Una riflessione sull’episodio di violenza di Bollate tra due ragazze minorenni, “La Giovi” e “La Sarah”, ripreso da un telefonino e pubblicato su Facebook. Senza moralismi, ma con qualche indizio in più per capire dove è nata la violenza e perché questo episodio è solo il sintomo di un problema ben più complesso, da affrontare senza moralismi e senza preconcetti.

Una, “La Giovi”, è chiusa in casa da giorni e aspetta il verdetto delle indagini dei Carabinieri. L’altra, “La Sarah”, ha paura di prenderle nuovamente, e comunica con l’esterno solo attraverso il telefono e il filtro della famiglia. Le due ragazzine, minorenni, protagoniste della “rissa di Bollate” – una lite tra adolescenti finita a pugni, calci e insulti, divenuta virale sul web dopo che qualcuno ha ripreso il tutto e ne ha pubblicato il video su Facebook – sono state per una settimana al centro dei dibattiti ospitati da quotidiani, locali e nazionali, e social network. L’ultima bufala, in ordine di tempo e che ha ingannato più di un esperto “giornalista”, la notizia di un mai avvenuto raid punitivo da parte di cinque ragazze, amiche di Sarah, nei confronti della “Giovi”.

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Le premesse della rissa di Bollate sono da ricercarsi in quello stesso ambiente dove poi questa è diventata di dominio pubblico: la Rete. Due giorni prima della pubblicazione del video, sul profilo ask.fm della Giovi – lo stesso social ritenuto responsabile del suicidio di un’adolescente di 14 anni originaria di Padova – si possono leggere le prime anticipazioni della rissa: “quante ne prendi martedì!”, “ahahah, bella questa battuta”, “non ha detto che ti mena ma quella (Sarah, ndr) mena tantissimo, però se vai sola no”, “secondo me la marro (cognome di Sarah, ndr) ti ammazza, quella mena tantissimo”, “vediamo chi le prende, se io o lei”, la risposta, aggressiva, della “Giovi”.  Parole che suonano come una provocazione, un guanto di sfida, destinate a rimanere eterne nel web e diventare il termine di paragone del “valore” di chi le ha pronunciate.

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Senza ricorrere a inutili moralismi e paragoni con le generazioni precedenti – forse, molto più violente di questa quando si trattava di risolvere le questioni a mani nude – si può trovare nella Rete stessa l’origine e il fine di tutta questa vicenda. La sfida tra le due ragazze era già di dominio pubblico, ben prima che la rissa fosse ripresa in video e pubblicata sui social. La Giovi, un’adolescente come tante altre, si è dovuta confrontare non solo con “Sarah”, la sua rivale in amore, ma anche con le aspettative di quanti – amici, compagni di scuola, perfetti sconosciuti che frequentano ask.fm – sapevano e ne hanno dato notizia sul web, spronandola a dimostrare il suo valore contro “La Marro che mena tantissimo”. Inutile aggiungere che, per un’adolescente, il giudizio dei propri coetanei è spesso fondamentale, quando si tratta di agire. Se poi di mezzo c’è la Rete, queste aspettative possono essere moltiplicate fino alla paranoia.

Questa non vuole essere una giustificazione della violenza, né tantomeno una discolpa della responsabile. Ma un invito ai giornalisti e ai moralizzatori ad andare oltre quello che vedono, e ad accettare il fatto che la Rete – così libera, così potente nel far emergere chiunque dall’anonimato di una periferia – sta modificando, forse per sempre, il modo in cui le persone, specie quelle più deboli, o più immature, si confrontano tra di loro. In questa vicenda, si possono vedere – in anticipo su quella che potrebbe essere la realtà nei prossimi anni – tutte le lacune di un sistema di istruzione incapace di adattare i suoi piani e strumenti di formazione alle nuove sfide che i giovani e giovanissimi devono affrontare dal momento in cui cominciano a vivere (anche) nella realtà virtuale.