L’attentato di Charlie Hebdo ha lasciato dentro di me un vuoto profondo, una tristezza che sarà difficile mandar via e la sensazione che si sia sbagliato, e si stia sbagliando tutt’ora, a ricondurre le cause della strage nel giornale di satira parigino unicamente alla religione, e non alle circostanze sociali in cui gli stessi autori del massacro sono cresciuti (i loro nomi non li scrivo, perché non meritano di essere ricordati, per me sono solo il sintomo di un malessere crescente e diffuso).

Je suis Charlie Hebdo

Sta succedendo quello che i mandanti dell’attentato di Charlie Hebdo volevano

Grazie al mio passato da emigrato in Francia, ho capito subito come l’assassinio dei vignettisti di Charlie Hebdo abbia rappresentato una svolta nel modo di intendere la libertà di stampa in Europa e nei rapporti tra la comunità musulmana e le altre del continente, laiche o confessionali. Esattamente quello che i mandanti dell’attentato volevano.

Un odio che viene da vicino

Eppure, resto convinto che l’attentato del 7 Gennaio 2015 alla sede di Charlie Hebdo non debba essere, in ultima analisi, inserito all’interno di un colossale quanto improbabile “scontro di civiltà”, né che si possa parlare di “guerra di religione”. Di “Jihad” certamente, ma solo nella misura in cui la “guerra santa” è solo un pretesto per sfogare un odio (il riferimento al film “La Haine” di Mathieu Kassovitz non è casuale) che ha origini molto più ravvicinate di quanto possano essere le guerre di Siria o in Iraq.

attentato charlie hebdo

Gli attentatori di Charlie Hebdo erano francesi, come le loro vittime

A mio giudizio, è importante sottolineare che gli attentatori di Charlie Hebdo erano francesi. Erano nati in Francia, in quella stessa Parigi che hanno messo a ferro e fuoco e che conoscevano meglio dei Paesi del Medioriente dove sono stati “indottrinati” da cui è venuto l’invito a uccidere, e devono essere considerati francesi nella stessa misura in cui si considerano francesi i vignettisti di Charlie Hebdo morti per mano loro, a prescindere dalla religionee dai tratti somatici.

La loro testimonianza avrebbe aiutato a evitare altre morti

Sono stati quindi dei francesi a uccidere degli altri francesi. In nome di un dio e di una guerra lontani anni luce dalla loro vita quotidiana di tutti i giorni, hanno ucciso degli innocenti e seminato il terrore in un intero continente, prima di essere massacrati a loro volta. Purtroppo, ritengo, visto che la loro testimonianza sarebbe stata utilissima per capire le vere cause del loro gesto.

Charlie Hebdo Matteo Salvini

Una guerra civile che dura da anni alle periferie delle nostre metropoli

All’orizzonte si profila, più che una guerra di religione o guerra al terrore, una strana forma di “guerra civile”, ovvero uno scontro tra abitanti dello stesso Paese dove a essere in gioco non è il potere, né il dominio di una religione o di una cultura sull’altra. Una guerra civile che fino a pochi anni fa si manteneva nei limiti delle periferie delle metropoli occidentali e dello scontro perenne con le forze di polizia – si pensi alla rivolta del 2005 nelle banlieue francesi o, ugualmente, a quella del 2011 nelle periferie di Londrama che ora inizia a essere manipolata dall’esterno (nel caso dei terroristi di Charlie Hebdo, dagli imam dei Paesi nemici degli Stati occidentali con cui gli assassini sono venuti in contatto). È in questo modo che l’ostilità e il rancore silente di una parte della popolazione contro l’altra può raggiungere picchi di violenza inaudita, drogata dal fanatismo religioso e da una propaganda globale che sfrutta le larghe maglie della censura di Internet verso i contenuti violenti.

Il paragone con la decapitazione del soldato inglese di Londra

Come avevo scritto in passato riguardo alla barbara decapitazione del soldato inglese Lee Rigby a Londra, il fondamentalismo religioso approfitta delle sacche di emarginazione delle nostre ineguali società occidentali per reclutare i suoi martiri. Gli assassini di Charlie Hebdo sono cresciuti in quelle banlieue desolate e dimenticate dallo Stato francese in cui io stesso ho potuto, con alterne fortune, vivere per un lungo periodo. Sufficiente a farmi capire come l’islamismo, in questo senso, sia stato solo il pretesto per formare e incanalare “la haine” (l’odio) dei terroristi verso un obiettivo più strategicamente rilevante dei poliziotti,  essendo questi ultimi l’unico segno evanescente della presenza dello Stato e della democrazia in certe città desolate che prendono il nome di Saint Denis, Aulnay-Sous-Bois, Saint-Ouen, Bobigny… Nomi che gareggiano in bruttezza solo con certi paesi dell’hinterland milanese, e dove per i giovani nati in difficili situazioni economiche le alternative alla droga, al crimine organizzato e all’emarginazione di uno Stato che li riconosce solo nominalmente come cittadini di pari grado, sono ben poche.

charlie hebdo

Attenzione ai Salvini di turno

Dal lato nostro, deve essere mantenuta alta l’attenzione contro quei Salvini del momento che sfruttano la genuflessione di certi giornalisti nostrani per mistificare la realtà – individuano di volta in volta il “Nemico” da abbattere in un diverso popolo al di fuori dell’Italia, o in quelle masse di disperati che ogni giorno rischiano la vita nel Mediterraneo per sfuggire proprio a quelle guerre dove il terrore prende forma – mettendo a rischio la sicurezza nazionale pur di guadagnare qualche voto in più nella loro inutile ascesa al potere.

Non è chiudendo le frontiere che ci garantiremo dal pericolo del terrorismo una volta per tutte. Né continuando a rimandare senza fine il riconoscimento di quei giovani italiani, nati in Italia, ma che per una assurdo cavillo burocratico vengono considerati stranieri e tenuti ai margini della nostra società.

Anche noi, qui in Italia, ci stiamo preparando la nostra assurda guerra civile, marginalizzando migliaia di persone in base al colore della pelle o alla loro ricchezza personale (quando invece comprano le squadre di calcio e ci fanno divertire allo stadio nessuno ha niente da ridire), nelle periferie di città che vanno perdendo la loro identità, al crescere delle ineguaglianze sociali.

Si possono fermare i nemici di Charlie solo con l’integrazione, la costruzione di una società che sia veramente multiculturale, l’abbattimento delle barriere sociali, il ritorno a una concezione delle città quale luogo di scambio e di conoscenza e non di suddivisione in base al ceto di nascita. In questo senso la satira deve essere di stimolo a contrastare ogni pensiero totalizzante, sia quello religioso, o quello del politico razzista di turno. Perché questa non è la nostra guerra, e non deve diventarlo.