Connettere i migranti tra di loro e con la comunità di accoglienza. Dare una voce a chi in questo momento non può averla. E aiutare le istituzioni a migliorare la gestione dei flussi migratori. Tutto questo è Hi Here, la app ideata da Martina Manara e Caterina Pedò e presentata in questi giorni al Wired Next Fest, in cerca di finanziatori e di qualcuno che abbia tempo e conoscenze da investire per aiutare gli altri.

 

La Rete come luogo per connettere: sembra una tautologia, ma non lo è se si pensa che la maggior parte di noi utilizza i social e le piattaforme online di condivisione e networking per replicare sul web la ristretta cerchia di amici, parenti e conoscenze del mondo reale. Quello che facciamo è solo mettere uno schermo tra noi e il mondo, nell’illusione di poter filtrare meglio gli stimoli in entrata.

Nel momento in cui vanno in pezzi i vecchi contenitori etichettati come nazione, famiglia, identità e appartenenza – scrive Stefania Consigliere nel libro “Sul piacere e sul dolore” – la risposta retriva è quella di puntellarli con misure draconiane e di propagandarli come uniche oasi perseguibili nel caos del mondo: tornare alla famiglia, recuperare l’identità delle piccole patrie, riconoscersi nei gruppi ristretti. Non aprire, non far leva sul possibile, ma chiudere, rientrare nel noto, nel momento in cui il desiderabile e il possibile sono già pienamente desiderabili e perseguibili”.

Malgrado le possibilità offerte dalla tecnologia, infatti, viviamo in un’epoca in cui paradossalmente la vulgata dominante sembra essere quella della chiusura in se stessi e nella propria comunità d’appartenenza. L’ignoto non ha cittadinanza, nemmeno sul web.

 “Non c’è un piano B per i flussi migratori – sostiene una delle due protagoniste della nostra storia – Come molti giovani italiani partono per cercare un’opportunità migliore all’estero, così da noi arrivano persone in cerca di un avvenire migliore. Ma il nostro sistema d’accoglienza, così come è organizzato ora, non è in grado di gestire efficacemente l’arrivo dei migranti e la loro integrazione nel tessuto sociale italiano”.

Tutto questo potrebbe cambiare nel giro di pochi anni grazie anche all’idea di due giovani italiane che per prime hanno realizzato una app per abbattere le barriere e “ricostruire i legami sociali tra migranti e comunità ospitanti”. Un’invenzione tanto semplice nella logica quanto “disruptive” – nell’accezione siliconese del termine – nella sua applicazione.

 

hi here

Martina Manara e Caterina Pedò, le founder dell’app Hi Here

Dare una voce a chi non ce l’ha

Hi Here, questo il nome dell’app, sarà lanciata a fine giugno da due giovani ragazze interessate a fare qualcosa di concreto per migliorare la gestione dell’accoglienza dei migranti.

Hi Here concentra all’interno di un’unica piattaforma – totalmente gratuita per chi ne fa uso – la possibilità di reperire informazioni sulla comunità di accoglienza, le strutture ricettive, entrare in contatto con le associazioni che si occupano d’accoglienza o con altri migranti che condividono un identico destino, e imparare alcune basi di lingua italiana e di legislazione nazionale.

Hi Here è anche un strumento attraverso cui i migranti possono per la prima volta far sentire la loro voce. Grazie a uno strutturato sistema di recensione i migranti registrati potranno infatti segnalare, in forma anonima, i casi di malfunzionamento del sistema d’accoglienza, così come gli esempi virtuosi di ricezione e integrazione per chi verrà dopo di loro. Ad esempio quello della cittadinanza di Riace, il cui sindaco Domenico Lucano è stato recentemente inserito da Fortune tra le cinquanta persone più influenti del pianeta per il modello d’integrazione portato avanti nella cittadina calabrese.

Vogliamo creare una rete vera – sostiene la seconda protagonista di questa storia – in grado di realizzare una connessione tra loro, i migranti, e noi, ovvero la comunità di accoglienza. Se da un lato i migranti mancano di quelle informazioni essenziali per la sopravvivenza e la permanenza in Italia, dall’altro la conoscenza che gli italiani hanno del fenomeno migratorio non è molto approfondita. Per questo la nostra applicazione potrà essere usata anche dagli italiani per informarsi meglio su come viene organizzata l’accoglienza nel nostro Paese”.

 

 

 

Ed eccoci venuti al momento di presentare le nostre protagoniste. L’idea di Hi Here nasce nel 2015 quando Martina Manara e Caterina Pedò, oggi entrambe ventiseienni e laureate in architettura, si ritrovano in Puglia per un progetto di ricerca  sul sistema d’accoglienza nazionale.

È allora che le due ragazze si rendono conto, intervistando un centinaio di migranti ospitati nei centri d’accoglienza locali, del reale stato di sospensione in cui si vengono a ritrovare quegli uomini venuti dal mare: mancanza d’informazioni aggiornate, dispersione sul territorio (secondo l’approccio “decentralizzato”) che non favorisce , secondo il caso analizzato, il mantenimento dei rapporti tra migranti di uno stesso Paese d’origine, impossibilità di far sentire la propria voce e segnalare ai nuovi venuti le difficoltà incontrate lungo il percorso. Problematiche che il sistema d’accoglienza nazionale non riesce a risolvere in maniera uniforme e definitiva.

“Volevamo costruire qualcosa che fosse totalmente finanziato dal basso, ma…”

A pochi mesi dalla presentazione ufficiale in un’affollata aula della London School of Economics le due ragazze hanno già dovuto affrontare la prima vera, grande delusione.

La campagna di crowdfunding, lanciata su Indiegogo per completare la programmazione e avviare la diffusione della app, non ha infatti raggiunto i risultati sperati. “Colpa forse di un eccesso di scoraggiamento anche fra quei giovani italiani che a parole ci hanno espresso il loro sostegno – è il commento, lucido, delle due ragazze – ma che a conti fatti non riescono a coltivare una speranza concreta di poter cambiare qualcosa”. Gli ignavi della sharing economy, li definirebbe qualcuno di meno gentile.

 

Martina e Caterina ce la mettono tutta per difendere la loro idea da qualunque deriva o forzatura dettata dalle logiche del business e della sicurezza. Le due ragazze intendono mantenere la app gratuita, così come garantire la segretezza dei dati raccolti e la tutela della privacy e dell’autodeterminazione dei migranti. “Non vogliamo – ripete Martina, come un mantra – creare loro più problemi di quanti già non ne abbiano”.

Se all’orizzonte sembra profilarsi l’arrivo di sostenitori privati generosi e più danarosi della media dei sostenitori comuni, nondimeno appare evidente come un’invenzione di questo tipo fatichi non solo a ritagliarsi una visibilità e conquistare il sostegno da parte di quelle associazioni e istituzioni che maggiormente potrebbero trarne beneficio, ma anche come le forme di finanziamento dal basso non siano in grado, in questo momento, di colmare il gap esistente tra servizi necessari alla comunità e risorse sufficienti per garantire il loro sostentamento nel lungo periodo.

La soluzione? Probabilmente in quelle storture del sistema che, come ricorda Martina, “al tempo stesso rendono inefficiente eppure grande questo Paese”.

 

 

 

L’innovazione sociale non è meno “dirsputive” delle altre forme di cambiamento

L’innovazione, anche in un settore come quello sociale, si muove spesso al confine tra lecito e illecito, tra procedimenti autorizzati e scorciatoie non previste dall’attuale ordinamento.

L’adozione su scala globale di servizi inizialmente osteggiati dall’ordinamento corrente – si pensi al caso di Uber – ha costretto le comunità locali ad attrezzarsi per integrare le novità introdotte dalle nuove piattaforme, ormai adottate dalla maggior parte delle persone.

Se, grazie all’aiuto di un team di collaboratori volontari che potrebbe allargarsi ulteriormente, Martina e Caterina saranno in grado di promuovere la loro app tra i migranti e le comunità di accoglienza fino a renderlo uno strumento indispensabile per la coesistenza di entrambi, probabilmente l’arrivo di finanziatori e sostenitori arriverà di conseguenza.

La sfida che le due ragazze devono affrontare in questo momento è quella, che dovrebbe in linea di principio essere affrontata alle più alte sfere organizzative, di ripensare radicalmente il sistema d’accoglienza. Non più dal punto di vista di chi deve organizzare lo smistamento di uomini e donne senza più una storia, ma dalla prospettiva di chi quella storia è intenzionato a ricostruirla.

Una sfida apparentemente impossibile e immensamente più grande di due ragazze di nemmeno trent’anni. Ma, tant’è, la Storia recente ci insegna che a volte basta solo cambiare di posto per mutare per sempre il colore del mondo.

Jacopo Franchi