Mentre il confine tra consumatori e lavoratori tende ad assottigliarsi anche lo sciopero diventa una forma di protesta comune, soprattutto nei confronti delle grandi aziende di software.

Un’arma spuntata. È questa la miglior sintesi di quello che è diventato il ricorso allo sciopero dei lavoratori nel decimo anno della Grande Crisi, secondo un editoriale di MicroMega di tre anni fa. Lo sciopero, nelle sue forme contemporanee, dà anzi una mano alle imprese tradizionali a contenere il problema della sovracapacità produttiva, e a nulla serve in un contesto dove la disoccupazione giovanile e l’invecchiamento generalizzato escludono una larga parte della popolazione da questa forma di protesta. Lo sciopero, verrebbe da aggiungere, è ormai un diritto di chi se lo può permettere. Almeno, fino a quando esso riguarda solo i lavoratori.

Diverso è il discorso per quanto riguarda lo sciopero dei consumatori. Una forma meno conosciuta e indagata dello sciopero tradizionale, ma che assume una nuova importanza nell’era digitale, in cui le distinzioni nette tra consumatori e lavoratori sono da tempo venute meno in seguito alla crescita di piattaforme come Google e Facebook, che estraggono valore (dati, da rivendere agli inserzionisti) dal lavoro continuo dei propri utenti, e alla diffusione di nuove forme di servizi on-demand dove chiunque può ricoprire alternativamente il ruolo di cliente e di prestatore di lavoro occasionale.

Lo sciopero, nell’era digitale, non può più essere la prerogativa di una singola categoria di persone, ma una forma di protesta preliminare all’avvio di una contrattazione collettiva che deve essere portata avanti in contemporanea da tutti gli interlocutori – siano essi consumatori, lavoratori, o entrambe le cose – di un’azienda.

 

Lo sciopero nella gig economy

Laddove prima c’erano imprenditori e autorità di controllo umane e dotate di un nome e cognome, ora sempre più spesso operano algoritmi (come quelli che gestiscono le consegne dei fattorini di Foodora) con cui è impossibile operare una qualsivoglia forma di negoziazione. Protestare contro una macchina è inutile: si può solo rifiutare di collaborare, sperando che la macchina non sia divenuta nel frattempo del tutto indipendente dai suoi collaboratori umani.

In Italia ci siamo accorti delle condizioni preindustriali in cui lavorano i fattorini di Foodora solo grazie allo sciopero organizzato da questi ultimi. In un’era in cui l’organizzazione del lavoro viene demandata all’algoritmo di un’app, nascono ogni giorno nuove figure professionali di cui conosciamo poco o nulla, fino a quando esse non decidono di incrociare le braccia e farci mancare il loro servizio. Ricevendo, talvolta, il sostegno dei loro stessi clienti, come nel caso di Foodora dove numerosi utenti hanno manifestato sui social network la loro intenzione di servirsi di altre piattaforme di food delivery, una volta venuti a conoscenza della misera paga dei fattorini.

Nel caso di Foodora, come di altre aziende dello stesso settore, è stato quindi lo sciopero dei consumatori, spontaneo e imprevisto dagli stessi vertici aziendali, a fornire un supporto fondamentale alla protesta dei lavoratori pagati a cottimo. Uno sciopero dei consumatori forse più annunciato sui social che messo in pratica, ma che nondimeno ha costretto i vertici di Foodora ad avviare trattative con i fattorini per evitare ricadute peggiori sulla reputazione aziendale.

 

Lo sciopero online

Nel momento in cui – anche grazie ai social network – vengono meno le tradizionali distinzioni tra vita privata e vita professionale, tra lavoro e tempo libero, e tra consumatori e lavoratori, anche lo sciopero è destinato a cambiare forma e protagonisti.

Se nell’economia tradizionale e nella cosiddetta gig economy l’alleanza tra lavoratori e consumatori appare come un elemento imprescindibile per creare una sufficiente pressione nei confronti dell’azienda, l’unione di consumatori e lavoratori è precedente al momento stesso dello sciopero quando si tratta di protestare contro i giganti del web, prosperati grazie al lavoro gratuito di milioni di consumatori iscritti ai loro servizi.

Detto altrimenti, lo sciopero degli utenti da Facebook o da Google è l’astensione di un numero imprecisato di clienti-lavoratori, che per un periodo di tempo più o meno lungo possono dichiarare pubblicamente la propria rinuncia unilaterale a fruire dei servizi messi a loro disposizione gratuitamente dalle grandi aziende produttrici di software (in quanto consumatori), smettendo di condividere gratuitamente i propri dati con le loro piattaforme (in quanto lavoratori, pur se volontari), vanificando così la vendita di inserzioni a pagamento da parte di queste ultime.

Uno sciopero di massa di utenti da Facebook si tradurrebbe in una minore vendita di spazi pubblicitari da parte del social network (dal momento che gli inserzionisti non avrebbero nessuna garanzia di arrivare al target desiderato, in quel momento assente dalla piattaforma, e otterrebbero molte meno interazioni del solito) e in un conseguente danno d’immagine ed economico per un’azienda che fa della presenza costante e in continua crescita di una massa enorme di utenti il suo punto di forza.

Per quale motivo dovremmo scioperare da Facebook? Per ottenere maggiore trasparenza sul funzionamento del suo algoritmo e delle regole di moderazione dei contenuti, maggiori garanzie sul trattamento dei nostri dati personali, interventi più incisivi nei confronti dell’hate speech, delle molestie nei confronti delle donne e del fact-checking per quanto riguarda le fake news. Essere al tempo stesso clienti e lavoratori di un social network ha anche i suoi vantaggi: il nostro valore raddoppia, nel momento in cui ci disconnettiamo dal social e smettiamo di fornirgli dati preziosi sulle nostre abitudini e di fargli guadagnare del denaro per ogni nostra interazione.

Ricordiamocelo, la prossima volta che resteremo bloccati in metropolitana.