Dalle petizioni su Change.org ai blog dell’Huffington Post, è tutto un fiorire di esperti di social media o terzomondisti presunti tali che criticano Facebook per aver attivato l’opzione “Safety Check” solo all’indomani (nel senso delle primissime ore del mattino) degli attentati del 13 Novembre di Parigi, senza averla resa disponibile durante i quasi contemporanei assalti suicidi a Beirut.

Le critiche dei più raffinati inoltre prendono di mira l’opzione, implementata da Facebook nella giornata successiva agli attentati, di aggiungere alla propria foto profilo i colori della bandiera francese, così come in occasione della legalizzazione dei matrimoni gay negli USA tutti gli utenti avevano potuto aggiungere i colori dell’arcobaleno alla propria, ormai antiquata immagine riflessa.

facebook parigi safety check

Una scelta arbitraria, quella di attivare “Safety Check” per un determinato evento e senza che nessuna autorità nazionale o sovranazionale ne facesse formale richiesta, ma che tuttavia al momento del dunque ha fornito un servizio essenziale alla maggior parte degli utenti del social, oltre alla possibilità di esprimere un umanissimo sentimento di solidarietà e fraterna vicinanza alle vittime di uno dei più barbari e sanguinosi attentati della storia recente della Francia e dell’Europa intera. Per me, che a Parigi ho lasciato metà della mia vita e dei miei amici, è stato un sollievo poter controllare in tempo reale lo “stato di salute” di chi conoscevo e si trovava a pochi chilometri di distanza dal carnaio. Così come mi ha fatto sentire utile la possibilità di “confermare” che quelle persone che in quel momento si trovavano a Parigi senza essersi ancora connesse a Facebook, e che avevo nel frattempo raggiunto al cellulare, stavano bene.

Una scelta arbitraria, quella di Facebook, ma che tuttavia ha avuto come effetto quello di contenere la paura e gli eccessi di panico in un momento in cui sarebbe stato logico perdere la testa. Una decisione, quella del social network, che non dipende da alcuna normativa nazionale o internazionale: non mi risulta, infatti, che Twitter, LinkedIn, Pinterest, abbiano pensato minimamente a fornire un servizio del genere ai loro utenti. Anzi, chi beneficia dalle notizie negative – in termini di visibilità, e di conseguenza numeri da dare in pasto agli inserzionisti – è solitamente Twitter, social in perenne crisi d’identità e di utenti attivi, che in queste tragedie immani vede riattivarsi account altrimenti silenti e ritrova una sua ragion d’essere che lo differenzia dagli altri: quella di fornire un’informazione non censurata e senza barriere tra un utente e l’altro.

Quello di Parigi è un attentato che ha un alto valore simbolico, e per questo motivo ha interessato un numero di persone di gran lunga maggiore rispetto a quelle direttamente coinvolte nella violenza. E Facebook è un social che ragiona sui grandi numeri: ogni più piccola modifica allo standard internazionale viene fatta nell’ottica di fornire un beneficio alla maggior parte degli utenti registrati.

Avrebbe senso, quindi, attivare “Safety check” per ogni tragedia umana, piccola o grande che sia? O dare a tutti la possibilità di colorare la propria foto dei colori del Paese che di volta in volta si trova a fronteggiare un’emergenza? Non credo, perché in questo caso Facebook perderebbe il suo carattere universalistico, per diventare qualcosa di diverso dal social “del like” e della reciproca consolazione.

Forse, per la sua natura e per le finalità (strettamente commerciali) per cui è stato costruito, ha già fatto abbastanza così.