Che cosa c’entra la crisi dei rifugiati in Siria con una conferenza di sviluppatori? C’entra, eccome. Nel momento in cui il solo Facebook può contare su una community di 1,55 miliardi di persone, che vi trascorrono 42 minuti in media e generano ogni giorno 4,5 miliardi di “like”, ogni discorso pubblico del suo carismatico leader e fondatore Mark Zuckerberg assume una valenza politica.

E le sue parole, riprese senza filtro dalle più importanti testate d’informazione globali quando non affidate direttamente alla Rete, sono implicitamente in concorrenza con quelle di altri leader globali, che possono contare su un potenziale di diffusione molto più limitato, quando non affidato proprio all’algoritmo della stessa Facebook per raggiungere il loro pubblico.

Da tempo Facebook non è più solo un social media.

Nei Paesi sviluppati Facebook è riuscito nell’intento di diventare la prima, e la più importante, piattaforma di costruzione dell’identità digitale della maggior parte degli individui connessi a Internet. Facebook è la loro casa, il luogo dove, passate le mode del momento, possono sempre rientrare e trovare rifugio, protetti da un algoritmo onnipresente che non solo assicura loro di poter fruire del contenuto ritenuto più interessante, ma li mette anche al riparo da contenuti violenti o sgradevoli. Nei Paesi in via di sviluppo, con il progetto internet.org Facebook si candida a diventare addirittura la prima porta di accesso alla Rete. Allo stesso modo in cui per molti della mia generazione Google è ancora oggi utilizzato come un sinonimo di Internet.

Una conferenza di sviluppatori o un congresso politico a una sola voce?

Nei giorni in cui si discute aspramente in Europa circa l’accordo con la Turchia per il contenimento degli emigrati siriani, accordo in virtù del quale anche la libertà di satira europea è ormai da considerarsi una merce di scambio, si è tenuta a San Francisco la conferenza di sviluppatori di Facebook (F8), durante la quale è stata tracciata la roadmap dello sviluppo del social da qui ai prossimi dieci anni.

Nel suo discorso di introduzione Mark Zuckerberg ha rimarcato la mission di Facebookdi “connettere l’intero globo entro dieci anni”. Contro i respingimenti in mare aperto, gli hotspot di identificazione, i muri alle frontiere e l’eterno ritorno a un passato mai esistito di assoluta purezza razziale e linguistica, Mark Zuckerberg ha esplicitamente dichiarato che la mission di Facebook è quella di “aiutare le persone a costruire ponti”. Per arrivare a questo obiettivo, che anni fa avremmo ritenuto di esclusiva competenza di movimenti e partiti politici, Facebook implementerà un ecosistema in grado di “connettere chiunque e dare a ciascuno una voce” per esprimersi in Rete.

Facebook evoluzione

Facebook è il nuovo Nuovo Mondo (anche se qualcuno si ostina a rimanere nel vecchio)

Contro la limitazione progressiva delle nostre libertà personali per far fronte allaminaccia globale e onnipervasiva del terrorismo, Facebook offre una via di fuga versoun ecosistema virtuale libero da orrori e imprevisti sgradevoli, dove l’esperienza dell’utente sarà sempre più realistica e soddisfacente.

Mentre nel mondo cosiddetto reale le grandi costruzioni politiche unitarie, come l’Unione Europea, non mantengono le promesse di inclusione progressiva e di crescita economica e sociale egualitaria, Facebook si incarica di garantire che almeno un canale di connessione tra comunità diverse possa rimanere sempre aperto e funzionante.

A differenza dei Paesi che governano le sorti del mondo, i cui leader possono essere eletti da Parlamenti instabili o sorretti da rapporti di potere mutevoli, Facebook è una comunità virtuale globale le cui leggi di funzionamento sono tanto visibili quanto ignotenei loro meccanismi a chiunque non sia ammesso al ristretto circolo di chi governa la piattaforma.

Rispetto alla televisione, divenuta un oggetto popolare adattato di volta in volta agli usi e costumi nazionali e locali, Facebook è il primo mezzo di comunicazione di massa universale, nella forma come nel contenuto.

Se nella letteratura e nel cinema distopico il Grande Fratello è raffigurato come uno strumento al servizio di un potere repressivo e crudele, all’alba del Terzo Millennio un quinto degli abitanti della Terra si dispone placidamente a essere controllato in cambio della possibilità di accedere a un mondo – virtuale o “realmente” virtuale che sia – che promette di essere più pacifico, solidale e tollerante di quello d’origine.

Almeno, fino alla prossima F9.