Al momento in cui scrivo questo articolo il nome del creatore di Bitcoin resta ancora avvolto nel mistero, ma non per questo le speculazioni sul suo conto sembrano destinate a esaurirsi a breve.

bitcoin creatore
Craig Wright, l’ormai ex “presunto” fondatore di Bitcoin

 

Nella stessa settimana in cui Craig Wright ha fatto coming out e in interviste rilasciate a BBC, The Economist, GQ ha dichiarato di essere il creatore di Bitcoin finora riconosciuto in un misterioso e mai identificato Satoshi Nakamoto, alcuni autorevoli membri della community Bitcoin hanno smentito categoricamente le prove portate da Wright a sostegno della sua paternità del protocollo.

Dopo aver promesso di fornire un’ulteriore “prova straordinaria” della sincerità delle proprie dichiarazioni, lo stesso Craig Wright ha ammesso in un post pubblicato sul suo sito di non poter esaudire quest’ultima richiesta, scusandosi per aver messo in imbarazzo quanti tra la comunità Bitcoin avevano in un primo momento creduto alla sua ammissione. Inclusi Jon Matonis, fondatore della Bitcoin Foundation, e Gavin Andersen, chief scientist presso la stessa organizzazione e tra i testimoni dell’esperimento che Wright avrebbe fatto in aprile per dimostrare la sua paternità del protocollo Bitcoin.

Secondo Andersen stesso Craig Wright ha dimostrato di possedere una conoscenza della storia di Bitcoin e della sua community superiore a quella che un qualsiasi impostore improvvisato potrebbe acquisire in poco tempo. Nondimeno, non è riuscito non solo nell’intento di dimostrare di essere lui il creatore di Bitcoin, ma perfino di essere il possessore della chiave privata del wallet in cui da sette anni è immobilizzata la prima transazione della storia della criptovaluta. Quella finita nelle tasche, si fa per dire, del presunto fondatore Satoshi Nakamoto.

bitcoin genesis block
Il “Genesis Block” di bitcoin

 

Per i più scettici, infatti, anche qualora Wright fosse stato in grado di muovere il cosiddetto “genesis block”, i primi 50 bitcoin minati e tutt’ora appartenenti al presunto Satoshi Nakamoto e da allora mai più movimentati, un’operazione di questo tipo avrebbe solo potuto dimostrare che Wright possiede le chiavi private del possessore di quello specifico “wallet”. Come se, metaforicamente, fosse sufficiente esibire le chiavi di una casa per dimostrare di esserne i legittimi proprietari.

Per una community così ossessivamente attenta all’evidenza matematica come quella di Bitcoin la mancanza di prove certe è il miglior deterrente contro l’ambiguità dei presunti padri fondatori.

Craig Wright potrebbe non essere (solo) un mitomane

Emin Gün Sirer, professore associato alla Cornell University, ha ricordato in un articolo per Hacking Distributed che il concetto di “riconoscimento sociale” in un ambiente digitale come quello di Bitcoin (dove il nome del proprietario del wallet è coperto da uno pseudonimo) è qualcosa di molto complesso. Soprattutto in un caso come quello del fondatore di Bitcoin, che si è esaurito in un esperimento “alla presenza di qualche giornalista e di un esperto (Gavin Andersen, ndr) che potrebbe anche essere stato ingannato”. Ad esempio, configurando appositamente il computer su cui l’esperimento è avvenuto, e che è stato presentato come “nuovo” ai testimoni semplicemente perché è stato acquistato nel corso dell’esperimento da un membro dello staff.

gavin andersen bitcoin

Sirer manifesta il dubbio che Craig Wright potrebbe non essere solo un idiota, come lo sviluppo della vicenda potrebbe far pensare, dal momento che potrebbe aver architettato il tutto con diversi mesi di anticipo per uno scopo non ancora conosciuto, ma che ha sicuramente avuto come effetto quello di assestare un ulteriore colpo alla credibilità di una tecnologia che consente di trasferire valore da un utente all’altro facendo a meno di ogni intermediario finanziario. In economia, forse più che in altri settori, la credibilità di un attore economico è un valore che spesso trascende anche le analisi più accurate dei sui suoi fondamentali.

Se gli istituti finanziari di tutto il mondo dichiarano un interesse crescente nei confronti di Bitcoin, nondimeno le ricadute che l’adozione su larga scala di questa tecnologia potrebbe avere sul sistema finanziario e i suoi operatori attuali potrebbero non essere del tutto positive. Posti di lavoro compresi. “Blockchain – scrive il Telegraphpotrebbe costituire la sfida esistenziale più importante per le banche, più difficile da superare perfino dell’ultima crisi finanziaria”.

Siamo davvero pronti a una tecnologia come quella di Bitcoin?

Tra le cause del fascino di una tecnologia come quella di Bitcoin vi è il fatto che questa non dipende in alcun modo dall’intervento del suo fondatore per poter operare. Non vi è infatti alcun ente o istituzione terza che possa agire direttamente sulla Blockchain, il “registro contabile” che tiene traccia della storia e dei cambiamenti di proprietario di tutti i bitcoin finora estratti, unico per tutto il mondo, pubblico e decentralizzato. Nessuno, infatti, può modificare la Blockchain arbitrariamente e ogni operazione compiuta è irreversibile: chi viene derubato della propria chiave di sicurezza non può in alcun modo chiedere un risarcimento.

Bitcoin è al tempo stesso un sistema trasparente, dove chiunque dotato di un computer adeguatamente configurato può verificare la correttezza di una transazione, e quasi impenetrabile, dal momento che per ovvie ragioni di privacy è stata esclusa fin dal principio la possibilità di identificare in maniera assolutamente certa che un determinato “wallet” appartenga a una determinata persona esistente.

Il protocollo consente effettivamente di dimostrare il possesso di un indirizzo firmando digitalmente un messaggio con la stessa chiave privata che serve per trasferire i fondi, ma – come il caso “Wright” ha dimostrato – questo dimostra solo il possesso della chiave del wallet, non la sua paternità.

Stando così le cose, credo che la ricerca dell’anonimato del creatore di Bitcoin sia qualcosa di molto più simile a un delirio di onnipotenza che non al gesto disinteressato di un profeta, che vorrebbe liberare l’umanità dalle prepotenze e dall’arbitrarietà delle istituzioni e dei regolatori finanziari.

Se è inconfutabile che chiunque di noi possa diventare uno degli operatori di controllo del sistema, mettendo a disposizione il proprio computer in cambio di un compenso in bitcoin, nondimeno è banale pensare che solo una piccolissima parte dell’umanità possiede le macchine, la disponibilità di tempo e le conoscenze (pur se basiche) per operare in tal senso. Perlomeno, almeno qualche decina di milioni di persone escluse dal collegamento veloce a Internet.

I provvedimenti punitivi applicati dai membri del Bitcoin Core nei confronti di Andersen dopo la sua ingenua attestazione di fiducia a Wright testimoniano inoltre l’esistenza di un potere arbitrario all’interno della community stessa di Bitcoin contrario alle logiche paritarie con cui è stato concepito il protocollo (lo stesso Andersen nei mesi scorsi era stato al centro di un dibattito interno alla community di sviluppatori di Bitcoin passato quasi inosservato sui media).

Visto dall’esterno, quello di Bitcoin resta ancora a tutti gli effetti un sistema forse ancora più impenetrabile di quello della comunità finanziaria internazionale, basato unicamente sulla fiducia nei confronti della tecnologia e di quanti operano per migliorarla.

Lo sviluppo su scala globale di un sistema finanziario completamente sottratto al controllo legislativo e giudiziario potrebbe avere esiti difficilmente prevedibili dal punto di vista dell’utilizzo di questa tecnologia da parte di organizzazioni criminali e di chiunque sia alla ricerca di un mezzo per effettuare operazioni finanziarie sotto la copertura di uno pseudonimo, difficilmente riconducibile all’autore reale dell’operazione.

L’irreversibilità delle transazioni, pur nel caso di furto delle password, espone infine chiunque al rischio (plausibile) di perdere irreversibilmente il proprio patrimonio.

Il bisogno di un’autorità, se non esecutiva, perlomeno morale

La ricerca ossessiva e spesso dilettantesca del fondatore di Bitcoin al di fuori e all’interno della stessa community di sviluppatori e early adopters della criptovaluta appare in tal senso come una sorta di bisogno, non ancora veramente superato, di poter fare affidamento a un’autorità, se non esecutiva, quantomeno morale nella risoluzione delle controversie e nella tutela degli utilizzatori più inesperti. Vale a dire, la stragrande maggioranza dei possibili possessori di bitcoin.

In mancanza di prove certe e assolute come nel caso di Craig Wright, la presenza rassicurante del creatore di Bitcoin potrebbe costituire per molti – soprattutto, per i meno esperti – un’autorità dotata naturalmente di credito nella risoluzione dei conflitti interni alla community, come nella legittima richiesta di giustizia da parte di quelli che sono stati derubati della propria password.

Se in linea teorica la disintermediazione sembra essere un processo irreversibile nella progressiva opera di digitalizzazione del mondo così come lo abbiamo conosciuto fino ad ora, i creatori e i padri fondatori dei nuovi culti contemporanei basati sulla neutralità delle macchine sembrano tutt’ora incapaci di prevedere fin da subito gli inevitabili effetti indesiderati che le loro stesse macchine provocano e l’esigenza di un sistema di compensazione di questi ultimi.

Volendo estremizzare, così come rappresentato in quella tradizione cristiana dell’Incarnazione che a conti fatti è ancora il primo riferimento culturale per la maggior parte del mondo Occidentale, anche quello più tecnologicamente progredito, il ritorno del Creatore di Bitcoin sotto le spoglie di un uomo sembra ad oggi essere l’unica prospettiva per risolvere le ingiustizie e le ambiguità fatalmente prodotte da quelle Leggi immutabili che lo stesso Creatore ha consegnato all’umanità.

Jacopo Franchi