entrare nell’idea (esplorandola di certo anche criticamente) che le ecologie della comunicazione e dell’informazione del futuro saranno cocreate attraverso la partecipazione di agenti non umani con cui interagiremo e che dialogheranno tra di loro anche indipendentemente da noi, con gli umani fuori dal loop – come dicono i miei amici ingegneri al MIT. Capisco che non sarà né un passaggio antropologico semplice da affrontare né che non sarà indolore da molti punti di vista (non ultimo quello della tendenziale disoccupazione tecnologica da bilanciare, si spera, con la creazione di nuovi lavori che ancora non conosciamo). Anche il rimanere in silenzio si cui parli non servirà a molto considerato che, come ho scritto ne “Il Mondo Dato”, le macchine sono e saranno in grado di accedere ai nostri organi interni direttamente, parlando e ascoltando il nostro corpo anche quando immaginiamo di stare in silenzio e non proferire parola. I device indossabili sono delle nuove potenti (pericolose?) “macchine della verità” che interrogano costantemente il nostro corpo e la nostra mente in maniera sottopercepita (alla nostra coscienza e attenzione), continuativa e non invasiva tecnicamente. E dunque anche il silenzio non sarà più il silenzio di una volta e così, forse, non sarà considerato strano.

Temo che dovremo inventarci nuove forme di follia 🙂

 

Cosimo Accoto Il mondo dato