L’innovazione nei servizi finanziari ha raggiunto nell’ultimo anno il punto di svolta nella raccolta di finanziamenti alle startup fintech: la “disruption” della finanza tecnologica racchiude in sé tuttavia una serie di vantaggi che possono facilmente ritorcersi contro lo stesso cliente, specie quello meno finanziariamente e digitalmente avveduto. Vediamo quali potrebbero essere.

 

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(questo articolo è stato pubblicato su AdvisorOnline)

A un certo punto nel film “Money Monster – L’altra faccia del denaro” il protagonista Lee Gates, interpretato da George Clooney, si sente chiedere in diretta televisiva dal suo rapitore il significato della parola glitch.

Una parola che lo stesso protagonista, conduttore di uno show televisivo finanziario, ha ripetuto più volte senza scrupolo nelle trasmissioni precedenti, e insieme a lui molti altri giornalisti prezzolati, quale causa dell’esorbitante caduta di valore delle azioni  di Ibis Wordlwide, azienda specializzata in high frequency trading. Caduta di valore che ha gettato sul lastrico moltissime persone, tra cui il suo rapitore, un piccolo risparmiatore del tutto ignorante sia di finanza sia di tecnologia e che si è fidato dei consigli di investimento di Lee.

Del tutto ignaro del significato della parola, Lee Gates rimane in silenzio, scatenando una volta di più l’ira di colui che lo tiene in ostaggio, che ottiene così la prova della malafede del giornalista.

La scena è emblematica di quanto l’evoluzione tecnologica della finanza sia sempre meno comprensibile, in tutta la sua portata, sia dai comuni risparmiatori sia proprio da coloro che, come i giornalisti e chi lavora nelle istituzioni tradizionali, dovrebbero vigilare sul corretto funzionamento dei servizi finanziari innovativi.

 

“Che cosa diavolo è un glitch?”

Diciannove miliardi di dollari investiti nel fintech nel 2015

 

Secondo l’ultimo report KPMG e CB Insights,The Pulse of FinTech”, gli investimenti globali in startup fintech sono passati da 2,4 miliardi di dollari nel 2011 a oltre 19 miliardi nel 2015, con una crescita del numero totale di deal da 457 a 1.162 (laddove i rounds superiori ai 50 milioni di dollari sono quadruplicati dai 15 del biennio 2011-2013 agli oltre 60 nel 2015).

Nel primo trimestre 2016 sono stati investiti ulteriori 4,9 miliardi di dollari, in crescita del 96% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. Una crescita che non accenna a diminuire e che potrebbe segnare un nuovo record dopo l’annuncio di Alipay, ad aprile 2016, di un round di finanziamento di Series B del valore di 4,5 miliardi di dollari.

Numeri che potrebbero raggiungere, secondo PwC, quota 150 miliardi di dollari investiti nei prossimi quattro anni, mentre secondo Citigroup sarebbero due milioni i posti di lavoro che il fintech potrebbe cancellare nel comparto bancario mondiale.

Le startup fintech sono in grado di raccogliere investimenti da un numero molteplice di soggetti. Sebbene i Venture Capital rappresentano i più importanti investitori istituzionali al mondo nel settore dell’innovazione finanziaria, nondimeno è interessante notare come diverse aziende hi-tech del settore siano in grado di raccogliere fondi anche attraverso strumenti a loro volta innovativi, come nel caso di Tandem.

Tandem è una banca digitale che ha raccolto 850 mila sterline attraverso una campagna di equity crowdfunding durata meno di 10 secondi: la promessa dell’Istituto è quella di aiutare i clienti della banca digitale a gestire meglio le proprie finanze, “senza penalizzazioni immediate per chi va in rosso”.

 

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Investimenti e deal nel fintech dal 2011 al 2015 (Fonte: CB Insinghts)

 

I due volti della finanza tecnologica

Tandem rappresenta forse uno degli esempi più significativi di quello che potremmo definire come il volto umano del Fintech.

Il successo della finanza alternativa deve molto alla crisi finanziaria del 2008. Con il conseguente crollo di fiducia nel sistema bancario e finanziario tradizionale (a dicembre 2015 solo il 16% degli italiani dichiara di aver fiducia nelle banche, contro il 30% di quindici anni prima) le startup fintech attive nel settore dei pagamenti, dei prestiti P2P, e del personal finance management hanno potuto presentarsi come un’alternativa credibile e preferibile rispetto agli intermediari tradizionali.

Come Tandem, un numero crescente di startup (secondo McKinsey, oltre 2.000 in tutto il mondo) offre ai consumatori una serie di strumenti e di segnali d’allarme in grado di metterli nelle condizioni di ottimizzare la gestione del risparmio, e ridurre i rischi di insolvenza e situazioni debitorie critiche.

I più evoluti strumenti digitali odierni mettono il cliente nelle condizioni di gestire al meglio i propri risparmi, prevedere con largo anticipo una situazione di passività, analizzare il dettaglio di entrate e uscite, monitorare le voci di spesa nel corso del tempo, ridurre significativamente le commissioni, soprattutto quelle cosiddette “nascoste”, e controllare in tempo reale l’operato di un intermediario, sia esso una persona fisica o un robo-advisor.

Il tutto, ed è questa la premessa fondamentale della rivoluzione fintech, in mobilità.

 

 

“Il futuro dei servizi finanziari è nel mobile”

Alice Newton, Head of Product a Worldremit

A questa presa di consapevolezza ed empowerment dei consumatori si accompagna, spesso e sovente, un effetto collaterale di cui credo non vi sia ancora sufficiente consapevolezza. Né tra i consumatori, né tantomeno tra le stesse startup fintech che si pongono come mission quello di rimediare alle carenze del sistema finanziario attuale.

Il consumatore maggiormente predisposto ad adottare soluzioni di finanza alternativa (come i Millenials, le piccole e medie imprese tagliate fuori dal credito bancario, gli unbanked) è, prevedibilmente, quello più esposto al rischio implicito del fintech.

Se da un lato la disintermediazione accelera a una velocità mai sperimentata prima d’ora l’accesso e la circolazione dei capitali, dall’altro ci ritroviamo in una situazione che potremmo paragonare al fenomeno della “assuefazione da pilota automatico”, denunciato dalla Federal Aviation Administration statunitense come una delle principali cause degli incidenti di volo attuali.

L’assenza di attrito è un bene per il consumatore?

Tutta la tecnologia che vediamo riversarsi nel mondo dei pagamenti non si limita a rendere il pagamento più sexyafferma Brett King nel libro “Breaking Banks”, edito in Italia da Laterza – ma in un ultima analisi a renderlo invisibile e privo di attrito”. Ed è proprio questa riduzione dell’attrito che pone il consumatore in una situazione affatto nuova, che la scarsa educazione finanziaria generale non fa che peggiorare.

L’altra faccia del Fintech, meno rassicurante, costituisce indubbiamente il suo maggiore punto di forza. La trasmissione dei dati (perché di dati si tratta, non più di monete o banconote) tra un conto corrente e l’altro, tra chi li possiede e chi ne ha bisogno “qui e ora”, avviene e avverrà nei prossimi anni a una velocità probabilmente superiore alla capacità delle persone di valutarne appieno la consistenza e l’effettivo valore.

Siamo allo stesso tempo messi nelle condizioni di controllare i nostri soldi, e di dimenticarci quanti ne possediamo effettivamente, o di averli mai posseduti.

Quanto più il consumatore verrà messo nelle condizioni di dirigere in un semplice touch la trasmissione di capitali attraverso il suo personale “nodo” della rete finanziaria globale (il riferimento alla terminologia della blockchain e dei bitcoin non è casuale) tanto più esso potrebbe rischiare di perdere la percezione del valore dei capitali stessi.

A prescindere dall’adozione o meno di criptovalute come Bitcoin, è abbastanza scontato pensare che molti consumatori, specie quelli meno finanziariamente previdenti, potrebbero a un certo momento ritrovarsi in situazioni debitorie particolarmente gravi e insolubili. Ben prima, è questa la previsione, di averne piena consapevolezza.

Senza voler rivelare alcun finale, un altro momento rivelatore di “Money Monster” è quello in cui il CEO della Ibis Worldwide si rivolge al piccolo risparmiatore truffato e gli ricorda che se in passato costui ha fatto dei soldi è stato proprio grazie alla tecnologia così poco trasparente sviluppata dalla sua azienda. Ed è questa, forse, la scena più convincente del film.

Cosa c’è di sbagliato nel fare profitti? – chiede il CEO della Ibis Worldwide al risparmiatore che gli punta una pistola contro – Sono solo affari e gli affari si fanno così. Sei venuto da me solo perché ho perso i tuoi soldi. Finché ti pagavamo il 18% di utili l’anno ti potevi vantare con gli amici di essere un genio. Beh, mi dispiace ma non sei un genio”.

È possibile conciliare la massima velocità con il massimo controllo? Forse, anche se non spetta (solo) a noi trovare la soluzione.

Jacopo Franchi