Dopo mesi dai primi articoli su Villa Visconti, è arrivata – grazie alla pagina Facebook Salviamo Villa Visconti di Saliceto di Cadeo – la prima, vera testimonianza di chi questa villa l’ha vissuta, e condivide con noi l’amore per la sua storia e per il suo fascino secolare. Questa lettera, arrivata tramite mail debitamente firmata, ve la presentiamo in versione integrale, in forma anonima per espressa volontà dell’autore. Ci racconta di un passato non troppo antico, di quando Tornora e Villa Visconti con essa erano abitate e – cosa ancora più importante – luogo di scoperte e avventure da parte di chi era appena venuto al mondo.

Villa Visconti di Saliceto di Cadeo: anche i muri hanno una voce

Questa lettera-testimonianza ci permette di capire quello che Villa Visconti rappresentava per la gente del luogo (“il miglior terreno di tutta la zona, come dicevano i contadini”, “una costruzione a U che, a seconda dei giorni e delle stagioni, ti abbracciava o ti inquietava”), l’origine delle leggende che nel corso di 550 anni di storia sono nate attorno alla villa (“Le anime dei flagellati in questo pozzo che era stato murato vagavano in cerca di pace, e così Tornora faceva veramente paura nelle nebbiose giornate autunnali quando non c’era neanche un lampione a fare luce”), e, in definitiva, perché questo luogo ci attrae così tanto (“che dire delle giornate primaverili? Tornora era splendida quando la natura si risvegliava”).

Questa prima testimonianza su Villa Visconti è di un valore unico, per noi che siamo così affezionati a questo capolavoro del Rinascimento (sempre su Pagine Azzurre, potete leggere la storia di Villa Visconti) perché è come se confermasse tutte le idee e le fantasie che ci siamo fatti in lunghi giorni di camminate e di visite solitarie al monumento abbandonato in mezzo alla campagna piacentina: “quante persone sono passate, a quante vite si sono intrecciate tra queste mura che ormai sono cadenti”, scrive la nostra anonima, e per noi è come un pezzo del passato che torna a rivivere, voci di bambina che risuonano tra le antiche stanze, su su fino al loggiato della villa, dove lo sguardo si può finalmente perdere nell’infinita pace della campagna.

 La “mia” Tornora

Per arrivarci bisognava imboccare la stradina ghiaiata tra i due alti ippocastani che ne segnalavano l’inizio sulla strada asfaltata che da Saliceto porta a Chiavenna Landi; e dire che erano alti è dire poco perché ai miei occhi i due alberi erano veramente immensi. E finalmente, dopo aver girato l’ultima curva a gomito verso sinistra di questa lunga stradina ghiaiata, Tornora era lì che ti aspettava alla fine di un corso viale di “castagne amare”.

Io non mi fermavo a Tornora, la stradina la sfiorava sul fianco destro e proseguiva fino al Mulino dove ero diretta.

Fino a circa 35 anni fa Tornora non era solo la villa (o il castello, come scherzosamente la chiamava mio zio) ma era tutto l’insieme delle costruzioni che vi erano intorno, terreno compreso: il miglior terreno di tutta la zona, come dicevano i contadini.

Guardando la villa, sulla destra vi era una costruzione polifunzionale (come si direbbe al giorno d’oggi) composta da stalla, fienile, porticato per ricovero attrezzi ed appartamento che serviva per i salariati che un tempo si occupavano di accudire il bestiame. La costruzione appena descritta era separata dalla villa dalla stradina che portava al Mulino.

Villa Visconti, Tornora, Saliceto di Cadeo

Dirimpetto a questa, vi era l’altra costruzione polifunzionale composta sempre da porticato per ricovero attrezzi e fienagione, una stanza dove si tenevano tutti gli attrezzi per riparare i trattori ed infine vi era un grande recinto coperto dove venivano tenute le mucche.

Anche se le due costruzioni erano separate dalla villa da stradine larghe come un camion, l’impressione che ho sempre avuto è che fosse un unico corpo, un’unica costruzione fatta a “U” che, a seconda dei giorni o delle stagioni, ti abbracciasse o ti inquietasse. E così in effetti era…. Mia nonna, quando voleva farmi paura per le marachelle che combinavo, mi raccontava che a Tornora esisteva il “pozzo del taglione”: quei pozzi con le lance appuntite sul fondo dove nel medioevo venivano gettati i condannati a morte. Le anime dei flagellati in questo pozzo che a sua detta era stato murato, vagavano in cerca di pace e così Tornora faceva veramente paura nelle uggiose e nebbiose giornate autunnali, quando non c’era neanche un lampione a fare luce.

Ma che dire delle giornate primaverili? Tornora era splendida quando la natura si risvegliava. Entrando dall’arco che segnava l’ingresso alla villa vi era un cortiletto interno dove due alti cespugli di rose rampicanti si aggrappavano al muro fino quasi a sfiorare i tetti; mentre i restanti muri erano coperti da un’edera fitta che li tappezzava ovunque.

Il primo piano del loggiato invece era percorso da un glicine che partendo da un angolo a sinistra, lo percorreva per tutta la lunghezza.

Quando le rose ed il glicine erano in fiore il profumo era indescrivibile ed io, nelle mie scorribande, non potevo esimermi dal rubare una rosa e portarla a mia nonna per farmi perdonare del fatto che per l’ennesima volta ero andata a bighellonare in giro mentre lei mi avrebbe dovuto tenere d’occhio mentre i miei genitori erano al lavoro.

Descrivere la villa senza avere a disposizione uno di quei moderni sistemi tridimensionali, mi diventa alquanto impossibile: con tutte le stanze, stanzette e pertugi che la componevano, ma proverò a dare un’idea.

La villa era composta da due piani indipendenti uno dall’altro: quello sotto era un “continuo” nel senso che da una stanza si entrava in un’altra fino ad uscire dalla parte opposta mentre il piano superiore, da cui si accedeva tramite uno scalone posizionato sulla sinistra del loggiato, era più “slegato” perché molte stanze erano indipendenti una dall’altra. Su questo piano, si trovava inoltre anche un bagno, una di quelle latrine in muratura dove ci si sedeva, come quelle che ho visto nei tanti documentari sulle terme romane.

Anche se so che non è così, i due piani sembravano costruiti in epoche diverse: quello sotto mi ha sempre ricordato i castelli francesi con il grande salone centrale le cui porte finestre si affacciavano da una parte sul cortile interno e dall’altra sul giardino che cresceva sul retro della villa; quello superiore invece mi ha sempre riportato ai conventi con le sue stanze più contenute.

Uno dei miei posti preferiti era sicuramente il giardino sul retro: era ottimale per nascondersi e per sognare. Partendo dal Mulino si costeggiava appena il Canale del Mulino e poi, girando a sinistra, si spariva dalla vista di tanti perché un filare della vigna che all’epoca circondava Tornora, ti portava a contatto con il bosco (così era nelle mie fantasie) che era poi il giardino sul retro. La forma del giardino era appena accennata perché gli alberi erano stati piantati e successivamente erano cresciuti senza potature. Tante piante, cespugli di nocciole ed alcuni cespugli di fiori lo popolavano nel vero senso della parola e da qui si vedeva tutto senza essere visti perché coperti come si era dalla vegetazione. E quando le portefinesta del salone erano aperte, dal fondo del giardino potevi quasi vedere chi imboccava il corto vialetto di castagne amare. Mi è sempre piaciuto passeggiare sul sentiero fatto a U che era appena accennato in mezzo alla boscaglia e quando ho affrontato l’esame delle superiori era qui che venivo a studiare oppure seduta sul balcone del loggiato con le gambe a penzoloni mentre mia mamma si preoccupata del fatto che potessi cadere…

I ricordi sono tanti e si accavallano tutti come le stanze che compongono Tornora.

Io che sono fondamentalmente una nostalgica mi ritrovo a pensare a quante persone sono passate, a quante vite si sono intrecciate tra queste mura che ormai sono cadenti: lasciandole crollare è come se si mettesse la parola fine ad un bel film che invece vorresti continuasse, almeno ancora un po’.

Non so se sono riuscita a dare l’idea della magia che si respirava in questa casa; parte della magia è derivata sicuramente dal fatto di averla frequentata e che una buona parte della mia vita si è svolta nei suoi confini: sono cose che sono cresciute con me e che mi sono sempre portata dietro… come il mio amore per le rose, i glicini, i giardini un po’ incolti e le vecchie case.